Accade tutti i venerdì. Il portavoce dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, invia un messaggio ai suoi 186.000 followers di Twitter. “Buon venerdì” esordisce con un tweet, aggiungendo un messaggio alle volte corredato da un versetto coranico o un hadith (una citazione del profeta Maometto). Nei numerosi post è possibile cogliere delle contemplazioni che interessano principalmente i palestinesi o gli arabi, ma ciò che desta maggiore rilevanza è la costruzione di messaggi che inducono il lettore a riflessioni e a considerazioni di tipo personale. “Come ti piacerebbe essere ricordato dalle persone? Come un ammirevole e rispettato terrorista? O come un individuo problematico?[1], oppure “Desideri il successo di Mohamed Salah e Mostafa al-Agha o l’infamia del vigliacco terrorista Ahmad Jarrar? Pensaci due volte!”. I riferimenti ai due nomi non è casuale. Mohamed Salah è un popolarissimo giocatore di football egiziano e al-Agha è un altrettanto noto presentatore sportivo siriano che conduce una trasmissione sul canale MBC, di proprietà saudita. Rappresentano entrambi dei modelli ideali dell’arabo di successo del momento. Al contrario, Ahmad Jarrar era un palestinese sospettato di essere il mandante dell’uccisione di un colono ebreo della città di Nablus, a gennaio scorso. Dopo una caccia all’uomo durata più di un mese, a febbraio fu intercettato e ucciso dalle forze armate israeliane

Le attività di psychological conditioning condotte sui social dagli israeliani, sono state designate con il termine “whitewashing occupation”, ovvero “occupazione imbiancante”, e si basano sulla creazione di profili specifici sui maggiori social network (essenzialmente su Twitter e Facebook). Sono attività che rientrano nel novero delle operazioni condotte dal personale militare e governativo di Tel Aviv e hanno lo scopo di normalizzare i rapporti con il mondo arabo.

Ma la giornalista palestinese Fidaa Zaanin, originaria di Gaza e residente a Berlino, afferma che queste attività “…hanno un obiettivo unificato: penetrare nelle file del mondo in lingua araba. Mediante le conversazioni in lingua araba, gli israeliani attivano dei canali di comunicazione e diffondo menzogne e propaganda allo scopo di normalizzare l’occupazione israeliana e di imbiancare l’immagine dell’entità sionista[2]. Cionondimeno, secondo Nadim Nashif, Executive Director di 7amleh, un’organizzazione no-profit arabo-palestinese che si occupa della diffusione della cultura digitale in Medioriente, queste social activities hanno ottenuto una diffusione e popolarità enorme ed imprevista tra la popolazione palestinese ed araba. “E’ la prima volta che i cittadini palestinesi hanno contatti diretti online con alti funzionari israeliani, dato che la maggior parte dei palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza non parlano né leggono l’ebraico”, ha confermato Nashif all’emittente araba Al Jazeera. Determinate è stata l’attenzione dei social nella fornitura alla popolazione araba di informazioni utili volte a ridurre le numerose problematicità imposte dalla convivenza nei territori occupati, come l’orario di apertura e chiusura dei posti di blocco o come ottenere dei permessi vistati dai militari per gli spostamenti da un capo all’altro dei confini. “Gli israeliani stanno quindi sfruttando le necessità dei palestinesi per attirare l’attenzione e l’impegno al fine di raggiungere lo scopo del loro programma politico“, ha affermato Nashif.

In definitiva, secondo alcune fonti, sembrerebbe effettivamente un’operazione di digital occupation, che si affiancherebbe a quella militare condotta nei territori palestinesi, ma al di là di ogni possibile considerazione sulle finalità effettivamente perseguite, resta inequivocabile la consistenza e l’efficacia dell’utilizzo dei social network per la conduzione di azioni di condizionamento psicologico.

E sono stati proprio gli israeliani, primi tra tutti, ad intuirne le possibilità. Risale infatti al 2011 l’utilizzo delle piattaforme social a scopo propagandistico, da parte del governo di Tel Aviv, tramite l’attivazione dei profili dei due volti più noti dei media arabi: Avichay Adraee, portavoce dell’Israel Defence Force (IDF) e Ofir Gendelman, diplomatico e attuale portavoce del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Entrambi, hanno utilizzato i rispettivi profili per condurre delle massicce azioni di comunicazione e diffusione di informazioni a vari livelli e su base mondiale. Nel 2016 è stato creato perfino un profilo Facebook per il Coordinator of Government Activities in the Territories (COGAT), una speciale unità militare dell’esercito israeliano operante in Cisgiordania che si occupa principalmente del coordinamento delle questioni civili tra il governo di Tel Aviv e l’autorità palestinese. Tra i diversi account attivati su Facebook, quello di maggior successo è Israel Speaks in Arabic[3], che ha raggiunto la quota di 1,4 milioni di followers.

Secondo la Zaanin i canali di comunicazione sarebbero utilizzati dai dei servizi segreti israeliani per ricercare ed acquisire informazioni da palestinesi e arabi compiacenti, oltre che per intimidire i terroristi intenzionati a compiere attacchi contro le installazioni civili e militari israeliane. Un esempio di profilo progettato per finalità informative è Bidna Na’eesh[4] (Vogliamo vivere), che fornisce indicazioni e persino un recapito telefonico utile per segnalare indicazioni su persone ricercate come possibili “autori di attacchi” contro Israele. Sulla pagina del profilo un banner mostra l’immagine di una mazzetta di banconote da 100 dollari sopra alla bandiera israeliana, che si trasforma in una stretta di mano, con la scritta: “Informaci, e ne trarrai beneficio”.

Nashif ha coniato un termine specifico per queste attività condotte online: occupazione digitale. Ma se è indiscutibile l’esistenza di queste azioni da parte del governo di Tel Aviv, è altresì vero che la convergenza nell’utilizzo dei social, delle strutture che operano nel settore della sicurezza, per finalità riconducibili al condizionamento psicologico, è una realtà consolidata.

Una nota interessante: tra le tattiche del “dirty trick” (trucchi sporchi) denunciate da Snowden nel 2014 e utilizzate dal JTRIG (Joint Threat Research Intelligence Group) del GCHQ (Government Communications Headquarters), la potente agenzia di intelligence britannica, troviamo un interessantissimo documento dal titolo “The Art of Deception: Training for Online Covert Operations[5]. Si tratta di un manuale particolarmente dettagliato che descrive le tecniche più efficaci finalizzate alla conduzione di azione di manipolazione psicologica e persuasione online. Va evidenziato che il JTRIG concentra i maggiori sforzi su due principali attività: l’inserimento in Internet di ogni sorta di materiale informativo falso o opportunamente manipolato, finalizzato alla distruzione della reputazione degli obiettivi e l’utilizzo delle scienze sociali e altre tecniche utili alla manipolazione delle discussioni virtuali e di ogni altra forma di attivismo nel Cyberspazio.

Sembrano lontane anni luce le tecniche di “psyops” (Psychological Operations) adottate nei decenni che hanno preceduto l’avvento della rete Internet. Il volantinaggio sui territori occupati dal nemico o le trasmissioni radio a scopo propagandistico, costosissime e spesso difficili da implementare in territori diversi, rappresentavano il “non plus ultra” dell’arte dell’inganno. Attualmente è il mondo virtuale lo scenario di riferimento, e i social rappresentano lo strumento persuasivo di riferimento per influenzare le masse.