Una delle mie prime lezioni di economia metteva a confronto la concorrenza perfetta, che era giudicata una cosa bella, con il monopolio, che era giudicato una cosa brutta. C’è di peggio che cominciare gli studi con qualcuno che ti fa notare la differenza tra incoraggiare il miracolo del libero mercato e favorire le depredazioni delle aziende dominanti.

Ma il monopolio sembrava un problema del passato. La Standard Oil era stata smembrata nel 1911, l’AT&T nel 1984. Ormai quando noi economisti ci preoccupavamo delle dimensioni eccessive delle imprese era per i rischi sistemici legati alle banche «troppo grandi per fallire». Ma ora stiamo tornando a preoccuparci dei rischi che derivano non dal fallimento di un’azienda, ma dal suo successo.

Gli esempi più ovvi sono i grandi operatori digitali: Google domina il mercato delle ricerche online, Facebook è il Golia dei social media, Amazon detta legge nel commercio al dettaglio. Ma, come documentano cinque economisti in un nuovo working paper, nel mondo delle imprese americane in generale la concentrazione è in ascesa.

David Autor e i suoi colleghi hanno preso in esame 676 settori negli Stati Uniti (dalle sigarette ai biglietti d’auguri, dagli strumenti musicali ai prestiti a 30 giorni) e hanno scoperto che mediamente, in sei macrosettori (manifatturiero, commercio al dettaglio, finanza, servizi, commercio all’ingrosso e servizi pubblici/trasporti), la quota delle imprese più grandi è in crescita.

Per esempio, all’inizio degli anni 80, le quattro aziende più grosse in tutti i settori dell’industria manifatturiera americana coprivano in media il 38% delle vendite; trent’anni dopo questa percentuale è salita al 43 per cento. Nei servizi pubblici e nei trasporti, la quota di mercato media delle quattro aziende più grosse è cresciuta dal 29 al 37 per cento. Nel commercio al dettaglio, con Walmart e Amazon, l’incremento è stato eclatante: dal 14 al 30 per cento.

È sorprendente. Con la crescita dell’economia mondiale ci si sarebbe aspettati che i mercati diventassero più simili al modello da manuale della concorrenza perfetta, non il contrario. La deregolamentazione dovrebbe consentire una maggiore concorrenza, la globalizzazione dovrebbe esporre gli operatori consolidati alle pressioni della concorrenza estera, la trasparenza sui prezzi dovrebbe rendere più difficile per i pezzi da novanta mantenere la loro posizione.

Perché la concorrenza non ha «grattato via» la posizione di mercato delle aziende più importanti? La spiegazione più semplice è che sono molto brave a fare quello che fanno. La concorrenza per loro non è una minaccia: è un’opportunità.

Le «aziende superstar», come le chiamano Autor e i suoi colleghi, di solito sono più efficienti. Vendono di più e a un costo più basso, e quindi possono contare su un margine di profitto maggiore. Google è l’esempio perfetto in tal senso: il suo algoritmo di ricerca ha conquistato il mercato perché era il migliore. Le alternative sono facilmente accessibili, ma la stragrande maggioranza delle persone non le usa. Google però non è un esempio isolato: le aziende superstar sono cresciute non evitando la concorrenza, ma sconfiggendola.

Non è interamente una cattiva notizia. Ma non è neanche interamente una buona notizia. Il fenomeno dell’azienda superstar è la migliore spiegazione a disposizione di una tendenza tanto sottovalutata quanto preoccupante: dal 1980, negli Stati Uniti e in molte altre economie avanzate, la fetta della torta che finisce nelle tasche dei lavoratori si riduce costantemente (e la distribuzione di questo reddito da lavoro è diventata molto più sperequata durante gli anni 80 e 90).

I lavoratori, dai commessi dei supermercati agli amministratori delegati, dal 1980 a oggi, negli Stati Uniti, hanno visto la loro quota complessiva del valore aggiunto scendere dal 66% circa al 60 per cento circa. La colpa di questo declino della «quota del lavoro» viene spesso attribuita ai commerci internazionali, che rendono la vita più difficile per i lavoratori e più facile per i capitali, che possono muoversi liberamente. Autor e compagnia non trovano dati significativi a conferma di questa teoria.

Sembra invece che la causa siano proprio le aziende superstar. La storia è semplice: queste imprese sono estremamente produttive e riescono a fare di più con meno. Grazie a questa redditività, una parte maggiore del valore aggiunto dall’azienda finisce nelle tasche degli azionisti, e una parte minore nelle tasche dei lavoratori. E quello che succede in questi gruppi tende a riflettersi sull’economia in generale, perché le aziende superstar giocano un ruolo sempre più importante.

Tutto questo rappresenta un grattacapo per le autorità (ammesso che riescano a concentrarsi sul problema al problema abbastanza a lungo). La risposta da dare non è semplice: dopo tutto la crescita di aziende innovative e produttive è benvenuta; sono le conseguenze indesiderate di quella crescita che creano problemi.

Queste conseguenze non sono facili da pronosticare, ma vi propongo due scenari: l’economia statunitense potrebbe finire per diventare come Amazon o come la Microsoft. Lo scenario Amazon è un futuro di concorrenza implacabile, un paradiso per i consumatori ma un incubo per i lavoratori, e con il rischio sempre presente che le imprese dominanti mettano fine alla concorrenza, se così gli gira.

Lo scenario Microsoft incarna la facezia dell’economista John Hicks: «Il miglior profitto di monopolio è una vita tranquilla». La Microsoft negli anni 90 diventò famosa come un’azienda brillante che aveva deciso di tirare su il ponte levatoio bloccando dentro i consumatori e bloccando fuori i concorrenti.

In entrambi gli scenari la gente comune ci rimette, a meno che non possa contare anche su redditi da capitale oltre che da lavoro. Nel lunghissimo periodo, un’economia delle superstar potrebbe diventare un’utopia tecnologica, dove nessuno è costretto a lavorare per vivere. Questo scenario richiederebbe un grosso riallineamento del nostro sistema economico: ma non scommetterei che questo riallineamento avverrà da solo.

Tim Harford è un giornalista di FT e scrittore, autore della rubrica di successo «Undercover Economist» dedicata all’economia comportamentale. Il suo ultimo libro si intitola «Messy. How to Be Creative and Resilient in a Tidy-Minded World».

Copyright The Financial Times Limited 2017 – Traduzione di Fabio Galimberti