La luce accecante del primo inverno. Il freddo della pianura padana. Il rumore della ripresa. Ogni giorno mille Tir caricano, scaricano, ripartono. Scarpe e borse, farina e zucchero, materie prime e semilavorati, componenti e sistemi. Moda e lusso, meccanica e automotive, alimentare e vino. Dall’Italia al Nord Europa. E dal Nord Europa all’Italia. Enormi braccia fatte di chip e d’acciaio staccano container dai camion e li ripongono delicatamente sui vagoni dei treni. O compiono l’esercizio opposto: li scalzano dai treni e li adagiano sui Tir. Verona e il mondo. L’Italia e il mondo. Benvenuti all’Interporto Quadrante Europa.

Il punto di congiunzione con i mercati globali – fra merci e simboli – di una città, Verona, di un pezzo dell’Italia – il Nordest – e di tutto il Paese.

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La ripresa internazionale è un magnete. E Verona ne è attratta. Per la sua connotazione di città mercato, con gli insediamenti delle multinazionali che qui compongono un tessuto solido di lavoro, innovazione e valore aggiunto. E per la sua natura di tessuto produttivo con una specializzazione composita e diversificata, meccanica e alimentare, vino e turismo, quell’odore di benessere mai sopito in Piazza Bra e in Piazza delle Erbe, ogni benedetta domenica da cento anni tutti e messa e poi a casa, ché il lunedì si ricomincia negli studi professionali, negli uffici e nelle aziende.

«Qui – nota Michele Bauli, presidente di Confindustria Verona – esiste una organicità garantita dalla compresenza di multinazionali e di capitalismo familiare italiano, di grandi gruppi e di piccole e medie aziende. Negli anni, fra queste realtà, si è verificata una osmosi. La managerializzazione delle nostre imprese è avvenuta anche sull’esempio di quanto capitava nelle consociate italiane dei grandi gruppi». Da un lato Bauli, Rana, Vicenzi, Pedrollo e Fedrigoni, che hanno il nome in ditta. Aia-Negroni-Montorsi della famiglia Veronesi, Calzedonia-Tezenis-Intimissimi dell’altra famiglia Veronesi. Dall’altro lato, Coca Cola e Zalando, Volkswagen e Gsk.

Nonostante il trauma della crisi, la consistenza delle multinazionali si è irrobustita e la natura di questo specifico tessuto produttivo è migliorata. L’ufficio studi di Confindustria Verona ha analizzato, per Il Sole 24 Ore, i bilanci delle 340 aziende a capitale straniero. Fra il 2007, ultimo anno prima dell’inizio della Grande Crisi, e il 2012, picco nero della recessione, i ricavi sono cresciuti del 12%, i dipendenti del 14% e le immobilizzazioni del 15 per cento. Dal 2007 a oggi, i ricavi sono aumentati del 38%, gli addetti del 22% e le immobilizzazioni del 55 per cento. Restringendo il campione alle prime 50 società a capitale straniero, qui a Verona – dal 2007 al 2016 – i ricavi sono saliti del 47%, gli addetti del 25% e le immobilizzazioni del 74 per cento.

Questa dimensione di Verona-città mondo è coerente con i risultati della manifattura specificatamente italiana. Sempre secondo l’ufficio studi di Confindustria Verona, che ha analizzato i bilanci delle principali 500 aziende manifatturiere, nel 2016 i ricavi sono cresciuti del 3,2% e i dipendenti del 2,9%, mentre il reddito operativo è aumentato del 16,2% e il reddito netto del 22 per cento. Negli ultimi 18 trimestri, la produzione industriale è stata positiva. Il grado di saturazione degli impianti, che nel 2007 era pari al 78% e che nel 2012 era sceso al 66%, è tornato al 76 per cento.

«Oltre alla compresenza di modelli industriali diversi, un elemento che conferisce stabilizzazione al nostro sistema produttivo e sociale è la multispecializzazione. Noi non siamo un distretto. Abbiamo tante cose. Dalla metalmeccanica al vino, dalla ricerca applicata al turismo. La nostra natura è anticiclica», nota Bauli. Nella manifattura, usando l’indicatore del fatturato, la metalmeccanica vale il 39%, l’agroalimentare il 35%, la chimica il 6%, la moda il 6%, la carta il 7 per cento.

La Coca Cola, che ha un insediamento a Nogara con nove linee produttive e 400 addetti, ha investito dal 2010 al 2016 una settantina di milioni di euro. Dice Giangiacomo Pierini, direttore relazioni istituzionali di Coca Cola Hbc Italia: «Nel 2017, i nuovi investimenti hanno superato i cinque milioni di euro. L’anno prossimo, saliranno a nove milioni».

Nel 2010 Gsk, che ancora oggi ha qui il suo quartiere generale e che in tutta Italia ha oltre 5mila addetti, cedette il centro di ricerca applicata alla americana Aptuit, una società specializzata in servizi per la ricerca sui farmaci che, a sua volta, ad agosto è stata acquisita dalla tedesca Evotec.

