«Obiettivi? Mi farebbe molto piacere mantenere la nostra quota di mercato». Come dargli torto. Jurgen von Hollen è “mister co-bot”, amministratore delegato del leader mondiale assoluto del settore, la danese Universal Robots, forte del 58% del business globale nel settore della robotica collaborativa. I dati recenti confermano il trend di crescita esplosiva degli ultimi anni, che ha portato l’azienda a 170 milioni di dollari di ricavi, con una accelerazione del 70% nel 2017.

«In questa prima parte del 2018 cresciamo a tassi del 50% – aggiunge l’ad – e il target ragionevole entro qualche anno è quello di arrivare ad un miliardo di ricavi: progetto ambizioso, perché sul business si stanno gettando tante aziende. Nessuna però con i nostri volumi e il nostro know-how e per questo credo che il target sia del tutto realizzabile».

Il manager, che a Monaco alla rassegna “Automatica” presenta le ultime novità, è in effetti seduto su un cavallo in corsa, in grado di intercettare un mercato in progresso esplosivo. La robotica collaborativa, quella che non richiede “gabbie” segregate per operare ma può coesistere fianco a fianco dei lavoratori, è un segmento in forte crescita ovunque. I 100 milioni di dollari del 2015 sono già diventati quasi nel mondo 300 lo scorso anno, si stima arriveranno a due miliardi al 2021. Realizzati con oggetti di dimensioni ridotte e relativamente semplici, in grado di maneggiare carichi limitati, appena una manciata di chili.

Ben diversi rispetto ai fratelli maggiori impiegati ad esempio dai gruppi dell’automotive, che tuttavia richiedono impegni superiori, sia in termini di spazi e infrastrutture di fabbrica, sia in termini di investimenti. «A lungo il nostro è stato un settore sottovalutato – aggiunge il manager – e solo ora ci si inizia ad accorgere delle sue potenzialità: i robot tradizionali crescono del 10-15%, mentre qui siamo nell’ordine del 50-65% di progresso annuo, dunque in un mercato molto attrattivo» .

In Italia, come in molti altri paesi, si tratta ancora di una nicchia microscopica (230 i pezzi installati nel 2017) che comunque presenta un raddoppio anno su anno. Anche le stime di mercato globali inquadrano numeri progressivamente più robusti: i 25mila pezzi venduti nel mondo quest’anno si moltiplicheranno per cinque in tre anni.

«Nel vostro Paese – spiega il ceo -io vedo grandi opportunità e un enorme potenziale. La manifattura italiana è conosciuta in tutto il mondo ed è realizzata da un miriade di Pmi che potranno sfruttare questa tecnologia, il cui punto di forza è proprio la flessibilità».

Il target principale è proprio questo, aziende di dimensioni ridotte che possono adottare i co-bot senza stravolgere l’organizzazione, la logistica e soprattutto il proprio bilancio.

«Il prezzo medio dei nostri prodotti è nell’ordine dei 25mila euro – aggiunge von Hollen – e l’accessibilità è in generale il perno della strategia. Si tratta di oggetti semplici, programmabili in una ventina di minuti, facilmente riconfigurabili. Che però possono migliorare la competitività delle aziende, modificare il loro modo di lavorare. Ci rivolgiamo ad un target comunque difficile, ad aziende che mai nella vita hanno pensato di inserire robot in fabbrica. Ecco perché la più grande sfida è quella della comunicazione, della diffusione della conoscenza su questi temi».

Uno dei nodi riguarda la sicurezza: il fatto che si tratti di oggetti “liberi”, posti a fianco delle persone, pone alle imprese qualche perplessità. Resistenza fisiologica davanti ad una nuova tecnologia, spiega von Hollen, che sarà superata al diffondersi degli oggetti.

La perplessità maggiore è però di tipo sociale e riguarda l’impatto netto dell’automazione sui posti di lavoro. Se arrivano i co-bot cosa faranno ad esempio gli addetti all’assemblaggio? Domanda scontata, anche se simile a quella che si potrebbe porre ad un’oste sulla qualità del proprio vino.

«La robotica collaborativa non elimina posti di lavoro – argomenta von Hollen – ma offre più opportunità alle persone, garantisce “empowerment”, possibilità di svolgere attività a maggior valore aggiunto con un mix virtuoso tra uomo e macchina». L’esempio citato è un cliente costruttore di altoparlanti, dove alcune lavorazioni di pulizia e rifinitura particolarmente gravose sono ora affidate ai co-bot, mentre le persone un tempo impegnate in questa attività adesso verificano gli standard qualitativi e fungono da ispettori.

«I co-bot – conclude von Hollen – sono uno strumento per dare alle aziende e alle persone possibilità in più: e se la competitività di un’impresa migliora, questa è la migliore garanzia per i suoi posti di lavoro».

Come accade del resto per la stessa Universal Robots, arrivata a 520 addetti: dall’inizio dell’anno un nuovo ingresso al giorno.