Stringe gli occhi, respira piano, poi li spalanca con quella luce che solo i bambini possiedono quando esplorano il mondo. Lui è Fumito Ueda, 46 anni, artista per vocazione, game designer di professione e uno degli ultimi grandi misteri viventi dell’industria del videogioco. È a Roma per ritirare il Drago D’oro alla carriera, il premio italiano che celebra le eccellenze del mercato.

Riservato, sempre protetto e lontano dai riflettori, Ueda non ha le pose da rock star di molti dei game designer della sua generazione. «Non esco spesso nel senso che non cerco fuori ispirazione per i miei videogiochi. Non mangio quello non riesco a digerire – riflette mentre litiga con un raggio di sole che entra dalla finestra -. Mi piace prendere l’auto e andare da solo al cinema. Guardo le altre persone per capire come reagiscono».

Il viaggio in Italia è una sorpresa e rappresenta una delle sue rarissime apparizioni pubbliche dopo l’uscita l’anno scorso del suo ultimo gioco. Dopo aver creato «Ico» e «Shadow of the Colossus», due giochi rivoluzionari che per la prima volta hanno dimostrato l’esistenza di una dimensione poetica del racconto interattivo, nel 2007 annuncia un nuovo progetto chiamato «Last Guardian». Inizia così uno dei più travagliati parti di questo industria. Il progetto diventa un giallo. Il processo creativo viene interrotto a più riprese. La console dell’epoca sembra ancora inadatta a esprimere le intenzione del game designer giapponese.

Nove anni fa lo incontro a Tokyo. Stesso aspetto e stessa luce negli occhi. L’intenzione è quella di raccontare una relazione unica tra l’infanzia fragile e il corpo colossale di un grifone. Solo a dicembre dell’anno scorso esce per Playstation 4 il suo gioco. «So che è passato tanto tempo – sorride serio -. So di essere considerato un perfezionista e forse è così. Ma per creare devi esserlo. Quando lavoro nascono tante nuove idee. Lo considero un accumulo di piccole cose. Di piccoli progetti». Mentre parla la traduttrice mi confida che sceglie con molta cura le parole. «Nei videogiochi guidiamo l’esperienza del giocatore. Mi domando sempre se i giocatori accetteranno le mie scelte, come reagiranno, se troveranno interessante le sfide che propongo loro».

«Last Guardian» viene accolto bene ma non benissimo dalla critica che ritrova la poetica dei giochi passati. Il dialogo attraverso sguardi e gesti, i silenzi, la fuga del bimbo e della creatura entrambi in qualche modo reietti e abbandonati tra le rovine di civiltà estinte sono elementi dell’immaginario di Ueda che ritroviamo nei suoi giochi e dai quali l’artista non sembra riuscire a sfuggire. Dentro i suoi sogni digitali c’è costante la meraviglia dell’infanzia, la curiosità dell’esplorazione e la suggestione per le sfide contro ostacoli e nemici monumentali. Il videogioco sembra più uno strumento terapeutico per restare in contatto con quello che sembra essere la stagione più creativa della nostra vita.

«Mi concentro sulla mia infanzia, è vero. Quando ero bambino non c’erano i videogiochi. Vivevo in campagna, giocavo all’aria aperta. Mi piaceva costruire reti da pesca – mentre ricorda le descrive nell’aria con le mani – e catturare pesci. Ma non li uccidevo», sottolinea con una strana urgenza. Nei suoi giochi non ci sono battaglie o nemici da uccidere. Non c’è neppure il buonismo dei videogiochi per bambini. Trico, la creatura di «Last Guardian», non è e non si comporta come gli animali che troviamo nei giochi. «Non ero interessato a un prodotto per le famiglie, volevo trasmettere il mistero e l’ambiguità dell’animale. Allo stesso modo non sono interessato ai First Person Shooter (giochi in soggettiva dove si spara ai nemici ndr). O a inventare giochi che richiedono grandi riflessi». Una pausa di riflessione e poi torna a rivolgersi alla traduttrice. «Quando immagino giochi immagino format nuovi». La frase apparentemente è inoffensiva. Ma per una industria del videogioco come quella attuale sempre più adagiata sul successo di pochi titoli seriali, un programmatore-artista che immagina format nuovi è una scommessa vivente dall’esito commercialmente incerto. Forse Fumito Ueda, lo sa. O lo ha capito. Come suggerisce il titolo del suo ultimo gioco, rischia di essere l’ultimo, fragile, “disegnatore” di videogiochi della sua generazione.