Dice Henning Steinhagen, responsabile del sito di Verona: «Oggi a Verona siamo in 600 addetti, sui 2mila di tutto il mondo. Nel 2017 ci sono state oltre 100 nuove assunzioni e ne prevediamo altre 50 nei prossimi 12 mesi. A Verona Aptuit può sviluppare una molecola dall’idea innovativa attraverso tutto il percorso di ricerca e sviluppo fino alla produzione di lotti per la ricerca clinica, applicando approcci multidisciplinari integrati. Tutto sotto un unico tetto: è una peculiarità unica nel panorama della ricerca farmaceutica».

Nella felice dialettica emulativa fra multinazionali e imprese autoctone, la strutturazione organizzativa e l’innovazione formalizzata costituiscono gli elementi con una maggiore valenza strategica. A Verona da gennaio aprirà lo SpeedHUB, il digital innovation hub che ha la forma di una fondazione di partecipazione creata da Confindustria Verona che per ora ha due fuochi. Il primo è un progetto di formazione sull’economia circolare e il secondo è una analisi della digitalizzazione della supply chain. Il tutto in coerenza progettuale con la mole di investimenti messa in cantiere con le misure per l’Industry 4.0, che qui ammontano a non meno di 3 miliardi di euro. Con SpeedHUB, dunque, si lavorerà sul tecno-collegamento fra l’organismo aziendale, la rete della fornitura e il cliente finale. Un tecno-collegamento che rappresenta il viatico essenziale per riuscire a vitalizzare – nel migliore dei modi possibili – la connessione fra il micro e il macro.

Questa connessione assume, allo stesso tempo, il profilo febbricitante dei traffici e la cifra algida delle statistiche. Basta venire al casello di Verona Nord della A22, l’autostrada del Brennero che incarna la dorsale nord-sud del modello di sviluppo italiano. Fra il dicembre 2016 e il novembre 2017, si sono contati 36mila passaggi di veicoli leggeri e pesanti in più in confronto ai dodici mesi precedenti. Rispetto allo stesso periodo di tre anni prima, l’aumento è stato pari all’8,3 per cento. Sulla A4, la dorsale est-ovest del nostro modello di crescita, se nel 2013 i veicoli leggeri erano stati 14,8 milioni e quelli pesanti 4,1 milioni, nel 2016 sono saliti a 16 milioni e a 4,5 milioni. Le statistiche parlano un’altra lingua rispetto all’osservazione empirica, ma dicono la stessa cosa. Per l’Istat, nel 2016 Verona è stata la quinta provincia per interscambio con l’estero: l’export si è attestato a 10,4 miliardi di euro (+2,9%). Nei primi nove mesi del 2017, l’export è aumentato del 7,1% a 8,3 miliardi di euro.

Nel meccanismo della città-mondo, c’è il doppio problema delle quote di mercato e del valore, della grandezza e del margine. Il dissidio strutturale del capitalismo produttivo italiano: la scelta fra il fare tanto e il fare bene. «Non ho dubbi – riflette Raffaele Boscaini, del gruppo Masi Agricola – fra l’amarone di collina e quello di pianura, preferisco il primo. E, questo, penso valga per tutte le attività economiche. Anche se, io, ragiono da vignaiolo». E sarà vero, se lo dice lui che due anni fa è finito con l’Amarone Serego-Alighieri all’ottavo posto della top ten dei migliori vini al mondo stilata da Wine Spectator. «Poco, buono, fatto bene», ripete Boscaini, che con il suo gruppo ha fatturato nel 2016 64 milioni di euro, con un Ebitda del 24 per cento. «L’85% dei nostri ricavi proviene dall’estero – ricorda – mio padre Sandro è stato un pioniere della diffusione dell’Amarone nel Nord America». Sono di sei anni fa le foto di Raffaele Boscaini con Donald Trump, ricevuto a una degustazione del vino italiano nelle Trump Tower di Chicago. E quelle foto fanno ancora oggi venire in mente – nel classico cortocircuito virtuoso fra locale e globale, città e mondo – Warren Buffett che decide di acquistare il 9% della Cattolica Assicurazioni.

Sandro e Raffaele Boscaini. Ruggero e Michele Bauli. E mille altri come loro. «Mio nonno emigrò per dieci anni in Sud America – racconta Michele Bauli – e la sua nave naufragò vicino alle coste del Brasile. Rimase per qualche tempo a Rio de Janeiro. Quindi raggiunse Buenos Aires, dove abitò e lavorò dieci anni. Poi tornò in questa città. Nonostante le esperienze da emigranti, in una terra dura e povera, per mio nonno Ruggero e per i suoi coetanei il mondo era Verona. Per i nostri padri, la realtà è stata l’Italia. Per noi, il mondo è a Verona. E, da Verona, possiamo raggiungere il mondo».

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