Fakebook. Ci si scherza, talvolta, sul nome della piattaforma di Mark Zuckerberg, pensando alle notizie false che girano sul social network. Ma il duro intervento dell’Antitrust europea contro Facebook non è uno scherzo. L’azienda avrebbe falsato le comunicazioni alle autorità in relazione all’acquisizione di Whatsapp. Risultato: multa per 110 milioni di euro. Facebook dichiara più o meno di non averlo fatto apposta: ma non va in appello e paga senza troppi problemi.

Gli interventi delle autorità europee per far valere le leggi dell’Unione anche nei confronti delle piattaforme digitali americane si moltiplicano: Google, Apple, Microsoft, Amazon e, appunto, Facebook, sono sottoposte a un vero e proprio fuoco di fila, a Bruxelles e negli Stati membri, in tema di antitrust, privacy, copyright, regolamentazioni, patteggiamenti fiscali. Ma quali sono le reali conseguenze di questo interventismo? Fanno bene ai cittadini europei? Sono battaglie di retroguardia o decisioni adatte ad accelerare il progresso in Europa? Ogni aspetto della questione è ambiguo. Uber fa innovazione o sfruttamento? Far pagare le tasse alle piattaforme è equità o contestazione del principio della concorrenza tra i sistemi fiscali degli Stati?

Per rispondere, occorre decidere il criterio di giudizio. Queste decisioni vanno valutate in nome dei diritti umani, come la privacy, senza compromessi? Oppure vanno pensate in maniera pragmatica, per fare crescere l’economia europea e contrastare lo strapotere dell’industria digitale americana? O vanno pensate in modo tale da salvaguardare allo stesso tempo i diritti umani e gli interessi europei? E alla fine, ottengono risultati o sono inutili perché arrivano sempre tardi?

Fakebook. Ci si scherza, talvolta, sul nome della piattaforma di Mark Zuckerberg, pensando alle notizie false che girano sul social network. Ma il duro intervento dell’Antitrust europea contro Facebook non è uno scherzo. L’azienda avrebbe falsato le comunicazioni alle autorità in relazione all’acquisizione di Whatsapp. Risultato: multa per 110 milioni di euro. Facebook dichiara più o meno di non averlo fatto apposta: ma non va in appello e paga senza troppi problemi.

Gli interventi delle autorità europee per far valere le leggi dell’Unione anche nei confronti delle piattaforme digitali americane si moltiplicano: Google, Apple, Microsoft, Amazon e, appunto, Facebook, sono sottoposte a un vero e proprio fuoco di fila, a Bruxelles e negli Stati membri, in tema di antitrust, privacy, copyright, regolamentazioni, patteggiamenti fiscali. Ma quali sono le reali conseguenze di questo interventismo? Fanno bene ai cittadini europei? Sono battaglie di retroguardia o decisioni adatte ad accelerare il progresso in Europa? Ogni aspetto della questione è ambiguo. Uber fa innovazione o sfruttamento? Far pagare le tasse alle piattaforme è equità o contestazione del principio della concorrenza tra i sistemi fiscali degli Stati?

Per rispondere, occorre decidere il criterio di giudizio. Queste decisioni vanno valutate in nome dei diritti umani, come la privacy, senza compromessi? Oppure vanno pensate in maniera pragmatica, per fare crescere l’economia europea e contrastare lo strapotere dell’industria digitale americana? O vanno pensate in modo tale da salvaguardare allo stesso tempo i diritti umani e gli interessi europei? E alla fine, ottengono risultati o sono inutili perché arrivano sempre tardi?

Fakebook. Ci si scherza, talvolta, sul nome della piattaforma di Mark Zuckerberg, pensando alle notizie false che girano sul social network. Ma il duro intervento dell’Antitrust europea contro Facebook non è uno scherzo. L’azienda avrebbe falsato le comunicazioni alle autorità in relazione all’acquisizione di Whatsapp. Risultato: multa per 110 milioni di euro. Facebook dichiara più o meno di non averlo fatto apposta: ma non va in appello e paga senza troppi problemi.

