Ogni gigante ha il suo tallone d’Achille. I big dell’high tech mostrano muscoli in grado di ridisegnare interi settori economici e di produrre mutazioni profonde nelle relazioni umane tra individui. Ma ciascuno ha un punto debole strettamente connaturato con ciò che una volta veniva definito la “killer application”: il rigore dell’organizzazione logistica di Amazon è valso al gigante dell’e-commerce molte accuse sulle condizioni di lavoro degli addetti.

Sulla vicenda Cambridge Analytica, Facebook oggi rischia molto di più. Finché il problema riguardava la strumentalizzazione della piattaforma a fini politici utilizzando fake news, il social fondato da Mark Zuckerberg è riuscito a reagire imponendo policy più rigorose sulla trasparenza delle informazioni o sulla pubblicazione di contenuti violenti e lesivi della sensibilità del suo sterminato pubblico. E a tranquillizzare chi si preoccupa per la qualità della democrazia nei paesi più sviluppati. Ma ora che in gioco c’è il suo giacimento di petrolio – i big data su due miliardi di iscritti – il discorso cambia: che garanzia si può dare sull’assoluta correttezza dei comportamenti dei propri dipendenti? Basta la certezza al 99,99% sull’efficacia delle proprie policy interne per non perdere la propria reputazione sul mercato? Cinquanta milioni di iscritti “violati” – secondo quanto risulta dalla vicenda Cambridge Analytica – sono un effetto collaterale tollerabile?

Facciamo un esempio con altri settori: la consulenza finanziaria, ad esempio. Solo una percentuale inferiore allo 0,5% dei professionisti che seguono il risparmio degli italiani mostra comportamenti lesivi delle norme in vigore. E il clamore provocato dall’insorgenza di questi casi è notevolmente superiore alla rilevanza statistica di questi casi. E come potrebbe essere altrimenti? La differenza di questi contesti con Facebook è che per il social media più diffuso al mondo il margine di tollerabilità è molto più risicato se non nullo: se anche solo un dato diventa oggetto di transazioni illecite, le ripercussioni vanno di molto sopra i toni del clamore. Dal “blue social” il mercato – utenti e inserzionisti – si aspettano un livello di efficienza non dubitabile, in termini di protezione dei dati.

E se i dati sono i ricavi, gli utili per Facebook sono la reputazione: quella che emana dai profili e dalle pagine dei proprio utenti, quelle stesse che accolgono inserzioni che valgono 40 miliardi di dollari di ricavi l’anno e 16 miliardi di dollari di utile. La partita di Mark è tutta lì: fare in modo che il suo tallone d’Achille non venga infilzato da una freccia durante la contesa per la conquista dei dati.