Il messaggio è abbastanza chiaro: quando c’è da fare sul serio, c’è Twitter. A poche ore dall’attacco missilistico che la cordata franco-angloamericana ha sferrato nei confronti del regime di Assad, emerge con chiarezza che la comunicazione ufficiale dei leader mondiali preferisca i cinguettii di Twitter ad altri canali.

E la piattaforma di Jack Dorsey, che negli ultimi tre anni ha vissuto fasi molto tormentate, si ritrova al centro della scena, lasciando le briciole agli altri social. Anche al pachidermico Facebook, che dall’alto dei suoi 2,2 miliardi di utenti (circa cinque volte più di Twitter) rimane in penombra, alle pese con uno scandalo sulla gestione dei dati ancora tutto da decifrare.

Twitter è – di fatto – il bollettino ufficiale, il canale cardine, il megafono più rapido. E non è un caso che qualcuno abbia già ribattezzato questo conflitto siriano “la guerra di Twitter”, anche alla luce dei cinguettii di Donald Trump dei giorni scorsi. Nelle ultime ore, sul social network con sede a Market Street, nel centro di San Francisco, sono comparsi i messaggi più significativi dell’azione militare: dagli annunci e alle reazioni.

A partire da Donald Trump, che alle 3:31 (ora italiana) è comparso in video su Periscope (la piattaforma live streaming di Twitter) per annunciare l’attacco, per poi commentare il tutto, una decina d’ore dopo, così: «Un colpo perfettamente eseguito ieri sera. Grazie a Francia e Regno Unito per la loro saggezza e il potere dei loro militari. Non avremmo potuto avere un risultato migliore. Missione compiuta!».

Tweet anche per il presidente, Emmanuel Macron, che alle 5:23 del mattino ha postato in inglese, francese e arabo il seguente messaggio: «Sabato 7 aprile 2018, a Douma, decine di uomini, donne e bambini sono stati massacrati da armi chimiche. La linea rossa è stata superata. Ho quindi ordinato alle forze armate francesi di intervenire».

Nelle stesse ore, sull’account Twitter ufficiale dell’Eliseo è stato postato un video degli aerei da guerra in decollo, con scritto: «Questa notte, le forze armate francesi stanno decollando contro l’arsenale chimico clandestino del regime siriano». Nel pomeriggio, poi, Macron ha aggiunto un tweet, corredato di foto, con scritto: «L’uso di armi chimiche minaccia il popolo siriano e la nostra sicurezza. L’intervento armato di questa notte dimostra la nostra determinazione».

Theresa May, invece, ha twittato in concomitanza di Trump (solo 6 minuti dopo), mentre in Europa era ancora notte. Il tweet riporta un video sottotitolato nel quale la stessa prima ministra inglese annuncia l’attacco.

Anche una delle reazioni più interessanti all’attacco missilistico giunge via Twitter, e porta la firma di della guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei: «L’attacco di stamane sulla Siria è un crimine. Dichiaro fermamente che i presidenti degli Stati Uniti, di Francia e Gran Bretagna hanno commesso un grave crimine. Non otterranno alcun beneficio; proprio come non hanno fatto in Iraq, in Siria e in Afghanistan, negli ultimi anni, commettendo gli stessi atti criminali».

Sempre su Twitter, dicevamo, si era mossa la strategia di Trump nei giorni scorsi. Il presidente Usa aveva palesemente minacciato il conflitto, stuzzicando i nervi di Putin con cinguettii velenosi come quello postato l’11 aprile: «La Russia minaccia di abbattere tutti i missili sparati verso la Siria. Tieniti pronta Russia, perché stanno per arrivare, belli, nuovi e “intelligenti”! Non dovreste essere alleati di un animale assassino che uccide la sua gente con il gas e si diverte». Una serie di tweet che portarono un portavoce del cremlino a dire: «Non partecipiamo alla diplomazia su Twitter».

La piattaforma di Dorsey, dunque, al centro della scena. Una sorta di rivincita, nei confronti di chi su Twitter non scommetteva più un centesimo. Negli ultimi tre anni, del resto, il social network è stato alle prese con problemi vistosi che hanno riportato in sella il fondatore Dorsey, costretto anche ad un doloroso taglio del personale. Senza dimenticare che circa un anno fa, Twitter è stato al centro di diverse trattative per la vendita, con una decina di società interessate all’acquisto. Nessuna, però, è andata in porto. E oggi Dorsey si trova in mano uno strumento fondamentale per la comunicazione geopolitica di questi giorni.