Appena qualche anno fa, la Jawbone, il produttore di dispositivi indossabili sull’orlo della liquidazione, vendeva ai vip di Davos braccialetti per il fitness dai colori sgargianti come leccalecca.

Oggi sta vendendo se stessa, pezzo dopo pezzo. Qualcuno potrebbe sostenere che la Jawbone sia finita vittima di tante cose, per esempio dal fatto di essere entrata troppo presto sul mercato (i suoi dispositivi con connettività Bluetooth risalgono alla fine degli anni 90), o di averci messo troppo tempo a capire che cose come il monitoraggio del sonno e dei passi alla fine sarebbero diventate applicazioni disponibili sulle maggiori piattaforme gestite da colossi come Apple e Google, invece che tecnologie autonome che giustificavano dispositivi ed ecosistemi propri.

Ma si potrebbe sostenere altrettanto facilmente che questo «unicorno» della Silicon Valley, che al suo apice vantava una valutazione di 3,2 miliardi di dollari e attirava finanziamenti dai più grandi fondi di venture capital del pianeta (il Sequoia Capital, il Kleiner Perkins Caufield & Byers, l’Andreessen Horowitz e il Khosla Ventures) sia stato vittima del suo stesso successo.

L’azienda ha bruciato così tanti soldi e ha raggiunto valutazioni così stellari che è diventata come uno dei suoi utenti: troppo ricca e grassa per essere in buona salute.

L’anno scorso ha dovuto rivolgersi alla Kuwait Investment Authority per non chiudere i battenti: il che non è mai un buon segno, dato che i fondi di investimento sovrani non sono esattamente gli investitori i più lungimiranti della Silicon Valley. (Arrivano con grandi somme ma in ritardo, offrendo soldi a palate quando altri non lo fanno.)

Una società con una valutazione più bassa e che avesse bruciato meno liquidità avrebbe potuto essere un buon obiettivo di acquisizione o avrebbe potuto essere quotata in Borsa con successo. Invece la dipartita della Jawbone rappresenta l’ennesimo segnale della bolla speculativa in corso nella Silicon Valley.

È una bolla diversa (ma al contempo identica) da quella dell’ultima volta. Nel 2000, start-up come pets.com riuscivano a quotarsi in Borsa e gonfiare il prezzo delle azioni anche se stavano perdendo centinaia di milioni di dollari. Da allora l’ecosistema digitale è cresciuto, è cambiato e si è rafforzato: oggi per ricevere finanziamenti non basta più che un’azienda attacchi un «.com» al proprio nome.
Ma oggi, come allora, non servono necessariamente profitti o clienti paganti per attirare l’interesse degli investitori: possono bastare «utenti» in una nicchia di mercato sulla cresta dell’onda. Si costruiscono storie accattivanti intorno a questi settori (dispositivi indossabili, auto elettriche, l’economia della «condivisione») e le aziende trasmettono segnali di mercato sul loro «valore» con annunci che fanno leva su queste storie (per esempio l’acquisto della Otto, società che gestisce furgoni senza conducente, da parte della Uber per 680 milioni di dollari).

Capitalisti di ventura e investitori di private equity impediscono alla bolla di scoppiare avallando queste valutazioni astronomiche. I più furbi si garantiscono il successo facendosi pagare ricche consulenze e tirandosi fuori prima del disastro attraverso il mercato secondario delle azioni private. Mercato che ha un’insolita liquidità, come mi ha fatto notare recentemente l’economista comportamentale Peter Atwater, grazie agli anni di denaro facile prodotti dall’azione delle Banche centrali.

Il denaro virtuale – generato da valutazioni basate su suggestioni oltre che su fatti – viene utilizzato per pagare salari da capogiro (di questi tempi nella Silicon Valley reclutare un ingegnere che progetta auto senza conducente può costare più di 2 milioni di dollari, fra contanti e stock options). Questi salari a loro volta distorcono il prezzo degli immobili, dei servizi e della manodopera nelle economie di bolla. Viene da piangere a guardare i prezzi di quelle deprimenti case in stile ranch lungo la Route 101, che attraversa la Silicon Valley. Tutto il ciclo fa pensare a «La pazzia delle folle» descritta da Charles Mackay nel 1841.

«Per certi aspetti la Jawbone mi ricorda la Palm [la società che produceva il primo assistente digitale personale], nel senso che esisteva un vero mercato», dice l’investitore Tim O’Reilly, amministratore delegato della O’Reilly Media e autore di un libro di prossima pubblicazione sul ruolo della Silicon Valley nella nostra economia divergente. «Ma da un altro punto di vista riflette la finanziarizzazione del settore tecnologico. La Jawbone ha cavalcato un’ondata di entusiasmo che in fin dei conti era di natura speculativa e rifletteva la bolla speculativa del mercato dell’high tech di oggi».

Il problema di investire nella Silicon Valley è che normalmente solo poche aziende ce la fanno. Come mi ha fatto notare una volta il tecnofobo Warren Buffett, quando Henry Ford introdusse nelle sue fabbriche la catena di montaggio c’erano circa 2.000 aziende che producevano automobili. Investire nel settore dell’auto era una buona idea, ma investire nella maggior parte di quelle aziende no.

Oggi c’è un eccesso di capitali smaniosi di accrescere i profitti in un mondo di bassi rendimenti, e questo ha sospinto l’economia della Silicon Valley a vette ridicole. Ma in fin dei conti i vincitori veri probabilmente saranno quelle poche «superpiattaforme», come Amazon, Google, Facebook e Apple, che possono usare il loro effetto di rete per catturare e controllare i dati, che sono diventati il nuovo oro nero della nostra economia digitale.

Una nuova ricerca accademica condotta da Google, in collaborazione con la Carnegie Mellon University, dimostra che non è tanto la brillantezza di un algoritmo, ma la pura e semplice quantità di dati che ci pompi dentro che consente qualsiasi cosa, da ricerche più accurate per migliorare il riconoscimento facciale a ricerche contro il cancro più mirate.

Io guarderei con attenzione le valutazioni della maggior parte delle società high-tech, private e pubbliche, fatta eccezione per le «superpiattaforme», che sono in grado di usare i dati per controllare i settori più in voga nell’industria dell’high-tech, e potenzialmente in ogni altra industria. È la loro economia di bolla. Noi semplicemente ci viviamo dentro.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Copyright The Financial Times 2017