LUSSEMBURGO – La magistratura europea ha rimesso in discussione gli accordi tra Stati Uniti e Unione Europea nella gestione della privacy su Internet, definendo illegale l’intesa di 15 anni fa, Safe Harbour, che regolamenta il trasferimento di dati sui due lati dell’Atlantico. La sentenza, che segue di qualche giorno il punto di vista dell’avvocato generale Yves Bot, potrebbe permettere il blocco del trasferimento dei dati personali degli utenti di Facebook e di altri reti sociali.

«Questa decisione è un colpo alla sorveglianza di massa operata dagli Stati Uniti che si poggia principalmente su partner privati», ha detto in un comunicato Max Schrems. Quest’ultimo, un giurista austriaco, è stato all’origine del ricorso presentato dinanzi alle autorità irlandesi nel 2011, due anni prima dello scoppio del Datagate, la vicenda delle intercettazioni illegali da parte dei servizi segreti americani. Schrems si è opposto in tribunale al trasferimento dei suoi dati personali sui computer centrali di Facebook negli Stati Uniti, spiegando che le autorità americane non offrono garanzie sufficienti.

Nel 2000, la Commissione europea aveva considerato l’accordo Safe Harbour sufficientemente sicuro. «L’esistenza di una decisione della Commissione secondo la quale un paese terzo assicura un livello di protezione adeguato sui dati personali trasferiti all’estero (…) non può ridurre i poteri di cui godono le autorità nazionali di controllo», ha detto la Corte europea di Giustizia in un comunicato. Il tribunale ha considerato «invalida» la decisione dell’esecutivo comunitario.
In questo contesto, la Corte europea di Giustizia, che ha sede in Lussemburgo, ha precisato che le autorità irlandesi, a cui aveva fatto ricorso lo stesso Schrems, hanno tutto il diritto di valutare pienamente le garanzie americane nel trasferimento dei dati personali oltre-Atlantico. L’eurodeputata liberale olandese Sophie In’t Veld si è congratulata. Da Strasburgo, dove il Parlamento europeo è in sessione, ha parlato di «chiodo nella bara di Safe Harbour».

«È imperativo – afferma una portavoce di Facebook in un comunicato stampa – che i governi dell’Unione europea e quello statunitense assicurino di continuare a fornire metodi affidabili per il trasferimento legale di dati e di risolvere qualsiasi questione relativa alla sicurezza nazionale». Facebook ha poi negato di aver commesso illeciti e ha sottolineato che «in discussione c’è uno dei meccanismi che la legge europea fornisce per consentire il trasferimento transatlantico dei dati».

La sentenza europea giunge mentre molte aziende americane, tra cui Google e Yahoo!, sono alle prese con le preoccupazioni europee per il modo in cui la privacy è protetta negli Stati Uniti. Peraltro, il clima generale tra i due lati dell’Atlantico è difficile, segnato da trattative commerciali per un accordo di libero scambio che vanno a rilento, incomprensioni in politica internazionale, oltre che dalle intercettazioni americane della classa politica europea che hanno provocato clamore.