Strumento in spalla e zappa in mano. Si potrebbe sintetizzare così l’esperienza di viaggio-lavoro tra le fattorie italiane della band «Vito e le orchestrine». Partendo da Genova, la città d’origine, il trio si è lanciato alla scoperta dello Stivale attraversando Abruzzo, Basilicata, Marche, Toscana, Emilia Romagna e Liguria. Un itinerario che ha avuto come punti di approdo le aziende agricole che praticano il Wwoofing, ossia che offrono vitto e alloggio in cambio del lavoro nei campi. L’occasione per iniziare quest’avventura è stato l’incontro con Valerio Gnesini, regista con un forte interesse nelle scelte sociali alternative. Da questo percorso in cui, oltre alla vanga e al rastrello, non sono mancate le note delle esibizioni dal vivo, nascerà un documentario in sei puntate dal titolo «Transumanza Tour» che sarà pubblicato quest’estate.

Vito Santino, voce e anima carismatica del gruppo, non ha dubbi: «La cosa più bella di quest’esperienza è stato il contatto con le persone. Lavorare fianco a fianco con chi era sconosciuto fino a mezz’ora prima». Chi pratica il Wwoofing? « C’è lo studente che si concede un anno sabbatico, la coppia inglese che va in Toscana per imparare a fare il formaggio, il ragazzo che ha mollato tutto, gli adulti che partono per una vacanza economica». E poi c’erano loro. Insieme a Vito, Susanna Roncallo alla chitarra e Arianna Musi al violino con la loro musica e le loro braccia. L’esperienza del lavoro della terra non era nuova per Vito: «Provengo da una famiglia di pastori. Ci mantenevamo coltivando i campi, quindi per me quest’attività non era nuova. Anche le ragazze, però, seppure hanno un diverso background, si sono trovate bene. Condividiamo il valore dell’ecologia».

L’interesse per l’ambiente echeggia nelle canzoni folk del loro cd «Fiele e Miele». È il caso, per esempio, di «Acqua» che è un inno alla risorsa naturale con accenni pungenti: «Vi affronteremo con l’ascella pezzata». L’ironia mista alla critica della società del comprare e vendere sono il fil rouge della loro opera che ha versi come: «Niente astice e aragoste solo brodo e caldarroste». Le parole che diventano testi, confessa Vito, «nascono cantando nell’orto di casa mia o giocando con le orchestrine (Susanna e Arianna, n.d.r.). Non c’è ansia, né corsa da industria discografica. Mi piace giocarci con la musica».

Le loro canzoni sono quasi manifesti politici quando dicono: «Mai più denaro se questo fa star male». Frasi che non rimangono frasi ma diventano azioni come precisa Vito: «Non abbiamo registrato le canzoni alla Siae, hanno solo il copyleft. Siamo come degli artigiani, ci facciamo pagare quando andiamo a suonare».
Evitare l’uso dei soldi fa parte dello stile di vita di Vito: «Ho cominciato a coltivare un orto per il mio sostentamento, quando posso uso il baratto come mezzo di scambio con i miei amici. Sono parte di un gruppo che ha scelto di allontanarsi dal centro cittadino. Vivo al confine con Voltri, nelle alture di Genova». La corsa al guadagno non fa per lui: «Prima ero un cuoco, adesso preferisco cucinare per gli amici. Faccio volontariato per bambini con disabilità dietro un piccolo rimborso spese». Quasi uno shock quando dice: «Posso vivere con 240 euro al mese». La campagna come fuga e come scelta ideologica: un’alternativa possibile?