Dagli algoritmi alla intelligenza artificiale (Ia). Siamo ai primi passi di questa rivoluzione annunciata le cui ricadute per il momento sono difficili da immaginare. Su questo fronte caldo dell’innovazione puntano le più grandi aziende italiane, quelle con ricavi superiori ai 1,5 miliardi di dollari, che nel 56% dei casi hanno avviato progetti di Ia, in particolare usando (nel 35% dei casi) piattaforme per l’elaborazione intelligente dei dati. Un altro 25% già impiega chatbot, gli assistenti virtuali che “chattando” aiutano il cliente. Una fase ancora embrionale di utilizzo delle opportunità di questa tecnologia in cui le imprese italiane, rispetto alle esperienze estere, sembrano preferire applicazioni più mature e meno sperimentali. A livello internazionale in prima linea nell’implementare i progetti di Ia ci sono banche, assicurazioni e la finanza (21% delle applicazioni), l’auto (12%) che precede i settori dell’hi-tech, retail e telco (tra il 6 e l’8%).

È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial intelligence della School of Management del Politecnico di Milano che viene presentata oggi. «Le imprese italiane stanno ponendo grande attenzione per non perdere occasioni di miglioramento della competitività – premette Alessandro Perego, Responsabile scientifico dell’Osservatorio —. Per coglierne a pieno i potenziali benefici, però, devono innanzitutto conoscere a fondo l’offerta di soluzioni disponibili e poi intervenire sui processi organizzativi e sul rafforzamento delle competenze, perché il personale sia effettivamente in grado di valorizzare le abilità delle macchine».

Nel mondo, evidenzia l’Osservatorio, sono 337 le grandi società con oltre 15 miliardi di dollari di ricavi che stanno lavorando a progetti e piattaforme di intelligenza artificiale. Scrutando l’universo delle grandi aziende italiane si arriva a 105 imprese. Una su due, poi, ha deciso di iniziare a investire in questi progetti contro il quasi 70% delle omologhe tedesche e francesi. Le italiane come attività core privilegiano piattaforme come le chatbot mentre non hanno ancora imboccato la via delle soluzioni per il supporto dei processi interni aziendali.

«Al momento le soluzioni pronte all’uso sono limitate e spesso fare raggiungere alla macchina un livello di prestazioni simile o superiore a quella umana – spiega Stefano Tubaro, Responsabile scientifico dell’Osservatorio – richiede un grande impegno sia nella fase preparatoria ( infrastrutture, patrimonio informativo, competenze e cultura) sia in corso d’opera per l’apprendimento della macchina (il machine learning ndr) che per il costante aggiornamento e miglioramento dei dati».

Quali sono le aree applicative su cui, nel mondo, si stanno concentrando gli investimenti delle big company? Dall’Osservatorio emerge una grande attività nell’ambito dell’elaborazione intelligente dei dati (35%) dove con gli algoritmi di Ia si avviano processi già strutturati, le chatbot (25%) e le “raccomandazioni” (10%), indicazioni personalizzate per indirizzare le scelte del potenziale cliente nel percorso d’acquisto. Qui i portali dell’ecommerce come Amazon, eBay e Alibaba sono quasi imbattibili.

Seguono le aree che più colpiscono la fantasia come l’analisi delle immagini per il riconoscimento biometrico, i veicoli a guida totalmente autonoma e gli oggetti intelligenti, i cui sensori – come, per esempio, videocamere e microfoni, interagiscono con l’ambiente circostante e apprendono abitudini e azioni degli umani mentre si può dire che siamo ai primordi dei robot autonomi.

Nello sviluppo degli algoritmi un ruolo chiave lo giocano le circa 460 start up che in tutto il mondo sono impegnate nello sviluppo delle funzionalità per l’Ia. Negli ultimi cinque anni hanno ricevuto finanziamenti per complessivi 2,2 miliardi di dollari. Nel 2017 si è vista la crescita dell’importo medio finanziato passato a 8,8 milioni di dollari da 5,5, ma chi è impegnato nelle soluzioni per il veicolo autonomo ha ricevuto quasi 38 milioni di fondi.

