Mentre la ripresa economica mondiale si sta confermando più robusta del previsto, si accentuano le incertezze collegate a quando e come abbandonare le politiche monetarie eccezionali adottate da tutte le banche centrali per sostenere l’economia e il sistema finanziario. Se la Fed ha già annunciato la svolta, che peraltro verrà realizzata con grande prudenza, l’Europa e l’area euro in particolare si segnalano, tanto per cambiare, per l’asprezza del contrasto di opinioni. L’esempio più clamoroso è di questi giorni: in un’intervista Jens Weidmann membro dell’esecutivo della Bce, ha affermato che prima si interrompe il Quantitative easing tanto meglio è, dopo aver detto che l’euro si sarebbe salvato anche se non fosse stato comprato un solo titolo pubblico. In un’altra intervista, Andreas Dombret, consigliere della Bundesbank ha invece dichiarato che tassi di interesse più elevati, inevitabilmente legati all’abbandono degli acquisti della banca centrale, potrebbero mettere a rischio 800 banche tedesche, quasi la metà dell’intero sistema bancario.

Grande è la confusione sotto il cielo di Francoforte, quindi la situazione è favorevole, avrebbe chiosato il presidente Mao. In realtà, un contrasto così netto è la prova più evidente che le banche centrali, non solo in Europa, si sono addentrate in territori inesplorati per contrastare gli effetti della crisi finanziaria più grave della storia e tornare alla normalità è tutt’altro che facile. Gli interrogativi principali sono due: vi sarà abbastanza liquidità per soddisfare l’enorme sete dei mercati finanziari globali che oggi poggiano su mercati a breve (come quello dei repo) che muovono ogni giorno trilioni di dollari? E quali saranno le conseguenze immediate e a lungo termine per le banche dei principali Paesi?

Va subito detto che tutte le previsioni danno per scontato che le manovre saranno graduali e che quindi i tassi di interesse continueranno ad essere bassi per un lungo periodo di tempo. E proprio qui cominciano i problemi per banche ed altri intermediari finanziari. Un capitolo dell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria del Fondo monetario è dedicato agli effetti di lungo termine in cui i tassi sono bassi e previsti rimanere tali per un periodo di tempo non breve. Conformemente alle attese (come dimostra il Giappone che ha vissuto quest’esperienza ben prima di noi) i profitti si riducono significativamente soprattutto per le banche piccole e quelle che si finanziano prevalentemente con depositi (i due insiemi in larga misura coincidono). Il che significa che la risposta delle banche, anche in questo avvalorata dal caso giapponese, è quella di accentuare l’attività finanziaria anziché quella tradizionale di prestito, trovare nuove forme di espansione sui mercati internazionali e aumentare le dimensioni attraverso processi di consolidamento. Una risposta razionale dal punto di vista aziendale, ma non certo efficiente in termini generali, visto che si riduce proprio l’attività al servizio dell’attività produttiva.

Perché allora qualcuno, pur in una posizione autorevole come quella di Dombret, ha paura delle ombre di un rialzo dei tassi? Il primo motivo è che comunque i rialzi dei tassi comportano una diminuzione dei corsi dei titoli e quindi perdite in conto capitale per le banche, che hanno comprato a piene mani i titoli venduti dalle banche centrali. È peraltro un effetto che si verifica una sola volta, ma soprattutto è l’altra faccia della medaglia dei cospicui utili che le banche hanno incassato acquistando titoli pubblici con la liquidità a prezzi stracciati offerti dalle banche centrali.

C’è allora un secondo motivo, più strutturale, legato alle debolezze del sistema bancario europeo. Il Fondo monetario non è mai stato tenero con le banche del vecchio continente e non ha mai mancato di rimarcare la profonda differenza fra la pronta reazione delle autorità americane, che ha consentito alle banche di tornare su livelli accettabili di redditività e le lacune delle risposte europee. Nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria si ribadisce un concetto già espresso: la ripresa economica non sarà sufficiente per tornare a livelli di redditività bancaria sostenibile. Attualmente, oltre la metà delle banche europee ha un rendimento del capitale inferiore al suo costo, dunque distrugge ricchezza e, nota il Fondo,
i prezzi di mercato dicono che la situazione non migliorerà nei prossimi
tre anni.

Ci sono quindi problemi strutturali da affrontare che hanno avuto finora risposte non adeguate. In passato, il Fondo aveva insistito sulla necessità di dare una soluzione comune e forte al problema dei crediti deteriorati. Nell’ultimo rapporto, ribadisce la necessità di ridurre i costi operativi eliminando le sacche di inefficienza in termini di eccesso di sportelli e di personale. E sotto questo profilo, le differenze tra paesi periferici e centrali saltano: nel primo gruppo troviamo banche che hanno livelli di efficienza ragguardevoli come le irlandesi; nel secondo banche con vistosi eccessi di capacità produttiva come, chi l’avrebbe mai detto?, le tedesche, che tradizionalmente sono afflitte da una redditività di base molto bassa e un livello di costi operativi elevato. Sono state quindi fra quelle messe più in difficoltà dalla crisi e dai tassi di interesse bassi che si sono resi necessari. Ma la politica monetaria (o l’inversione della rotta finora seguita) non è la causa del problema, ma solo il fattore che ha messo a nudo i difetti profondi di molte banche europee.

È per questo che il Fondo invita tutti i paesi a favorire una ristrutturazione profonda dei propri sistemi bancari. Anche i tedeschi, che tanto amano invitare gli altri a fare “i compiti a casa”, devono rimboccarsi le maniche.

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