Esistono i soliti videogiochi, e quelli come L.A. Noire: scommesse che portano con sé nuove idee, strutture innovative, e che anche senza essere dei capolavori spesso danno il via a nuovi generi, nuovi filoni che le altre software house iniziano timidamente a ricalcare e che, tentativo dopo tentativo, a volte, arrivano a generare nuovi classici di cui ricordarsi per sempre. Sei anni fa, questo atipico gioco di Rockstar Games (gli stessi del blockbuster Grand Theft Auto di cui l’ultimo capitolo ha di recente superato le ottantacinque milioni di copie vendute nel mondo), dove si impersona un poliziotto e non il solito fuorilegge, attirò su di sé molto interesse, anche da chi i videogiochi non li frequentava così spesso. L’aspetto più interessante di L.A. Noire, che come si evince dal titolo si snoda attraverso un’interessante trama ambientata in una perversa Hollywoodland anni ’40, era e rimane ancora oggi la tecnologia che venne utilizzata per trasporre le performance degli attori nel gioco. Il sistema, chiamato MotionScan, permetteva di fare ciò che oggi è un’usanza piuttosto comune nel cinema come nei videogiochi ma che sei anni fa, e senza sacrificare rischioso fotorealismo, lasciò un segno piuttosto profondo in entrambi i settori: registrare in tempo reale le performance facciali degli attori per poi riversarle tali e quali nel gioco. Grazie al MotionScan, i giocatori avevano per la prima volta la sensazione di trovarsi davanti a persone in carne ed ossa, capaci di un’espressività che anche oggi probabilmente non si è mai più vista. Da questa innovazione tecnica scaturisce anche l’idea alla base dell’impianto ludico di L.A.Noire che, tra le altre cose, comprende anche un sistema di interrogatori che permette ai videogiocatori di intuire chi sta mentendo e chi no anche semplicemente osservando i loro tic, leggendogli in qualche modo l’anima. Per questo motivo, ma anche per essersi in qualche modo ispirato al film L’Assoluzione di Ulu Gosbard dove Robert De Niro è il co-protagonista, L.A. Noire venne selezionato dall’attore americano e da Geoff Gilmore per far parte dell’edizione 2011 del prestigioso Tribeca Film Festival di New York, e con delle motivazioni decisamente altisonanti.
Una seconda possibilità

La verità è che L.A. Noire non è mai stato un gioco totalmente riuscito, e non ha né avuto seguiti e né emuli, persino il MotionScan è stato più un incubo che un piacere per chi ha dovuto lavorarci, nona caso non venne mai più utilizzato dopo questo gioco. Ma tutto questo ha contribuito a rendere L.A. Noire un’esperienza straordinaria, sui generis, di cui i videogiochi hanno sempre più bisogno, e che oggi potrà finalmente essere apprezzata da un nuovo pubblico grazie alla versione “rimasterizzata” per tutte le console da gioco in circolazione, da PlayStation 4 al Nintendo Switch, passando per Xbox One e, in una versione riveduta e corretta, per la realtà virtuale del visore HTC Vive. Il gioco ora può raggiungere risoluzioni più alte, può contare su qualche effetto grafico aggiuntivo, pur rimanendo essenzialmente lo stesso di sempre: un’avventura suddivisa organicamente in sequenze d’azione dove si guida e si spara, sequenze investigative dove si cercando prove in grado di dipanare il mistero di turno e naturalmente i famosi interrogatori, dove in base agli indizi raccolti e al comportamento del sospettato dovremo decretare se starà dicendo la verità o mentendo spudoratamente. L’unica console su cui è possibile trovare differenze più marcate rispetto alla versione originale è il Nintendo Switch, dove oltre ai classici comandi è possibile utilizzare sia il touch screen di cui è fornita la console che le funzioni da motion controller presenti nei suoi particolari joypad.

C’è poi da considerare che a differenza di ciò che accade sulla normale Tv, i limiti di una grafica che nonostante i lifting tecnici non può nascondere totalmente la sua età, vengono levigati dalle piccole dimensioni dello schermo montato nella console ibrida Nintendo, assottigliando fino a far scomparire totalmente il gap con i giochi di ultima generazione. Infine, il ritorno di L.A.Noire ha permesso a Rockstar Games di sperimentare per la prima volta con la realtà virtuale, confezionando una versione del gioco che comprende una selezione dei casi più adatti per essere riadattati specificatamente per questa nuova e affascinante tecnologia. L.A. Noire in versione realtà virtuale spedisce direttamente nel passato, con la possibilità di guardare finalmente negli occhi i diversi personaggi, interagire brevi manu con gli oggetti di scena, scrivere liberamente sull’immancabile taccuino da investigatori su cui verranno elencate tutte le prove, sudare le proverbiali sette camicie cercando di avere la meglio in indiavolate scazzottate, e godendosi il panorama in primissima persona mentre si è alla guida di auto d’epoca nella suggestiva Los Angeles riprodotta con efficace maestria dagli artisti di Rockstar Games. Nonostante i suoi limiti, tecnici e di puro gameplay, L.A. Noire resta un prodotto dal fascino indiscusso esattamente come la sua peculiare trama, capace di toccare corde decisamente fuori dagli schemi del tipico videogioco e di trarre un ulteriore dose di fascino da alcuni preziosi punti di contatto con la realtà, qui presente con i i disturbi post traumatici dei tanti rientrati negli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale, con il mistero della cosiddetta Black Dhalia su cui saremo chiamati ad indagare in prima persona, e con la solita femme fatale che inevitabilmente, in puro stile noir, trascinerà nel suo personale inferno anche il protagonista Cole Phelps..