Quando lo scorso settembre, giusto tre messi fa, all’indomani della presentazione dei nuovi iPhone, i principali quotidiani internazionali scrivevano dell’inizio di una guerra fra Apple e Huawei sui processori con tecnologia di processo a 7 nanometri nessuno poteva immaginare come le ostilità politico-commerciali fra Stati Uniti e Cina sarebbero evolute fino a fatti delle ultime ore. L’arresto della manager di Huawei, la “ritorsione” del Governo di Pechino nel vietare la vendita sul mercato domestico di alcuni modelli di iPhone Apple per un caso di violazione di brevetti e il balletto di accuse e smentite incrociato sul tema della sicurezza delle reti di telecomunicazione (mercato in cui la casa cinese gioca un ruolo di primaria importanza in Europa) sono però solo alcune delle facce di una “faida” che si sviluppa anche su altri livelli. Anche più importanti, per alcuni aspetti, come quello dei semiconduttori, dove il fronte della “guerra” si allarga ad altri colossi tecnologici asiatici, Corea del Sud (leggi Samsung) in primis.

Un conflitto che parte da lontanoTorniamo un attimo a metà settembre e alla sfida per la supremazia in ambito mobile fra i giganti di Cupertino e di Shenzen, con Qualcomm a fare ovviamente da terzo e ingombrante incomodo nella partita che porterà i produttori di smartphone a giocarsi le proprie carte in vista dell’avvento delle reti mobili 5G. La battaglia per la supremazia tecnologica fra Occidente e Oriente, come detto, si gioca in profondità, sul piano dell’intelligenza artificiale e su quello, strettamente collegato, dei chip per telefonini e computer. Snapdragon (Qualcomm) ed Exynos (Samsung), A12 Bionic (Apple) e Kirin (Huawei) sono i nomi accattivanti di quella che qualcuno ha giustamente definito “soc (system on chip) war”. Una guerra che per certi versi è una questione di Stato da tempi – per così dire – non sospetti, da quando per esempio il presidente Donald Trump (eravamo a inizio marzo) bloccava la scalata a Qualcomm ad opera di Broadcom (sede legale a Hong Kong) per rischi legati alla sicurezza nazionale, eleggendo indirettamente la società californiana a paladina dell’innovazione a stelle e strisce (al fianco di Intel) nell’industria del silicio. È un dato di fatto che Qualcomm sia oggi un attore importante nello scacchiere tech mondiale, soprattutto guardando alle reti mobili di quinta generazione (in questa direzione vanno gli ultimi annunci della casa di San Diego per la famiglia Snapdragon), ambito nel quale gli Stati Uniti vogliono continuare a essere davanti a tutti. All’ultimo Mobile World Congress di Barcellona, lo scorso febbraio, il numero uno della Fcc (Federal Communications Commission), Ajit Pai, ha ribadito questo concetto facendo espressamente riferimento a Huawei e al rischio che ad aggiudicarsi questo pezzo di business tecnologico nel prossimo quinquennio possa essere proprio la Cina. Ma Qualcomm (a braccetto con Google per gli smartphone Android e con Amazon per gli smart device equipaggiato con l’assistente vocale Alexa) ed Apple hanno le risorse per contrastare la corsa in avanti dei concorrenti asiatici?

Huawei simbolo di un’offensiva alla leadership tech americanaChe i chip siano l’oggetto della contesa tra Usa e Cina ne è convinto per esempio l’Economist, che in un analisi pubblicata qualche giorno fa ha messo a fuoco la questione inserendo inequivocabilmente nel titolo dell’articolo il concetto di “silicon supremacy”. I processori a più cervelli, i system on chip che controllano le operazione di smartphone e non solo, sono di fatto un pilastro della sicurezza di una nazione. Anche più, se possibile, delle stesse infrastrutture di rete. Lo scenario che si è delineato è abbastanza chiaro. Gli Stati Uniti hanno sicuramente mal digerito che Samsung abbia oscurato il predominio di Intel nel mercato dei semiconduttori perché in qualche modo “sancisce” la vittoria (certo non definitiva) della tecnologia che rimanda ad Arm (oggi di proprietà giapponese) su quella x86, per decenni dominante in ambito computing (ricordate Wintel, e cioè i sistemi Windows basati su Cpu Intel?). Il peso sempre più ingombrante di Huawei nell’industria mobile, questo l’altro fronte caldo, è sicuramente una turbativa non solo per Apple ma per l’intera leadership tecnologica e culturale americana nei semiconduttori.

«L’industria dei microprocessori – scrive non a caso l’Economist – è quella in cui la leadership industriale americana e le ambizioni da superpotenza cinesi si scontrano in modo più diretto». E questo perché la battaglia sul digitale si gioca ovunque. Nei device, nelle auto connesse, nelle case, dentro le fabbriche e nelle infrastrutture informatiche delle banche, nei sistemi che muovono gli eserciti e le attività di cyberspionaggio. Non ci si deve stupire, insomma, se nel piano “Made in China 2025” che vuole sancire la supremazia tecnologica del Dragone nel mondo, i semiconduttori siano un elemento chiave e centrale. E neppure del fatto che il ministero delle Finanze cinese abbia di recente annunciato di aver introdotto nuove agevolazioni fiscali per le imprese locali che producono semiconduttori, perché nel piano di Pechino c’è la ferma volontà di sganciarsi dalle forniture Usa (Huawei sta sviluppando un sistema operativo mobile per avere un’alternativa “home made” a Google e al suo Android) e diventare il primo produttore di semiconduttori entro il 2030.

L’amministrazione Trump, per contro, ha messo a più riprese i bastoni fra le ruote alle aziende cinesi, da Broadcom a Zte per arrivare a Huawei. La sicurezza delle reti di telecomunicazione, rispetto allo scenario che abbiamo di fronte, è solo uno degli aspetti della questione. Riportare negli Usa l’intera filiera dei semiconduttori è un “american dream” praticamente impossibile e fermare l’azione dello Stato cinese a sostegno dei suoi giganti tech (come fece Washington con la Silicon Valley qualche decennio fa) lo è altrettanto. Difficile pronosticare oggi come andrà a finire. Di sicuro chi avrà in mano il controllo del silicio giocherà la partita da favorito.