L’Agenzia per l’Italia digitale veleggia senza timoniere in attesa che venga nominato il nuovo direttore generale. Il Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, Diego Piacentini, ed il suo team attendono indicazioni in attesa della fine del mandato, fissata il 16 settembre. E in questa partita M5S e Lega si sfidano sottobanco per guidare una missione di governo strategica. Il piano per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione è arrivato al giro di boa del nuovo esecutivo tra tante difficoltà, alcuni ritardi operativi, una difficile convivenza tra i vertici dell’Agid e il commissario Diego Piacentini, ataviche ritrosie delle amministrazioni locali al cambiamento, risultati ambivalenti.

Antonio Samaritani è stato direttore generale dell’Agenzia per tre anni fino allo scorso 2 luglio 2018, completati anche i 45 giorni di proroga previsti dalla legge. In modo non proprio usuale, l’Agenzia è ora senza vertice infatti il bando per il nuovo direttore scade il 13 luglio e nel frattempo, secondo alcune interpretazioni, potrebbe esserci un tema di rappresentanza legale non garantita e il conseguente inevitabile rallentamento dei progetti, inclusi quelli finanziati con i fondi Ue di cui Agid è beneficiaria.

Dopo un confronto dietro le quinte M5s-Lega, parte di una più ampia partita su sottosegretari e poltrone a tutti i livelli, le competenze sulla digitalizzazione pubblica sono rimaste al ministero della Pa (titolare Giulia Bongiorno, ministro di area Lega), smentendo le ipotesi di un “all in” di Luigi Di Maio allo Sviluppo economico. È il decreto di delega funzioni pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 5 luglio a chiarire che a Giulia Bongiorno vanno le competenze su digitalizzazione Pa e Agenzia per l’Italia digitale. Il bando per il nuovo direttore sembra entrare in aspetti più tecnici rispetto a quello del 2015, a particolare dalla particolare e comprovata qualificazione professionale nel settore Ict, maturata per almeno 5 anni, in posizione dirigenziale presso le Pa o in aziende private. La valutazione spetterà a una Commissione di tre esperti nominata dal ministro Bongiorno successivamente alla presentazione delle candidature. Una short list di tre candidati sarà poi sottoposta al ministro.
Nel frattempo, probabilmente, si lavorerà a un accordo “politico” anche sul commissario e il suo team per la trasformazione digitale
. Ha ancora senso una governance che prevede sia l’Agenzia sia il Commissario? Piacentini aveva accettato l’incarico su chiamata dell’ex premier Matteo Renzi ottenendo un’aspettativa di due anni da Amazon. Una delle ipotesi circolate in queste ore dall’area di governo è una proroga della struttura commissariale per un anno, per facilitare la continuità dei dossier rimasti indietro o a metà strada.

Il dossier di fine mandato

Prima di lasciare i suoi uffici, Samaritani ha consegnato al ministro un dossier di fine mandato che evidenzia il percorso fatto a partire dal 2015, insieme a chiare criticità che restano irrisolte. «Si è spesso detto che Agid faceva troppe cose – dice Samaritani – ma il problema è semmai avere il coraggio politico di pensare una governance che definisca ruoli chiari per tutti i soggetti che a vario titolo si occupano della digitalizzazione del Paese (Consip, società in house e Sogei, commissario e team digitale, Regioni) avendo un’idea precisa di quali siano tutte le attività da presidiare per governare strategia e operatività dell’Ict del Paese. Una governance realmente chiara – aggiunge Samaritani – valorizza competenze e ruoli creando le condizioni per una collaborazione fondata su una relazione win-win e non sulla competizione necessaria per conquistarsi spazi in un campo di gioco variabile».

