Forse il datagate avrà un impatto minimo sui conti di Facebook, come hanno già detto alcuni analisti. Ma il potere gestionale di Mark Zuckerberg, «fondatore, Ceo e presidente» del social, potrebbe uscire ridimensionato dal pressing dei suoi stessi investitori. Mike Frerichs, tesoriere di Stato dell’Illinois, ha dichiarato in un’intervista al Financial Times che Zuckerberg «è il capo di se stesso» e «non rende conto a nessuno (delle sue decisioni, ndr), né al board né agli azionisti. E questo non sta funzionando».

L’affondo di Frerichs va a supporto della richiesta di Scott Stringer, il comptroller della città di New York (una carica simile a quella del Tesoriere), di eleggere un presidente autonomo e tre nuovi membri del board con competenze in etica e data privacy. Sia Frerichs che Stringer sono coinvolti direttamente, perché il primo supervisiona gli investimenti pubblici dell’Illinois – inclusa una quota in Facebook – e il secondo gestisce fondi con partecipazioni per un miliardo di dollari nel social network di Menlo Park. Ma le loro voci riflettono il malumore degli azionisti per una gestione troppo «monolitica» di una multinazionale cresciuta fino a sfiorare i 500 miliardi di capitalizzazione, senza essere mai sfuggita al dominio maggioritario del suo fondatore.

Perché Zuckerberg può fare quello che vuole

Il doppio appello a un «presidente indipendente» si spiega meglio quando si dà un occhio all’azionariato di Facebook. Zuckerberg detiene, nel complesso, un pacchetto di quote che gli garantisce circa il 60% del potere di voto. Come è possibile? Le azioni di Facebook sono divise in due classi, Class A e Class B. Le Class A sono le azioni vendute sul mercato pubblico e prevedono il diritto a un voto ciascuna. Le class B sono quelle disponibili al solo management, i vertici dell’azienda, e garantiscono 10 voti ciascuna. A quanto risulta da un’analisi del portale Investopedia e dagli ultimi documenti disponibili alla Sec, la Consob americana, Zuckerberg detiene un totale di oltre 440 milioni di azioni Class B, pari all’89,9% del totale delle categoria (e, appunto, a circa il 60% dei voti).
Raggiunta dal Sole 24 Ore, l’azienda non ha fornito indicazioni più precise. In compenso è lo stesso Zuckerberg ad aver rivendicato, in più occasioni, il privilegio di un’azienda «controllata» dall’alto. Cioè da lui. In un’intervista alla testata statunitense Vox, Zuckerberg si è detto «veramente fortunato» a gestire un’azienda che non è «esposta ai capricci degli azionisti di breve termine. Possiamo vedere e disegnare questi prodotti e decisioni con quello che sarà nel migliore interesse della community nel tempo».

I «capricci» degli azionisti, però, si stanno facendo più rumorosi. Il titolo di Facebook ha lasciato sul terreno il 10% del suo valore nelle due settimane che hanno seguito l’esplosione dello scandalo di Cambridge Analytica, la società di marketing elettorale che ha utilizzato informazioni del social per influenzare gli utenti a favore di Donald Trump. Le azioni, vendute a 182 dollari all’inizio di gennaio, hanno oscillato nelle ultime sedute intorno ai 165 dollari. Zuckerberg sembra aver subìto solo in parte le conseguenze dello scandalo. Oggi risulta il settimo uomo più ricco della terra, con un patrimonio netto stimato da Bloomberg a 66,7 miliardi di dollari e un rialzo di 257 milioni di dollari rispetto all’ultima giornata di trading a Wall Street. Nel giorno della sua prima audizione al Senato di Washington, quello che avrebbe dovuto essere un danno di immagine enorme è stato salutato dai mercati con un rally del 4,5% che ha fatto guadagnare a «Zuck» altri 2,8 miliardi di dollari.