Può trasformare i dati online in informazioni utili per capire quali prodotti vendere, i gusti dei clienti e le aree di business che cresceranno di più. Al momento, però, se ne è accorta meno di una grande azienda italiana su tre. Il data scientist, lo “scienziato dei dati” che analizza i flussi del Web, è il professionista di punta nel mercato degli analytics: un business che vale, solo in Italia, un giro d’affari da oltre 900 milioni di euro. Assumere specialisti del settore permette all’impresa di interpretare il mercato e reggere l’urto di una concorrenza globale. È già scattata la caccia? Sì, ma a rilento: secondo gli ultimi dati del 2016, appena il 30% delle aziende italiane ha reclutato un data scientist una quota ancora più ridotta, il 7%, ha codificato il ruolo in un job title (titolo di lavoro) ufficiale all’interno del suo organico. Nel 2015 ci si fermava al 4%.

Solo 3 grandi imprese su 10 hanno un data scientist

Il quadro è emerso da una ricerca dell’Osservatorio Big data analytics&business intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, con un’indagine svolta su un campione di 900 Cio (chief innovation officer) e circa 300 società. Nel complesso le aziende sembrano essere consapevoli del potenziale dei Big Data: il mercato dei “grandi numeri” ha raggiunto nel 2016 un valore 183 milioni di euro, in crescita del 44% rispetto all’anno precedente. «Proprio il fenomeno Big data ha fatto “entrare nella testa” degli imprenditori che ci sia un vantaggio negli analytics. Ed è così che si è scoperta l’importanza del data science, un fattore che non può essere trascurato» spiega Carlo Vercellis, responsabile scientifico dell’Osservatorio.

L’interesse, però, non si è ancora tradotto in ricerca e formazione di risorse che svolgano il ruolo a tempo pieno. Secondo dati dello stesso report, solo 3 aziende di grandi dimensioni su 10 hanno messo sotto contratto un data scientist all’interno del proprio team. Un ritardo che si rispecchia nei tempi lunghi di maturazione del fenomeno: nel processo di trasformazione a “Big data enterprise”, solo l’8% ha raggiunto un buon livello contro un 26% che sta muovendo i primi passi e un 66% che si considera in fase «intermedia». Quanto ai settori, la destinazione può essere più varia del previsto: a un 26% di data scientist al lavoro in Information&communication technology si affianca un 20% nei servizi, un 16% assunto da banche e assicurazioni, un 14% in forza a Pa e sanità e un 6% che si muove nella consulenza. Il resto si smaltisce, con numeri minori, tra grande distribuzione, manifatturiero, telecomunicazioni e media, pubblicità e utility.

Il tallone d’Achille delle Pmi

C’è chi tema che il mercato dei dati, per florido che sia, rischi di saturarsi con un eccesso di offerta di candidati. Vercellis non vede minacce all’orizzonte, a maggior ragione in Italia: «C’è un bisogno permanente – spiega – E ce lo dimostrano gli over the top: le aziende dell’Ict che hanno costruito sei anni di successi e continuano a fare acquisizioni».

Già, gli “over the top” Fin qui si è parlato di società di grandi dimensioni, quelle che contano più di 249 dipendenti in organico. Se ci si sposta sulle Pmi, i numeri e le aspettative possono ridimensionarsi di molto: le imprese di piccola e media dimensione occupano appena il 13% del mercato degli analytics italiano e solo una su tre (34%) ha dedicato nel 2016 parte del suo budget a soluzioni per l’analisi dei dati. Per il 2017 non si prevedono cambi di rotta radicali: «Sono un po’ scettico – ammette Vercellis – Vedo dei limiti culturali e organizzativi. Bisognerebbe crescere su entrambi i fronti, anche se chiaramente può essere un limite di costo, più che di intenzioni».

L’occasione persa della “data monetization”

Al di là delle dimensioni, le imprese italiane sono poco propense a fare un salto in avanti nel proprio rapporto con la cosiddetta data monetization: la monetizzazione dei dati, i ricavi che si possono ottenere da acquisto e scambio di dati. Il 32% delle imprese interpellate dal Politecnico si limita ad acquistarli, quasi sempre da provider professionali (89%) e solo su temi molto specifici come l’andamento del mercato o i comportamenti dei consumatori. Viceversa, solo il 7% ha iniziato a fare il contrario e a vendere dati ad altre aziende: un canale di profitto secondario al proprio core business che può trasformare l’impresa (anche) in un data provider a tutti gli effetti. Il 26% ha dichiarato di «essere in fase valutativa». In palio, d’altronde, c’è un mercato da quasi un miliardo.