Gli interventi delle autorità europee per far valere le leggi dell’Unione anche nei confronti delle piattaforme digitali americane si moltiplicano: Google, Apple, Microsoft, Amazon e, appunto, Facebook, sono sottoposte a un vero e proprio fuoco di fila, a Bruxelles e negli Stati membri, in tema di antitrust, privacy, copyright, regolamentazioni, patteggiamenti fiscali. Ma quali sono le reali conseguenze di questo interventismo? Fanno bene ai cittadini europei? Sono battaglie di retroguardia o decisioni adatte ad accelerare il progresso in Europa? Ogni aspetto della questione è ambiguo. Uber fa innovazione o sfruttamento? Far pagare le tasse alle piattaforme è equità o contestazione del principio della concorrenza tra i sistemi fiscali degli Stati?

Per rispondere, occorre decidere il criterio di giudizio. Queste decisioni vanno valutate in nome dei diritti umani, come la privacy, senza compromessi? Oppure vanno pensate in maniera pragmatica, per fare crescere l’economia europea e contrastare lo strapotere dell’industria digitale americana? O vanno pensate in modo tale da salvaguardare allo stesso tempo i diritti umani e gli interessi europei? E alla fine, ottengono risultati o sono inutili perché arrivano sempre tardi?

La sensazione che le normative siano sempre indietro rispetto alla tecnologia ha un fondamento. Molto dipende dalla qualità dei politici europei che si dedicano al digitale, spesso controversa. E dalla ripartizione dei poteri tra Bruxelles e stati membri. Ma molto dipende anche dalla qualità delle aziende europee che competono nel mondo digitale. C’è molto da fare.

Le decisioni dell’antitrust hanno una storia positiva in Europa. Da Mario Monti alla commissaria Margrethe Vestager, le decisioni a difesa della concorrenza non sono state irrilevanti. Compresa la sostanziale tenuta del principio fondamentale della neutralità della rete. E la cultura dei diritti europea, centrata sulla salvaguardia della privacy, ha generato una dinamica costruttiva, alimentando la consapevolezza del valore di un uso umanamente equilibrato del digitale, anche in un’ottica prospettica. Il punto è che queste decisioni non riescono a mettere in discussione il potere immenso delle grandi piattaforme americane. Sulla politica industriale, in effetti, i commissari competenti sul digitale sono stati meno che adeguati negli ultimi lustri, almeno per come hanno risolto il problema di scegliere tra l’obiettivo di guidare l’industria o essere guidati dalle lobby europee, telecomunicazioni in testa.

L’Europa è stata proattiva in questo mondo decisivo dell’innovazione sul piano delle politiche per la ricerca. E lo European Research Council è un esempio luminoso. Ha saputo poi continuare l’impegno di unificare i mercati interni. Talvolta ha creato condizioni di modernizzazione delle infrastrutture e dei servizi bancari. E ha affrontato il tema della tassazione delle piattaforme digitali: saggiamente il G7 ha affidato all’Ocse il compito di studiare i modi intelligenti per ottenere maggiore equità in materia. Ma qualsiasi politica, anche nella migliore delle ipotesi, può essere soltanto precondizione di innovazione: se le imprese europee non riescono a fare concorrenza alle americane, il motivo non può essere solo politico. In Russia, in Cina, in Corea del Sud, sistemi politici tra loro diversi, le piattaforme americane sono minoritarie.

Insomma, l’Europa è avanti sui principi e la ricerca: ma si è dimostrata arretrata come ecosistema dell’innovazione digitale. In futuro i rapporti di forza potrebbero cambiare: l’innovazione digitale oggi si sposta nella manifattura, una dimensione nella quale gli europei hanno molto più da dire che nel software. Le politiche europee si trovano dunque di fronte a un nuovo test: quello di far convivere l’affermazione dei diritti umani con la predisposizione di condizioni abilitanti per l’innovazione. È un test decisivo. Ma solo gli europei possono riuscire.