Dagli algoritmi alla intelligenza artificiale (Ia). Siamo ai primi passi di questa rivoluzione annunciata le cui ricadute per il momento sono difficili da immaginare. Su questo fronte caldo dell’innovazione puntano le più grandi aziende italiane, quelle con ricavi superiori ai 1,5 miliardi di dollari, che nel 56% dei casi hanno avviato progetti di Ia, in particolare usando (nel 35% dei casi) piattaforme per l’elaborazione intelligente dei dati. Un altro 25% già impiega chatbot, gli assistenti virtuali che “chattando” aiutano il cliente. Una fase ancora embrionale di utilizzo delle opportunità di questa tecnologia in cui le imprese italiane, rispetto alle esperienze estere, sembrano preferire applicazioni più mature e meno sperimentali. A livello internazionale in prima linea nell’implementare i progetti di Ia ci sono banche, assicurazioni e la finanza (21% delle applicazioni), l’auto (12%) che precede i settori dell’hi-tech, retail e telco (tra il 6 e l’8%).

È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial intelligence della School of Management del Politecnico di Milano che viene presentata oggi. «Le imprese italiane stanno ponendo grande attenzione per non perdere occasioni di miglioramento della competitività – premette Alessandro Perego, Responsabile scientifico dell’Osservatorio —. Per coglierne a pieno i potenziali benefici, però, devono innanzitutto conoscere a fondo l’offerta di soluzioni disponibili e poi intervenire sui processi organizzativi e sul rafforzamento delle competenze, perché il personale sia effettivamente in grado di valorizzare le abilità delle macchine».

Nel mondo, evidenzia l’Osservatorio, sono 337 le grandi società con oltre 15 miliardi di dollari di ricavi che stanno lavorando a progetti e piattaforme di intelligenza artificiale. Scrutando l’universo delle grandi aziende italiane si arriva a 105 imprese. Una su due, poi, ha deciso di iniziare a investire in questi progetti contro il quasi 70% delle omologhe tedesche e francesi. Le italiane come attività core privilegiano piattaforme come le chatbot mentre non hanno ancora imboccato la via delle soluzioni per il supporto dei processi interni aziendali.

«Al momento le soluzioni pronte all’uso sono limitate e spesso fare raggiungere alla macchina un livello di prestazioni simile o superiore a quella umana – spiega Stefano Tubaro, Responsabile scientifico dell’Osservatorio – richiede un grande impegno sia nella fase preparatoria ( infrastrutture, patrimonio informativo, competenze e cultura) sia in corso d’opera per l’apprendimento della macchina (il machine learning ndr) che per il costante aggiornamento e miglioramento dei dati».

Quali sono le aree applicative su cui, nel mondo, si stanno concentrando gli investimenti delle big company? Dall’Osservatorio emerge una grande attività nell’ambito dell’elaborazione intelligente dei dati (35%) dove con gli algoritmi di Ia si avviano processi già strutturati, le chatbot (25%) e le “raccomandazioni” (10%), indicazioni personalizzate per indirizzare le scelte del potenziale cliente nel percorso d’acquisto. Qui i portali dell’ecommerce come Amazon, eBay e Alibaba sono quasi imbattibili.

Seguono le aree che più colpiscono la fantasia come l’analisi delle immagini per il riconoscimento biometrico, i veicoli a guida totalmente autonoma e gli oggetti intelligenti, i cui sensori – come, per esempio, videocamere e microfoni, interagiscono con l’ambiente circostante e apprendono abitudini e azioni degli umani mentre si può dire che siamo ai primordi dei robot autonomi.

Nello sviluppo degli algoritmi un ruolo chiave lo giocano le circa 460 start up che in tutto il mondo sono impegnate nello sviluppo delle funzionalità per l’Ia. Negli ultimi cinque anni hanno ricevuto finanziamenti per complessivi 2,2 miliardi di dollari. Nel 2017 si è vista la crescita dell’importo medio finanziato passato a 8,8 milioni di dollari da 5,5, ma chi è impegnato nelle soluzioni per il veicolo autonomo ha ricevuto quasi 38 milioni di fondi.

