Altro che smartwatch: i wearable più venduti in Italia si trovano negli allevamenti e sono i sensori che monitorano gli animali. «La diffusione di tecnologie 4.0 in Italia è a macchia di leopardo, con punte di innovazione notevoli – spiega Filippo Renga, direttore dell’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano – Dobbiamo però considerare che siamo in una fase iniziale di adozione. È necessario lavorare molto per divulgare i benefici di queste tecnologie da un lato, e per far sì che vengano superate ritrosie e si riescano a mettere assieme, anche con l’aiuto di istituzioni pubbliche e associazioni di categoria, le diverse componenti della filiera, cosicché si riesca ad avere un impatto importante, liberando risorse». Ovvero pensare a progetti integrati che, utilizzando le tecnologie, rendano tracciabile tutto il percorso nelle sue tappe: coltivazione, trasformazione, distribuzione, consumo. Perché la tracciabilità risponde – oltre che a requisiti di legge sempre più stringenti – a una domanda crescente di informazione e di fiducia da parte del consumatore finale. E perché la tracciabilità ha ormai un valore imprescindibile per produttori e aziende. Non solo dal punto di vista economico (nel solo settore lattiero-caseario il Politecnico di Milano stima 100 milioni di euro all’anno i risparmi dovuti all’introduzione di tecnologie 4.0) ma di un prodotto made in Italy che si afferma con sempre maggiore determinazione sui mercati, a fronte di una concorrenza implacabile.

«Per noi significa riuscire a lavorare sullo sviluppo del Grana Padano costruendo una strategia di prodotto che è fondamentale sia per stare su mercati sia per tutelare i produttori che riescono ad avere marginalità maggiori per un prodotto di alta qualità» spiega Enrico De Corso, direttore Confcooperative Lombardia, che con il supporto di Promocoop Lombardia e Node sta implementando un progetto di tracciabilità 4.0, in collaborazione con il Consorzio del Grana Padano. In Lombardia ci sono oltre 80 cooperative lattiero-casearie che associano circa 4mila aziende agricole e hanno oltre 2mila occupati. La cooperazione contribuisce per circa il 65% del Grana Padano prodotto in Lombardia e il 47% di quello totale.

Il progetto ha vinto l’anno scorso un bando del Ministero per lo sviluppo economico. Gestito da Invitalia, il bando andava a riconoscere i migliori progetti di adozione delle tecnologie 4.0 nei diversi settori. «La caratteristica distintiva è mettere insieme su una stessa piattaforma tecnologica tutti i soggetti: i produttori agricoli della materia prima, chi fa lo stoccaggio del mangime, gli allevatori, le cooperative di trasformazione, la distribuzione, fino al consumatore finale» spiega Danilo d’Elia, amministratore delegato di Node, che ha ideato la piattaforma e la svilupperà.

L’architettura di base si regge su sistemi di sensoristica di Internet of Things che inviano alla piattaforma tecnologica tutte le informazioni. Questo consentirà il monitoraggio attivo delle colture e dello stato di salute degli animali, il monitoraggio degli impianti e tutto il tracciamento e la refrigerazione. La piattaforma produrrà reportistica e – tramite l’intelligenza artificiale e big data – una serie di analisi predittive sulla produzione. Di fatto la piattaforma da un lato consentirà di gestire la mole di dati prodotta dai sistemi ma dall’altro permetterà di implementare algoritmi in grado di effettuare analisi puntuali e previsionali sull’intera filiera utili al miglioramento della qualità del prodotto, all’aumento dei margini e alla riduzione dei rischi. L’Nfc consentirà la tracciabilità dei singoli lotti. «Chiaramente si è posto il problema della proprietà dei dati – aggiunge d’Elia – Essendo il progetto nato in ambito cooperativo è stato più facile trovare una soluzione, tramite un contratto di rete».

L’ambizione è riuscire a creare un prototipo che possa poi essere replicato ad altri formaggi Dop o di altre produzioni casearie dove il valore intrinseco del prodotto è superiore a quello di un prodotto analogo ma più commerciale. Inoltre potrebbe, in un secondo tempo, essere adattato a filiere diverse come quella della carne e dei cereali. Complessivamente il valore del progetto è di 2,5 milioni di euro che potrebbero essere recuperati in tre anni grazie all’efficientamento su tutta la catena.