«L’investimento in conoscenza è sempre quello che paga gli interessi migliori», osservò Benjamin Franklin, al quale dobbiamo l’invenzione, tra le altre cose, del parafulmine e delle lenti bifocali. Più di due secoli dopo l’osservazione del matematico americano non potrebbe essere più attuale. Proprio quanto le tecnologie digitali che hanno innescato il più grande fenomeno di automazione della storia umana stanno aumentando la necessità di nuove competenze non sonolo per lavoratori e aziende ma anche per i cittadini.

In un contesto informativo nel quale l’informazione è in crescente misura distribuita da algoritmi e reti sociali e le fake news possono condizionare un’elezione politica, la digital-literacy della società civile sta diventando una necessità democratica. Allo stesso tempo, big data e sistemi di intelligenza artificiale sono i motori di una digital transformation che il mondo del lavoro a tutti i livelli, da quello manifatturiero, dove i numeri sono più grandi, a quello dei servizi dove l’impatto rischia di essere devastante (più del 7% del Pil delle Filippine è prodotto da call center nei quali i sistemi di Ai taglieranno molti posti di lavoro).

La sostitizione dei lavoratori con le macchine (che non è altro che una forma di capitale) non è nuova ma questa volta, a differenza di altre rivoluzioni industriali, sta investendo anche i colletti bianchi come avvocati, medici e dirigenti, per i quali la capacità di collaborare con le macchine, magari addestrandole, sta già diventando un fattore competitivo. L’automazione sta perciò investendo in pieno anche la classe media con un effetto estremamente rapido.

Questa evoluzione è ben conosciuta dagli economisti e non mancano i segnali di allarme sul “digital mismatch”, l’asimmetria tra le skills richieste e le effettive competenze dei lavoratori. Un recente studio della Commissione Europea mostra, infatti, che nove si dieci posti di lavoro richiederanno skills digitali nell’arco del prossimo decennio, ma che il 44% degli europei tra i 16 e i 74 anni non hanno le competenze necessarie per affrontare questa transizione. Il dato più drammatico riguarda soprattutto le donne perché nel 2016, nelle università europee, tra gli studenti di area Ict si i ragazzi erano tre volte più numerosi delle loro coetanee.

Tutto questo avviene in un contesto di ecosistemi digitali sempre più globali dominati sempre più da multinazionali statunitensi o cinesi. Tra le 15 aziende al vertice mondiale per capitalizzazione non se ne conta infatti nemmeno una europea e tra le prime 200 piattaforme online del mondo appena otto (il 4%) sono europee. Questo divario rischia di allargarsi poiché il dominio americano in fatto di skills tecnico-scientifche è insidiato dalla Cina che ha ingaggiato con l’Occidente una vera e propria competizione che punta anche ad attirare cervelli dall’esterno.

Per quanto la penetrazione di internet raggiunga appena il 44%, i cinesi online sono già 632 milioni: più del doppio rispetto a Stati Uniti ed Europa come ha osservato il McKinsey Global Institute. La sua economia digitale rappresenta il 4,4% del Pil, ponendo la Repubblica Popolare, davanti a Usa, Francia, Usa, Germania e Italia. Va detto che la produttività del lavoro in Cina oscilla ancora intorno a un decimo di quella americana ed europea, ma Pechino sta investendo fortemente in formazione e infrastrutture con l’obbiettivo di conquistare 7 punti di Pil entro il 2025.

L’Europa in questa gara alla trasformazione digitale sta reagendo su vari livelli. La Commissione ha recentemente messo in campo il Digital Europe Programme, un pacchetto di misure da 9 miliardi per promuovere cinque aree: calcolo ad alte prestazioni, intelligenza artificiale, cybersicurezza e fiducia e, soprattutto competenze e adozione tecnologie digitali nella società con il progamma Digital Skills and Jobs Coalition che dovrebbe avere un budget di 700 milioni per il periodo 2021-2027.

Quella per le digital skills non è però una sfida che impegna solo il pubblico e molte aziende private sono impegnate su questo fronte in Europa e anche multinazionali come Facebook, Microsoft stanno investendo per sostenere le competenze in diversi paesi dell’Unione come Spagna, Italia e Polonia che soffrono del digital Mismatch più forte, ma anche in Gran Bretagna. All’interno della corsa globale verso le digital skills l’Europa si presenta, infatti, tutt’altro che allineata.

L’Automation readiness index dell’Economist che ordina i paesi su tre parametri (ecosistema dell’innovazione, politiche del lavoro e politiche di formazione) mostra che, mentre la Germania è ai vertici mondiali, spesso alla pari con Giappone e Corea del Sud, sul fronte della formazione l’Estonia è il leader, davanti alla Corea del Sud, mentre la Germania è quarta e Francia e Inghilterra rispettivamente sesta e ottava nella fascia dei paesi sviluppati e l’Italia, è ancora nel girone degli “emergenti” dietro a Emirati Arabi e Argentina.

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