Stringe gli occhi, respira piano, poi li spalanca con quella luce che solo i bambini possiedono quando esplorano il mondo. Lui è Fumito Ueda, 46 anni, artista per vocazione, game designer di professione e uno degli ultimi grandi misteri viventi dell’industria del videogioco. È a Roma per ritirare il Drago D’oro alla carriera, il premio italiano che celebra le eccellenze del mercato.

Riservato, sempre protetto e lontano dai riflettori, Ueda non ha le pose da rock star di molti dei game designer della sua generazione. «Non esco spesso nel senso che non cerco fuori ispirazione per i miei videogiochi. Non mangio quello non riesco a digerire – riflette mentre litiga con un raggio di sole che entra dalla finestra -. Mi piace prendere l’auto e andare da solo al cinema. Guardo le altre persone per capire come reagiscono».

Il viaggio in Italia è una sorpresa e rappresenta una delle sue rarissime apparizioni pubbliche dopo l’uscita l’anno scorso del suo ultimo gioco. Dopo aver creato «Ico» e «Shadow of the Colossus», due giochi rivoluzionari che per la prima volta hanno dimostrato l’esistenza di una dimensione poetica del racconto interattivo, nel 2007 annuncia un nuovo progetto chiamato «Last Guardian». Inizia così uno dei più travagliati parti di questo industria. Il progetto diventa un giallo. Il processo creativo viene interrotto a più riprese. La console dell’epoca sembra ancora inadatta a esprimere le intenzione del game designer giapponese.

Nove anni fa lo incontro a Tokyo. Stesso aspetto e stessa luce negli occhi. L’intenzione è quella di raccontare una relazione unica tra l’infanzia fragile e il corpo colossale di un grifone. Solo a dicembre dell’anno scorso esce per Playstation 4 il suo gioco. «So che è passato tanto tempo – sorride serio -. So di essere considerato un perfezionista e forse è così. Ma per creare devi esserlo. Quando lavoro nascono tante nuove idee. Lo considero un accumulo di piccole cose. Di piccoli progetti». Mentre parla la traduttrice mi confida che sceglie con molta cura le parole. «Nei videogiochi guidiamo l’esperienza del giocatore. Mi domando sempre se i giocatori accetteranno le mie scelte, come reagiranno, se troveranno interessante le sfide che propongo loro».

«Last Guardian» viene accolto bene ma non benissimo dalla critica che ritrova la poetica dei giochi passati. Il dialogo attraverso sguardi e gesti, i silenzi, la fuga del bimbo e della creatura entrambi in qualche modo reietti e abbandonati tra le rovine di civiltà estinte sono elementi dell’immaginario di Ueda che ritroviamo nei suoi giochi e dai quali l’artista non sembra riuscire a sfuggire. Dentro i suoi sogni digitali c’è costante la meraviglia dell’infanzia, la curiosità dell’esplorazione e la suggestione per le sfide contro ostacoli e nemici monumentali. Il videogioco sembra più uno strumento terapeutico per restare in contatto con quello che sembra essere la stagione più creativa della nostra vita.

«Mi concentro sulla mia infanzia, è vero. Quando ero bambino non c’erano i videogiochi. Vivevo in campagna, giocavo all’aria aperta. Mi piaceva costruire reti da pesca – mentre ricorda le descrive nell’aria con le mani – e catturare pesci. Ma non li uccidevo», sottolinea con una strana urgenza. Nei suoi giochi non ci sono battaglie o nemici da uccidere. Non c’è neppure il buonismo dei videogiochi per bambini. Trico, la creatura di «Last Guardian», non è e non si comporta come gli animali che troviamo nei giochi. «Non ero interessato a un prodotto per le famiglie, volevo trasmettere il mistero e l’ambiguità dell’animale. Allo stesso modo non sono interessato ai First Person Shooter (giochi in soggettiva dove si spara ai nemici ndr). O a inventare giochi che richiedono grandi riflessi». Una pausa di riflessione e poi torna a rivolgersi alla traduttrice. «Quando immagino giochi immagino format nuovi». La frase apparentemente è inoffensiva. Ma per una industria del videogioco come quella attuale sempre più adagiata sul successo di pochi titoli seriali, un programmatore-artista che immagina format nuovi è una scommessa vivente dall’esito commercialmente incerto. Forse Fumito Ueda, lo sa. O lo ha capito. Come suggerisce il titolo del suo ultimo gioco, rischia di essere l’ultimo, fragile, “disegnatore” di videogiochi della sua generazione.