Fra le cripto-valute, le monete alternative a quelle tradizionali, la più celebre e diffusa, con una capitalizzazione di mercato di più di dieci miliardi di dollari, è certamente il bitcoin. Questo non significa che non esistano variazioni interessanti sul tema. Valute che, come il bitcoin, si basano – per consentire e certificare le transazioni – su un database distribuito e crittografato, la blockchain, ma che differiscono dal capostipite per caratteristiche come il tipo di algoritmo utilizzato, la quantità massima di valuta che è possibile creare o la diversa dimensione dei blocchi di dati inviati. Il sito “altcoins.com”, ne elenca una cinquantina.

“Quelle davvero interessanti sono però soltanto quattro – racconta Giacomo Zucco, amministratore delegato del Blockchain Lab di Milano, laboratorio di ricerca sull’innovazione in ambito fintech – Namecoin, Litecoin, Ethereum e Ripple”. Il primo merita di essere menzionato sia per ragioni storiche – è la stata la prima moneta alternativa in assoluto ad affiancarsi al bitcoin – sia perché la blockchain del Namecoin permette di gestire transazioni non solo monetarie. È stata adoperata, ad esempio per creare un sistema di assegnazione dei domini internet diverso da quello ufficiale. Oggi l’assegnazione degli indirizzi Ip dei siti e dei relativi nomi di dominio viene supervisionata a livello centrale da organismi come l’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers); Namecoin e il protocollo relativo, NameId, permettono invece a chiunque di creare e registrare in maniera univoca e sicura nomi di dominio.

Litecoin, come suggerisce il nome stesso, è invece una variazione del bitcoin che punta a rendere il “mining”, la produzione della valuta, più semplice e alla portata di tutti. Grazie al diverso algoritmo utilizzato, per generare i litecoin serve infatti meno potenza di calcolo. Non occorre, insomma, acquistare dispendiose potenze di calcolo da finalizzare al mining, ma vanno bene anche i tipici elaboratori casalinghi. “Ha una discreta capitalizzazione di mercato  – spiega Zucco – poco meno di 200 milioni di dollari”.

Cifra non irrisoria, per una cripto-moneta, ma lontana non solo dai dieci miliardi di valore del Bitcoin, ma anche dal miliardo di capitalizzazione di quello che è l’astro nascente degli strumenti basati su blockchain, Ethereum (a cui è associata una moneta virtuale, l’Ether). Ethereum permette di mettere a punto transazioni più complesse rispetto al bitcoin; di dar vita, in particolare, ai cosiddetti “smart contract”, contratti che non hanno bisogno o quasi, una volta scritti nella blockchain, di intervento umano per controfirmati ed eseguiti. Un esempio ne è il fondo di investimento automatizzato The Dao, basato su Ethereum, che ha raccolto fino allo scorso giugno 150 milioni di dollari, prima di essere oggetto di un attacco informatico. Ignoti cybercriminali, sfruttando una vulnerabilità del software sono riusciti a sottrarre al fondo diversi milioni. La vicenda ha causato un crollo del valore dell’Ether, che poi si è in parte ripreso. Restano i dubbi sulla sicurezza di Ethereum, che fanno propendere ancora molti appassionati di valute virtuali per il più collaudato bitcoin.

Ripple, ad oggi la quarta moneta alternativa per capitalizzazione (col simbolo Xrp), rappresenta un caso a sé. “A differenza degli altri altcoin – racconta Zucco – non è un progetto open source, nel senso che il codice sorgente non è a disposizione di tutti. È un sistema di credito e debito automatizzato che piace soprattutto alle banche”. L’aspetto forse più promettente di Ripple, lanciato nel 2012 dall’azienda OpenCoin, è l’idea di semplificare notevolmente, grazie alla blockchain, l’invio e la ricezione di pagamenti fra banche di Paesi diversi. Senza scendere troppo nel tecnico, il progetto è quello di creare delle “blockchain temporanee” fra vari istituti di credito interessati una stessa transazione.

Sfruttando le peculiarità del database decentralizzato – in cui le transazioni sono tutte tracciabili e convalidate dal network – sarà possibile scambiare pagamenti in valute diverse con la stessa immediatezza con cui si manda un messaggio WhatsApp. Perlomeno, questa è la teoria. Un primo test pilota, a cui partecipano sette grandi banche internazionali (fra cui Unicredit e Santander) è partito a fine giugno.