Non c’è business su un pianeta morto, ma potrebbe essere proprio il mercato, e in particolare la finanza a metterci sulla strada giusta per contrastare il cambiamento climatico. “Da tema di minoranza degli anni ’60 e ’70, oggi l’ambientalismo è diventato un argomento mainstream e presente in tutte le agende internazionali – osserva Ignace Schops, presidente della federazione Europarc e vincitore del Premio Goldman, il Nobel per l’ambiente, che insieme all’economista Carlo Carraro aprirà il Festival per la Terra il prossimo 9 novembre a Montecarlo –, ma sorprendentemente non vediamo la correlazione positiva tra la consapevolezza della centralità dell’ambiente e lo stato di salute del pianeta”.

I dati, in effetti sono drammatici: pochi giorni fa l’Organizzazione metereologica mondiale ha registrato il livello di CO2 nell’atmosfera più alto degli ultimi 800mila anni e ogni 20 minuti una specie vivente si estingue. “Non lo abbiamo ancora messo a fuoco, ma il mutamento climatico e il suo impatto sulla biodiversità sono veri e propri ‘game changers’ per tutta la nostra economia. Un esempio? Le api, le cui popolazioni sono in declino, sono cruciali per la produzione di moltissimi degli alimenti naturali che tanto amiamo e da sole rappresentano un valore economico di 153 miliardi di euro l’anno. Chi impollinerà i fiori e con quali costi quando questi insetti non ci saranno più? E non sono sole le api: negli ultimi 27 anni, in Germania, la biomassa di insetti volanti si è ridotta del 76% e la popolazione di uccelli del 15%”. Se a questo si sommano gli effetti del mutamento climatico dobbiamo aggiungere 21,5 milioni di persone che ogni anno diventano profughi o rifugiati a causa di crisi idriche, inondazioni, uragani e incendi che rendono inabitabili o non coltivabili le loro regioni.

Schops, che in Belgio ha creato l’unico parco nazionale belga, propone il suo Modello di (ri)connessione per trovare soluzioni locali a questi mutamenti globali. Basato su quattro principi – riconnettere l’ambiente con l’ambiente; l’ambiente con le persone; l’ambiente con l’economia e le politiche con l’ambiente -, l’assunto chiave del modello è che il valore sta nell’occhio di chi guarda. In questo senso un orso polare o una giraffa non sanno quanto sono importanti, ma l’uomo sì e deve agire di conseguenza misurando l’impatto e creando politche. Un esempio è proprio il parco nazionale Hoge Kempen creato da Schops nel 2006 con la sua ong Rlkm e che oggi ha un valore di 191 milioni di euro l’anno e un indotto di 5mila posti di lavoro.

Perché il modello proposto da Schops prenda piede sono però necessarie politiche pubbliche e meccanismi economici che lo supportino. “Sommando i calcoli di Ipcc, Ocse e altre istituzioni, entro il 2030 sono necessari circa 650 miliardi di dollari l’anno per far fronte al cambiamento climatico – sottolinea Carlo Carraro, economista a Cà Foscari e al secondo mandato come vicepresidente dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel on Climate Change insignito del Nobel per la Pace nel 2007 –, ben più dei 100 miliardi di dollari previsti dall’accordo di Parigi”.

Il gap di 550 miliardi può sembrare incolmabile ma la buona notizia è che, secondo i calcoli di Carraro, tra investimenti privati e altri fondi ci sono almeno 380 miliardi destinati all’ambiente. “Il problema – avverte l’economista – è che il 93% di questi fondi sono destinati ad azioni di mitigazione, ovvero a ridurre il livello di emissioni di CO2 ed altri gas a effetto serra mentre appena il 7% è destinato all’adattamento cioè a investimenti che riducano l’impatto dei cambiamenti come l’irrigazione di precisione contro la desertificazione o prevenzioni di alluvioni ed eventi estremi”. Gli investimenti green per la mitigazione hanno successo perché per essi esiste un mercato che li remunera, spesso molto generosamente. Un esempio sono gli investimenti in energie verdi, come per esempio l’idroelettrico che ha fatto molti passi avanti negli ultimi anni soprattutto in Africa, ma anche in green bond emessi da molti enti locali – purtroppo non in Italia – per ammodernare le infrastrutture e abbattere le emissioni.

“Su questo fronte sono ottimista e credo che lo vedremo crescere ancora perché la tecnologia c’è e l’innovazione viene premiata – osserva Carraro – Molti governi, inoltre, si stanno attivando con strumenti per il ‘derisking’ degli investimenti in rinnovabili. Un esempio è il Messico dove la Banca per lo sviluppo del Sudamerica e il fondo sovrano norvegese proteggono chi investe in rinnovabili come eolico e solare dalle oscillazioni di redditività legate a fattori esterni o stagionali. In Francia, entro la fine dell’anno Macron dovrebbe annunciare una nuova policy per favorire chi investe in innovazioni per la mitigazione, la cui chiave dovrebbero essere proprio gli strumenti finanziari”.