L’ultima diga è stata rotta silenziosamente da Apple: a partire da iOS 11.3, il sistema operativo degli iPhone e iPad, sono ammesse le Progressive Web Apps (PWA). Una rivoluzione silenziosa che potrebbe scardinare il paradigma dell’app store, inventato proprio da Apple dieci anni fa, aprendo al via alle app trasversali, multipiattaforma, facili e sostanzialmente al di fuori del controllo dei grandi.

Le PWA sono l’evoluzione finale delle app ibride, cioè i mini-siti interattivi che fanno finta (per interfaccia e paradigma di funzionamento) di essere app native della piattaforma. Le PWA invece sono il passo successivo: applicativi web che progressivamente (da cui il nome) diventano equivalenti ad app native.

Facili da programmare come un sito web, sono però app che si possono utilizzare senza i vincoli degli store: si scaricano e via. C’è però di più: per funzionare le PWA devono essere agnostiche ai browser, cioè utilizzabili a prescindere da Chrome, Safari, Internet Explorer-Edge o Firefox, per non discriminare utenti e piattaforme.

Inutile dire che le PWA sono progettate in modo responsive per funzionare sulla triade dei dispositivi attuali (smartphone, tablet e personal computer) trasversalmente alle grandi famiglie (Apple, Google e Microsoft), pensando anche a futuri fattori di forma oggi inediti, e per funzionare offline. All’apparenza (degli utenti) è l’interfaccia la cosa significativa, ma sotto il cofano sono altre le trasformazioni carsiche.

Fra le tecnicalità si celano infatti alcune rivoluzioni: le PWA sconfiggono il limite dei protocolli web (asincronicità e stateless) creando un modo di funzionamento con dati sempre freschi, ma persistenti e sincronizzati. Inoltre, le PWA sono ”sicure“ (grazie ai protocolli Https per scaricarle) e anche “visibili” al sistema operativo perché dotate degli attributi generici di app, e quindi utilizzabili come risorsa di sistema.

Possono essere condivise facilmente, linkate, messe nella schermata di home e tutto senza passare dall’app store, fino a ieri strumento di grande democratizzazione nella distribuzione del software e per la sicurezza, oggi percepito invece come limite alla libertà di creazione e soprattutto alla trasversalità della distribuzione.

Le PWA nascono perché costruire app native per ciascuna delle piattaforme esistenti ha grandi costi (il codice va ogni volta riscritto da capo) mentre le PWA si scrivono una volta sola e si usano ovunque. Ne patiscono però l’usabilità, il rispetto delle regole guida delle singole intefacce, la coerenza del design. E anche la sicurezza, nonostante sia proprio questa quella che ha fatto nascere le PWA.

Dalle versioni PWA di Starbucks a Uber, da quelle di Flipkart a Google Maps, da Flipboard, ad AliExpress e Tinder, il segreto è nell’evoluzione dei siti web. Accanto al codice Html5, il linguaggio di marcatura che descrive assieme la struttura e il contenuto delle pagine web, sono evoluti sia i fogli di stile (Css3) che JavaScript e gli altri linguaggi che rendono interattivo il web. Il lato client della rete è diventato sempre più performante, anche su dispositivi mobili, e questo ha sancito l’ibridazione definitiva tra le tecnologie web e quelle applicative. È stato Chrome, il browser di Google, a fare da apripista, tanto che buona parte delle specifiche delle app ibride e delle PWA sono definite proprio a Mountain View. Però oggi l’evoluzione è oltre la portata di Google.

Uno degli aspetti chiave è la potenza dei browser, da Chrome a Safari passando per Edge e Firefox. I navigatori moderni accedono a Cpu e Gpu in modo prima riservate ad altre tipologie di applicativi, e le mettono a disposizione del contenuto del web. È necessaria anche una nuova tipologia di strumenti: i Service Workers. Essi sono uno strato intermedio fra il web e l’hardware. A ciascun worker viene assegnato una app PWA e questa specie di golem digitali si prendono carico di sostenerne le loro attività a prescindere dal fatto che il browser sia attivo o no, sia su fisso che su mobile.

