La macchina fotografica di mio papà era plastica dura e vetro, sibili, scatti e odore di pelle. Era una Rolleiflex, una macchina biottica tedesca. Il rullino si caricava con una manovella, la parte superiore serviva alla messa a fuoco e quella inferiore per esporre la lastra. La ricordo pesantissima, mio padre la portava al collo, all’altezza del pancia e scattava guardando in basso.
Da bambino non la potevo toccare perché poi poteva cadere. Ricordo che ci mettevamo in posa, a lungo perché c’era da regolare il diaframma, e il fuoco e non era sempre così semplice. E poi un clak forte e si poteva tornare a respirare normalmente.

Ora che sono papà la mia macchina fotografica sta dentro a uno smartphone. Ha il machine learning, è intelligente, riconosce gli oggetti e se vuoi ti propone pure di acquistarli online. Ha i filtri: puoi renderle vintage o coloratissime e puoi anche aggiungere orecchie e nasi finti digitali. Ma è nascosta, non si vede e non ha nulla di meccanico, di bello e di prezioso. Le macchine fotografiche dentro i telefonini sono due occhietti neri trasparenti in alto a sinistra sul dorso dello smartphone. Da fuori sono tutte uguali, come gli smartphone. A volte penso che Zeno non se la ricorderà mai.
Ho centinaia di foto di mio figlio e in nessuna si è messo in posa. Quando capisce che lo sto fotografando pretende di vedere subito e sfoglia con il ditino gli altri scatti, uno dopo l’altro, lentamente, come se fosse la prima volta che le vede. Lo potrebbe fare per ore. Poi smette. E non resta mai nulla.

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