«È come se avessi scalato una parete ripidissima. Tanta fatica, ma che soddisfazione». Esulta Alessandro Lamberti, 53enne romano, guida alpina e insegnante di arrampicata. E si congratulano con lui anche tanti climbers, ovvero gli arrampicatori che partecipano a Climbook, community dedicata alle scalate. Questa volta non c’entrano corde, moschettoni o imbracature. Perché la parete che Lamberti ha affrontato pochi giorni fa è molto diversa da quelle che abitualmente tenta di scalare. E la sfida si è combattuta a suon di carte bollate sulla proprietà intellettuale. Nel 2015 il colosso Facebook aveva intentato una azione legale per la rimozione del nome della piccola community. Troppo simile Climbook al colosso fondato da Mark Zuckerberg. Ma il Ministero della Sviluppo Economico ha dato ragione a Lamberti.

Con questa pronuncia il sito acceso per aggregare gli arrampicatori di tutto il mondo può continuare a essere consultato. Attualmente Climbook offre gratuitamente recensioni per le arrampicate. «Dal 2009 mappiamo le vie per orientare gli scalatori. Ogni giorno in media accedono e scrivono un centinaio di utenti. Così aumentano le vie inserite. Si tratta di un patrimonio collettivo importante». Il sito si aggiorna costantemente in automatico grazie al contributo di tutti. A oggi la community ha mappato nel mondo oltre 70mila vie, per la maggior parte in Europa e con un peso rilevante in Italia. D’altronde il climbing nel mondo è in crescita. Si tratta di una community numerosa e appassionata: l’arrampicata sportiva coinvolge quasi 100mila persone, mentre coloro che sono federati sono quasi 20mila. E poi ci sono gli amatoriali.

Così nell’agone digitale Davide può battere Golia. In fondo è ciò che ha argomentato il sociologo canadese Malcolm Gladwell nel suo best seller tradotto in Italia dall’eloquente titolo “Perché i piccoli sono più forti dei grandi”. «Piccoli ma agguerriti. Anche perché per noi era importante mantenere il punto. La piattaforma aiuta migliaia di scalatori a orientarsi», precisa Lamberti, raggiunto per l’intervista mentre è in Spagna, insieme a migliaia di compagni di scalate. Sono a Siurana, paese di poche decine di anime della Catalogna a 800 metri di altezza e a due passi dalle vette della Tarragona, capitale mondiale per i climbers. Si tratta di un eldorado verticale con muri, placche, strapiombi di calcare. «Qui per esempio ci sono quasi 4mila vie attrezzate in soli 50 chilometri. E molte di queste le mappiamo sul nostro sito».

Lamberti, cosa rappresenta questo verdetto?

«Per noi è la conferma che stiamo operando nel giusto. Nella nostra attività mappiamo le vie che si trovano nelle pareti di roccia, dando informazioni utili. C’è l’itinerario, ci sono indicazioni testuali e materiale multimediale. Insomma, offriamo una bussola in tempo reale per praticare in sicurezza».

Come è nata Climbook?

«Tutto è partito da una mia intuizione ormai nove anni fa, ma il successo sta nel contributo di tutti in una logica wiki. L’idea iniziale era di creare un diario in cui gli scalatori potessero segnalare le varie ascensioni. Solitamente ogni via ha un nome specifico. Oggi chi decide di intraprendere una scalata legge le recensioni e comprende il grado di difficoltà. Svolgiamo un servizio quasi di pubblica utilità, senza pubblicità. Quindi non siamo un social network. Non c’è bisogno di iscriversi».

Come si è sviluppata la querelle?

«Il primo contatto con Facebook è del 2015, con la ricezione di una lettera da parte di uno studio legale milanese che rappresentava il social network. Nella missiva ci chiedevano di lasciare il dominio Internet perché per gli utenti c’era la possibilità di confondersi».

E allora cosa avete deciso di fare?

«Insieme al team abbiamo avviato un procedimento di contestazione alla opposizione della registrazione del marchio. Peraltro quel nome lo avevamo registrato qualche anno prima. Ma ero sorpreso, sin dall’inizio la vicenda mi è sembrata strana».

In che senso?

«Capisco che una azienda debba proteggere la proprietà intellettuale, ma la radice nominale fondamentale per noi è climb e non credo ci potesse essere possibilità di confondersi. E poi c’è il percepito reputazionale. Non penso che a livello di immagine sia stata una operazione utile per loro».

Poi pochi giorni fa arriva la decisione dell’ufficio brevetti.

«Ha preso questa decisione rigettando la posizione di Facebook e argomentando che non è vero che l’utente medio sia così poco avveduto».

Come ha risposto la rete a seguito di questa azione?

«Ho avuto molta solidarietà, paradossalmente soprattutto su Facebook».