SAN FRANCISCO La Silicon Valley è in crisi. Lo si scrive e si dice da anni, ma è sempre là, a guardare tutti dall’alto verso il basso, seduta su una montagna di soldi e con quel pizzico di arroganza di non volere neppure guardare a quello che sta accadendo altrove, tipo in in Asia e più specificamente in Cina. «C’è una crisi di creatività e di idee. In Silicon Valley – ha spiegato a Maratea Yancey Strickler, 38 anni, amministratore delegato e cofondatore di Kickstarter, la più grande piattaforma di crowdfunding del mondo – devono capire che esiste un modo diverso di intendere il valore che passa dalla capacità di generare un impatto sociale sullo società operando per il bene comune».

Strickler in Californa sarebbe considerato un imprenditore naif. E infatti ha scelto New York come sede della sua società. E resta una voce piuttosto isolata. Che sembra non intaccare l’aurea di successo che si vive intorno alla baia di San Francisco. Eppure, se è vero che competenze, startup e nel digitale continuano a vivere serenamente in California, insieme peraltro alle più grandi piattaforme del Pianeta come Google, Microsoft e Amazon, c’è anche chi resta indietro. Non scompare intendiamoci e non può definirsi loser per usare un termine molto chiaro nel sistema di valore made in Usa, ma rischia di rimanere stritolato per mancanza di idee, di innovazione e di benzina.

A San Francisco una visita a Dropbox è un ottimo modo per toccare con mano chi lotta e combatte. Li trovi vicino all’At&t Park nella baia di San Francisco. La retorica è quella delle startup di successo, scritta sui muri delle pareti degli uffici “Better Together”, “The World needs your Inquisitive Energy”, tutto all’insegna del Thimk Poisitive. E di ottimismo ne hanno assolutamente bisogno. Nascono nel 2007 come servizio di backup per foto. Due anni fa subiscono una delle più violente aggressioni hacker diventando di colpo simbolo delle potenzialità offensive dei criminali informatici. Oggi sono un software house che fa team collaboration cioè punta alla condivisione di progetti a distanza, con una base di utenti enorme di oltre mezzo miliardi di persone che però non generano profitti come vorrebbe il mercato finanziario. I profitti arrivano solo lato enterprise e il titolo da un po’ di tempo è tornato sui minimi. Schiacciata da piccoli come Box e giganti come Google e Microsoft, anche Dropbox si affida al mantra dell’intelligenza artificiale, molto usato da queste parti, per promettere una organizzazione dei contenuti e de progetti “intelligente” (e come non potrebbe esserlo). «Chi pensa che intendiamo vendere il nostro storage è fuoristrada», ha precisato Drew Houston, il ceo della software house intervistato durante Dreamforce per rimadire che dal cloud non si torna indietro.

A mezzo chilometro di distanza c’è Pinterest. La storia qui è completamente diversa. «Non siamo un social networkm e neppure un negozio online, siamo un motore di ricerca visuale» tiene subito a precisare Evan Sharpe, 36 anni, co-founder di Pinterest con un patrimonio di circa un miliardo di dollari. Tecnicamente è un unicorno ma non si comporta come tale. Pur avendo intuito per prima di altri l’impatto della comunicazione visuale sul web oggi sembra trovarsi a inseguire due giganti come Google sul campo della computer vision e social network come Instagram. “Non siamo Wallmart – si difende il co-founder – e neppure una rete sociale che mette in connessione le persone. Siamo “discovery”, siamo un luogo dove scoprire oggetti ed esperienze, dove trovare ispirazione e alimentare una community. Certamente stiamo lavorando su raccomandazioni personalizzate e sull’intelligenza artificiale ma vogliamo misurar il nostro successo dalla nostra capacità di aiutare i nostri utenti”. Ancora retorica, direbbe qualcuno, diversa da quella che piace di più qui in Silicon Valley. Come Strickler anche Sharpe sembrano immaginare un modo non alternativo ma forse complementare di contribuire all’ecosistema dell’innovazione. La crisi di fiducia innescata dallo scandalo di Facebook in qualche modo si fa sentire anche in quella che è sempre stata disegnato come la terra delle opportunità. “L’internet degli anni Novanta à morto – racconta visionario il ceo di Kickstarter -. Rischiamo di ripeterci, anzi ci stiamo già ripetendo”. Non lo dice ma a rischio c’è la biodiversità del sistema. La battuta che amano riperterti qui a San Francisco quando scoprono che sei europeo è che il Web è diventato Disneyland. Aprire un ristornate è sempre più difficile perché lo spazio è quello che è. Poi se per caso diventa bravo e grande c’è sempre qualcuno che vuole cambiare le regole del gioco.