Dagli algoritmi alla intelligenza artificiale (Ia). Siamo ai primi passi di questa rivoluzione annunciata le cui ricadute per il momento sono difficili da immaginare. Su questo fronte caldo dell’innovazione puntano le più grandi aziende italiane, quelle con ricavi superiori ai 1,5 miliardi di dollari, che nel 56% dei casi hanno avviato progetti di Ia, in particolare usando (nel 35% dei casi) piattaforme per l’elaborazione intelligente dei dati. Un altro 25% già impiega chatbot, gli assistenti virtuali che “chattando” aiutano il cliente. Una fase ancora embrionale di utilizzo delle opportunità di questa tecnologia in cui le imprese italiane, rispetto alle esperienze estere, sembrano preferire applicazioni più mature e meno sperimentali. A livello internazionale in prima linea nell’implementare i progetti di Ia ci sono banche, assicurazioni e la finanza (21% delle applicazioni), l’auto (12%) che precede i settori dell’hi-tech, retail e telco (tra il 6 e l’8%).

È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial intelligence della School of Management del Politecnico di Milano che viene presentata oggi. «Le imprese italiane stanno ponendo grande attenzione per non perdere occasioni di miglioramento della competitività – premette Alessandro Perego, Responsabile scientifico dell’Osservatorio —. Per coglierne a pieno i potenziali benefici, però, devono innanzitutto conoscere a fondo l’offerta di soluzioni disponibili e poi intervenire sui processi organizzativi e sul rafforzamento delle competenze, perché il personale sia effettivamente in grado di valorizzare le abilità delle macchine».

Nel mondo, evidenzia l’Osservatorio, sono 337 le grandi società con oltre 15 miliardi di dollari di ricavi che stanno lavorando a progetti e piattaforme di intelligenza artificiale. Scrutando l’universo delle grandi aziende italiane si arriva a 105 imprese. Una su due, poi, ha deciso di iniziare a investire in questi progetti contro il quasi 70% delle omologhe tedesche e francesi. Le italiane come attività core privilegiano piattaforme come le chatbot mentre non hanno ancora imboccato la via delle soluzioni per il supporto dei processi interni aziendali.

«Al momento le soluzioni pronte all’uso sono limitate e spesso fare raggiungere alla macchina un livello di prestazioni simile o superiore a quella umana – spiega Stefano Tubaro, Responsabile scientifico dell’Osservatorio – richiede un grande impegno sia nella fase preparatoria ( infrastrutture, patrimonio informativo, competenze e cultura) sia in corso d’opera per l’apprendimento della macchina (il machine learning ndr) che per il costante aggiornamento e miglioramento dei dati».

Quali sono le aree applicative su cui, nel mondo, si stanno concentrando gli investimenti delle big company? Dall’Osservatorio emerge una grande attività nell’ambito dell’elaborazione intelligente dei dati (35%) dove con gli algoritmi di Ia si avviano processi già strutturati, le chatbot (25%) e le “raccomandazioni” (10%), indicazioni personalizzate per indirizzare le scelte del potenziale cliente nel percorso d’acquisto. Qui i portali dell’ecommerce come Amazon, eBay e Alibaba sono quasi imbattibili.

Seguono le aree che più colpiscono la fantasia come l’analisi delle immagini per il riconoscimento biometrico, i veicoli a guida totalmente autonoma e gli oggetti intelligenti, i cui sensori – come, per esempio, videocamere e microfoni, interagiscono con l’ambiente circostante e apprendono abitudini e azioni degli umani mentre si può dire che siamo ai primordi dei robot autonomi.

Nello sviluppo degli algoritmi un ruolo chiave lo giocano le circa 460 start up che in tutto il mondo sono impegnate nello sviluppo delle funzionalità per l’Ia. Negli ultimi cinque anni hanno ricevuto finanziamenti per complessivi 2,2 miliardi di dollari. Nel 2017 si è vista la crescita dell’importo medio finanziato passato a 8,8 milioni di dollari da 5,5, ma chi è impegnato nelle soluzioni per il veicolo autonomo ha ricevuto quasi 38 milioni di fondi.