Sono i workers insomma le gambe che fanno camminare le PWA, e insieme sono il loro maggior rischio di sicurezza. Però sono il simbolo del nuovo che avanza dentro, e che sta cambiando faccia al modo con il quale si progettano, si realizzano e si consumano le app. Senza che quasi nessuno se ne accorga

L’ultima diga è stata rotta silenziosamente da Apple: a partire da iOS 11.3, il sistema operativo degli iPhone e iPad, sono ammesse le Progressive Web Apps (PWA). Una rivoluzione silenziosa che potrebbe scardinare il paradigma dell’app store, inventato proprio da Apple dieci anni fa, aprendo al via alle app trasversali, multipiattaforma, facili e sostanzialmente al di fuori del controllo dei grandi.

Le PWA sono l’evoluzione finale delle app ibride, cioè i mini-siti interattivi che fanno finta (per interfaccia e paradigma di funzionamento) di essere app native della piattaforma. Le PWA invece sono il passo successivo: applicativi web che progressivamente (da cui il nome) diventano equivalenti ad app native.

Facili da programmare come un sito web, sono però app che si possono utilizzare senza i vincoli degli store: si scaricano e via. C’è però di più: per funzionare le PWA devono essere agnostiche ai browser, cioè utilizzabili a prescindere da Chrome, Safari, Internet Explorer-Edge o Firefox, per non discriminare utenti e piattaforme.

Inutile dire che le PWA sono progettate in modo responsive per funzionare sulla triade dei dispositivi attuali (smartphone, tablet e personal computer) trasversalmente alle grandi famiglie (Apple, Google e Microsoft), pensando anche a futuri fattori di forma oggi inediti, e per funzionare offline. All’apparenza (degli utenti) è l’interfaccia la cosa significativa, ma sotto il cofano sono altre le trasformazioni carsiche.

Fra le tecnicalità si celano infatti alcune rivoluzioni: le PWA sconfiggono il limite dei protocolli web (asincronicità e stateless) creando un modo di funzionamento con dati sempre freschi, ma persistenti e sincronizzati. Inoltre, le PWA sono ”sicure“ (grazie ai protocolli Https per scaricarle) e anche “visibili” al sistema operativo perché dotate degli attributi generici di app, e quindi utilizzabili come risorsa di sistema.

Possono essere condivise facilmente, linkate, messe nella schermata di home e tutto senza passare dall’app store, fino a ieri strumento di grande democratizzazione nella distribuzione del software e per la sicurezza, oggi percepito invece come limite alla libertà di creazione e soprattutto alla trasversalità della distribuzione.

Le PWA nascono perché costruire app native per ciascuna delle piattaforme esistenti ha grandi costi (il codice va ogni volta riscritto da capo) mentre le PWA si scrivono una volta sola e si usano ovunque. Ne patiscono però l’usabilità, il rispetto delle regole guida delle singole intefacce, la coerenza del design. E anche la sicurezza, nonostante sia proprio questa quella che ha fatto nascere le PWA.

Dalle versioni PWA di Starbucks a Uber, da quelle di Flipkart a Google Maps, da Flipboard, ad AliExpress e Tinder, il segreto è nell’evoluzione dei siti web. Accanto al codice Html5, il linguaggio di marcatura che descrive assieme la struttura e il contenuto delle pagine web, sono evoluti sia i fogli di stile (Css3) che JavaScript e gli altri linguaggi che rendono interattivo il web. Il lato client della rete è diventato sempre più performante, anche su dispositivi mobili, e questo ha sancito l’ibridazione definitiva tra le tecnologie web e quelle applicative. È stato Chrome, il browser di Google, a fare da apripista, tanto che buona parte delle specifiche delle app ibride e delle PWA sono definite proprio a Mountain View. Però oggi l’evoluzione è oltre la portata di Google.

Uno degli aspetti chiave è la potenza dei browser, da Chrome a Safari passando per Edge e Firefox. I navigatori moderni accedono a Cpu e Gpu in modo prima riservate ad altre tipologie di applicativi, e le mettono a disposizione del contenuto del web. È necessaria anche una nuova tipologia di strumenti: i Service Workers. Essi sono uno strato intermedio fra il web e l’hardware. A ciascun worker viene assegnato una app PWA e questa specie di golem digitali si prendono carico di sostenerne le loro attività a prescindere dal fatto che il browser sia attivo o no, sia su fisso che su mobile.

Sono i workers insomma le gambe che fanno camminare le PWA, e insieme sono il loro maggior rischio di sicurezza. Però sono il simbolo del nuovo che avanza dentro, e che sta cambiando faccia al modo con il quale si progettano, si realizzano e si consumano le app. Senza che quasi nessuno se ne accorga