Abbiamo raggiunto il top di mercato nelle azioni tecnologiche, in particolare quelle delle «Fang», ossia Facebook, Amazon, Netflix e Google? Questa è la domanda che si vanno ponendo molti investitori, non solo perché le valutazioni di queste società appaiono molto alte, ma anche perché sembra che Big Tech sia diventata la nuova Wall Street, il bersaglio numero uno di una violenta azione populista in un mondo sempre più spaccato in due, dal punto di vista economico e da quello sociale.

Quando Donald Trump lancia i suoi tweet relativi ad Amazon che starebbe eludendo le imposte sulle vendite (il che è sbagliato – non che questo abbia mai fermato il presidente degli Stati Uniti), il trend mostra che essi raggiungono una massa critica. Nel frattempo il settore ha generato un suo tremendo apparato di pubbliche relazioni, come si evince dalle recenti rimostranze arrivate da parecchie donne e relative alle molestie sessuali da parte di chi investe nel settore tecnologico.

L’aspetto più interessante, tuttavia, è che la Silicon Valley resta per taluni aspetti in una sorta di bolla cognitiva, riluttante a fare qualcosa di concreto al riguardo delle legittime preoccupazioni dell’opinione pubblica per le questioni legate al monopolio, alla privacy e al sovvertimento del mondo del lavoro per mezzo dell’innovazione tecnologica. Per non parlare della sua stessa cultura. Quando interrogo gli esperti di tecnologia su queste problematiche, per lo più le loro reazioni vanno dal rimanere sulla difensiva al dimostrare ingenuità o totale mancanza di consapevolezza. Mi rispondono: «I politici non capiscono la Valley». Oppure: «Il reddito universale di cittadinanza renderà il lavoro irrilevante». O infine – ed è il caso peggiore in assoluto – mi rifilano un sorrisetto condiscendente o uno sguardo esasperato che starebbero a significare: «Non sei un addetto ai lavori in questo campo, quindi non puoi capire».

Sembrano tutte reazioni più che familiari. Sono abbastanza vecchia da aver vissuto dall’inizio alla fine il grande ciclo della bolla tech poi esplosa. Anzi, dal 1999 al 2000 ho lavorato a Londra per un incubatore hi-tech, proprio quando i venture capitalist assumevano i giornalisti affinché individuassero «accordi mediatici paneuropei Business to Consumer», segno sicuro di un certo ribollire del mercato, se mai ce n’è stato uno.

I livelli di arroganza raggiunti oggi sono assai simili ma più nocivi ancora, se si tiene conto che le più grandi società tecnologiche sono diventate le istituzioni sistemicamente più importanti della nostra epoca. Come le grandi banche di Wall Street, possiedono ingenti quantità di denaro, un grande potere politico e caterve ancora più gigantesche di dati. Facebook ha più utenti degli abitanti della Cina. Eppure, a differenza di Lloyd Blankfein, amministratore delegato di Goldman Sachs, non scherzano affatto quando dichiarano che stanno facendo il lavoro di Dio.

La Silicon Valley lavora più o meno esclusivamente a partire dal presupposto che intende rendere il mondo più libero e aperto, malgrado aumentino le preoccupazioni sui social media che erodono la democrazia e sugli algoritmi rapaci che prendono di mira i più deboli e gli indifesi, proprio come fecero i prestiti predatori nel periodo antecedente alla crisi.

È palese ormai che la Valley ha preso le distanze dalle sue radici imprenditoriali hippy. Gli amministratori delegati di Big Tech sono capitalisti, rapaci come qualsiasi operatore in campo finanziario, ma spesso, in aggiunta a ciò, hanno anche una sorta di predisposizione libertaria a considerare che tutto e tutti – governo, politica, società civile e legge – possano e debbano essere scompaginati.

«Il demos – il popolo, la società stessa – è considerato spesso d’intralcio» dice Jonathan Taplin, professore presso l’USC Annenberg Innovation Lab in California e autore del libro «Move Fast and Break Things» che ripercorre l’evoluzione dell’economia politica della Silicon Valley.

Frank Pasquale, professore di giurisprudenza all’università del Maryland e illustre critico di Big Tech, cita un esempio rivelatore di questo atteggiamento: «Una volta ho chiacchierato con un consulente della Silicon Valley sulla neutralità nelle ricerche, il principio secondo cui i colossi dei motori di ricerca non dovrebbero poter dare priorità ai loro stessi contenuti. E lui mi ha risposto: “Non siamo in grado di codificarlo’” Ho detto che quella era una questione legale, non tecnica, e lui si è limitato a ripetere con un cenno di condiscendenza: “Sì, ma non possiamo codificarlo, quindi non si può fare”. In sostanza, la discussione doveva restare nell’ambito della terminologia tecnologica: in caso contrario, non se ne poteva parlare proprio».

Tutto ciò mi riporta alla mente la bolla cognitiva nella quale erano immersi gli operatori finanziari prima del 2008 (e in molti casi anche dopo). Come il settore hi-tech oggi, la finanza faceva un gran bel lavoro utilizzando il suo denaro e il suo potere politico per tenere in ostaggio qualsiasi riforma dei suoi stessi interessi. Le conversazioni sulle politiche da attuare erano rese più complicate possibile, così che agli “addetti ai lavori” restasse il pieno controllo della situazione, anche se le domande più semplici – per esempio: «Il sistema finanziario sta aiutando l’economia reale e la società o no?» – spesso erano le migliori e le più importanti.

La “cattura cognitiva” dei decision maker era dilagante perché i finanziatori e i regolamentatori vivevano e lavoravano in una medesima camera dell’eco. Molti banchieri di mia conoscenza sembravano davvero disorientati dalle motivazioni per le quali la gente comune era così arrabbiata nei loro confronti. La cosa non deve stupire: prima di allora non avevano mai incontrato gente comune.

Tutto ciò è vero anche nel caso di Big Tech oggi. «La Silicon Valley parla per lo più a sé stessa – dice Vivek Wadhwa, imprenditore software e fellow alla Carnegie Mellon University -. Qui tutto si regge sulle conoscenze e nessuno ha voglia di affrontare i grandi problemi nel timore di offendere qualcuno di importante».

In verità, i fin troppo numerosi tentativi di «allacciare un rapporto con l’opinione pubblica» non hanno fatto altro che far sembrare i dirigenti della Silicon Valley ancor più distaccati e lontani dal mondo reale, e non meno. (Si pensi non solo ai leggendari errori commessi da Uber, ma anche a esempi più sottili, come la lettera di 6mila parole sconclusionate che Mark Zuckerberg ha scritto per affrontare l’argomento delle fake news.)

L’opinione pubblica ha paura delle ripercussioni economiche e sociali della tecnologia, e i suoi timori non spariranno. Ormai, alcuni investitori ne stanno perfino tenendo conto nelle loro valutazioni.

«Big Tech e Silicon Valley sono stati tra i settori più politicamente protetti nel S&P 500, mentre il settore finanziario e quello energetico sono stati tra quelli sui quali si è vigilato più diligentemente. Gli investitori farebbero bene a riflettere su come i loro ruoli potrebbero essere ribaltati con l’attuale Amministrazione» si legge in una nota rilasciata la settimana scorsa da Strategas Research. I dirigenti di «Fang», in pratica, farebbero sicuramente meglio a prestarvi la dovuta attenzione.

Copyright The Financial Times 2017 – Traduzione di Anna Bissanti