Il bilancio, risultati e criticità

Dalla teoria ai casi concreti. Spid, il sistema pubblico che consente ai cittadini e alle imprese di accedere ai servizi online della Pa con un’unica identità digitale, ha fatto progressi ma non sono mai decollati i servizi dei privati. Le identità Spid erogate sono 2,6 milioni, le amministrazioni attive 4mila. Ma solo Lottomatica e Bnl (attraverso l’identity provider Infocert) hanno aderito per offrire servizi privati, così il modello è a rischio sostenibilità. Ed il dubbio è che l’operazione Spid in futuro non possa essere più essere a costo zero per lo Stato. «Spid è fondato su un modello di business innovativo – dice Samaritani – fondato sul fatto che i privati investono scommettendo sull’apertura di nuovi mercati. Questa visione definita inizialmente, dovrà essere perseguita con un fortissimo commitment se vogliamo realmente che Spid diventi una delle piattaforme abilitanti della cosiddetta cittadinanza digitale». La stessa osservazione viene replicata per il sistema Pago

Pa per i pagamenti elettronici: oltre 16.000 le amministrazioni attive, per un incasso totale di 1,5 miliardi. «Anche qui serve una riflessione più ampia e approfondita che diventa la definizione dell’approccio di Paese alle piattaforme nazionali. Sono strumenti di politica industriale del digitale? Creano nuovi mercati, nuove competenze, nuove offerte commerciali? Necessitano di una riflessione anche sul fronte della sicurezza nazionale. E soprattutto, come intendiamo gestire il valore che creano i dati che da queste vengono generati?. Ad esempio perché non usare Pago Pa per mettere in relazione costi di riscossione e incassato reale delle amministrazioni?». Nei dossier sulla digitalizzazione rimasti ampiamente indietro rispetto alle ambizioni c’è l’Anpr, l’Anagrafe nazionale della popolazione residente. Qui il team di Palazzo Chigi è riuscito a recuperare in parte terreno, ma siamo comunque fermi a 346 Comuni entrati nel progetto (altri 1.300 sono in “presubentro”). Da completare anche il programma sulla razionalizzazione degli oltre 14mila data center della Pa. Siamo al censimento e all’elaborazione dei dati. «Siamo tutti d’accordo – dice Samaritani – che è necessario ridurre il numero dei datacenter, il tema è come gestire un programma di transizione che comprenda scelte organizzative chiare e leve economico finanziarie per non lasciare da sole le amministrazioni. In una visione sistemica che deve comprendere anche una valutazione relativa ad assetti definiti di sicurezza nazionale».

Il coordinamento delle risorse: 4,6 miliardi in gioco

In eredità al prossimo Dg arriva uno schema di coordinamento dei fondi, per evitare che il livello centrale e le Regioni disperdano sforzi e risorse. «L’Italia, è un paese a ventimila velocità (il numero della Pa italiane) per questo la strada da seguire insistentemente è quella della coesione – osserva il Dg uscente – Abbiamo avviato un percorso di inclusione partendo dalle amministrazioni che aggregano realtà più piccole, saldando le singole agende digitali e la strategia nazionale. Questo percorso, partito attraverso accordi ad hoc con le singole regioni ( e in futuro che le altre amministrazioni aggregatrici) aveva l’obiettivo di coordinare progetti e spesa, per consentire di rispettare i tempi imposti dalla programmazione europea. Le attività in cantiere (dopo la firma della prima regione, l’Abruzzo) consentivano di coordinare circa l’80% dei 4,6 miliardi allocati su Agenda Digitale».

Fondi Ue, rifinanziamento e progetti a rischio

Non c’è governance senza fondi. E anche su questo punto i prossimi mesi si preannunciano impegnativi. Ogni anno Agid riceve dal ministero dell’Economia 9,5 milioni per le attività correnti per i costi di funzionamento. I progetti sono invece finanziati con fondi Ue o con residui di bilancio accantonati dalle precedenti gestioni. Il problema è però coprire le spese dei gestione delle iniziative avviate. Un “buco” quantificabile in almeno una quarantina di milioni all’anno (se si manterrà il livello di progettualità attuale) che, senza rifinanziamenti necessari forse già nella prossima manovra, imporrebbe lo stop a servizi e progetti dalla metà del 2019, come segnalato nella relazione di bilancio di accompagnamento al budget.