«La digital transformation è una moda del momento? Assolutamente no, non è uno scherzo, perché le aziende che hanno già attuato progetti legati all’utilizzo delle nuove tecnologie raggiungono una profittabilità superiore del 26% rispetto alle altre aziende, e una maggiore valorizzazione di mercato nell’ordine del 12%. È dunque certo che il digitale ripaghi e offra un vantaggio competitivo”.

Neil Sholay, vice president Innovation di Oracle per la regione Emea e J-Apac (Giappone e Asia Pacifico), passato di recente in Italia per partecipare all’edizione milanese della R&D Management Conference, esprime un pensiero molto netto, coniando una definizione ascoltata finora poche volte: «Il digitale è il prodotto». Un concetto che, partorito da chi ha una responsabilità di “go-to-market” nell’ambito della strategia del colosso tecnologico americano, pesa e suona come una sorta di invito a procedere, molto esplicito, per le aziende.

«La digital trasformation – spiega Sholay – è accessibile per tutte le imprese, che devono però pensare e agire da technology company, a prescindere dalle industry di appartenenza. Alcuni mercati sono più maturi ma è un’evoluzione obbligata per tutti, e lo dico dopo aver incontrato negli ultimi cinque anni le figure di vertice delle aziende, e quindi Ceo, Cio e chief financial officer, e spiegato loro il cammino da intraprendere, e il perché dell’adozione di certe soluzioni, per il bene del loro business».

Ci sono diversi studi che confermano come il cambiamento guidato dal digitale sia una priorità (almeno sulla carta) per quasi tutte le organizzazioni, anche quelle di medie dimensioni, passando dal banking all’automotive, dal retail all’healthcare. «Ogni settore ha capito la necessità di questa trasformazione, ora è questione di capire come intraprendere questo viaggio», ribadisce il manager di Oracle.

Il discorso vale anche per l’Italia? Sì, e non ci sono grandissime differenze rispetto agli Usa perché, a detta di Sholay, siamo un mercato interessante in cui operano marchi e imprese «davvero molto agili e veloci nell’adozione del digitale». Se il settore automotive in tal senso fa scuola, puntando in particolare su soluzioni in cloud per la gestione della supply chain e della customer experience, il settore bancario italiano procede ancora lento nonostante non manchino casi concreti di innovazione (da Oracle citano in proposito come referenza Invest Banca) legati al digitale. Moleskine, e cambiamo completamente comparto, è invece un esempio di reale open innovation.

Internet of things, intelligenza artificiale, blockchain e machine learning sono i principali filoni tecnologici che accompagneranno d’ora in avanti il percorso delle aziende per diventare digital. «Due anni fa – questa la precisa fotografia di Sholay – la trasformazione era appoggiata agli strumenti social, al mobile, alle analytics e al cloud. In due anni, queste tecnologie sono già pervasive. Per i prossimi anni guardiamo all’edge e al cognitive computing, alla realtà aumentata e virtuale e alle interfacce integrate nel sistema It che combinano il controllo del gesto e quello del tocco. Entro dodici mesi, invece, parleremo di robotic process automation, tecnologia che sta già accelerando e sarà limitata a settori molto specifici come la finanza, la manifattura e l’industria pesante».

Nell’approccio alla trasformazione, le aziende oggi mostrano livelli di maturità molto diversi: si va da organizzazioni (definite “resister”, in Europa rappresentano il 21% del totale) che non comprendono e non credono nel valore del digitale a quelle (battezzate “transformer”, il 18% del mercato europeo) in cui il digitale è pervasivo, non solo nell’ambito informatico, ma anche a livello di marketing, finanza, supply chain e risorse umane. Scalare l’innovazione, per tutte, è il punto di rottura. «Il grande ostacolo è la scalability – precisa Sholay – : molte aziende dicono di credere nell’innovazione, ma poi sono poche quelle che vincono sul mercato e capiscono quali sono gli elementi per essere davvero competitivi. Per l’80% delle imprese l’innovazione è importante per market share e business model, per noi è invece sinonimo di velocità di esecuzione sul mercato».

Ma chi deve farsi carico di spingere l’azienda a muoversi rispetto a questo obiettivo? Il leader dell’innovazione in azienda può essere il Cfo come il Ceo, il chief technology officer come altre figure tecniche ma è inutile, secondo il manager di Oracle, disquisire in termini di job title. Ciò che conta è la comprensione dell’innovazione, il mindset, la predisposizione. E, di nuovo, la velocità di esecuzione.