Gli investimenti delle aziende italiane nelle nuove imprese crescono, soprattutto a firma delle piccole e medie organizzazioni, e pilotano la diffusione di modelli di innovazione aperta in tutti i settori industriali. Lo spaccato, sicuramente positivo, emerge dal terzo Osservatorio sull’Open Innovation e il Corporate Venture Capital promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau (e in partnership con Cerved, Confindustria e Piccola Industria Confindustria) e oggetto di prossima presentazione in occasione del primo giorno di Smau Milano 2018, in calendario dal 23 al 25 ottobre presso di Fieramilanocity.Fenomeno extraterritoriale ed extrasettorialePrima di entrare nel merito dei numeri occorre fare una (doverosa) premessa. Sul tema in oggetto vi sono pareri discordanti, perché non sono pochi coloro che non credono alla valenza dell’open innovation “made in Italy”, bollandolo come espressione di logiche tattiche di investimento e non di mirate strategie che puntano al cambiamento di modelli e processi attraverso le nuove tecnologie e il supporto delle nuove aziende tech. L’Osservatorio, per contro, conferma come la collaborazione strutturata tra nuove imprese e imprese consolidate si stia invece radicando: sono infatti 2.329, un numero che equivale a circa un quarto di quelle iscritte nel registro delle imprese innovative (9.647 alla fine del terzo trimestre) tenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico, le startup entrate nel portafoglio dei 7.635 investitori mappati dal rapporto. Di questi, le grandi imprese sono (come immaginabile) una minoranza, poco più di 400, mentre il fatto che il 62% e il 90% dei soci corporate investa (rispettivamente) in startup di regioni e settori diversi dal proprio ribadisce la natura extraregionale ed extrasettoriale del fenomeno. In altre parole, come si legge nella nota che accompagna l’Osservatorio, la partnership con la startup è vista dalle imprese come un elemento fondamentale per diversificare il business e completare l’offerta di soluzioni e servizi con prodotti innovativi e pronti per il mercato. I dati sulle attività di Cvc Meritano particolare attenzione, a nostro avviso, gli indicatori relativi all’impatto attribuito alle attività di Corporate Venture Capital. Se prendiamo in esame il giro di affari complessivo delle startup innovative, pari a 1.2 miliardi di euro, il 41% di questi ricavi, e quindi circa 490 milioni (lo dicono le elaborazioni Cerved sui dati del Mise), arriva da realtà in cui hanno investito le aziende tradizionali. E ancora. Le principali voci di conto economico delle imprese (come fatturato e Roe) che operano come Cvc sono superiori rispetto a quelle delle altre imprese e al contempo è decisamente più positivo il valore di fatturato medio di una startup partecipata in questa forma (che spesso accompagna l’azione degli investitori istituzionali, business angels e VC in primis), rispetto a quelle i cui soci sono persone fisiche o operatori specializzati (244mila euro contro circa 150mila). Dati da prendere con le pinze? Probabilmente sì, ma non va trascurato il fatto che poco meno della metà delle startup partecipate da un investitore Cvc presenti un margine operativo lordo positivo e solo nel 2,7% dei casi sia uscita dal mercato.Gli esempi più significativi a Smau MilanoSono diverse, e associabili a vari settori, le esperienze di open innovation che verranno presentate il 23 ottobre a Smau Milano. Un nome noto dell’industria alimentare come Amadori, per esempio, ha dato vita al fianco di Cereal Docks e Gruppo Finiper a un acceleratore (FoodForward) per le startup italiane attive nel campo dell’agritech, del foodtech e del retail. Altri casi da segnalare sono quindi quelli di Linetech e dello spin-off Linetech Digital, di Miroglio e del proprio Innovation Program e infine di Novartis, che in collaborazione con Fondazione Cariplo ha creato BioUpper, la prima piattaforma italiana di training e accelerazione nel campo delle scienze della vita.