Le cifre sono, per semplicità, espresse in sterline britanniche così come riportato nei dati disponibili su Wikipedia.

È un sistema fuori controllo quello che, privo di parametri oggettivi, stabilisce il prezzo del cartellino dei calciatori professionisti. Una corsa al rialzo che ogni anno indigna addetti ai lavori e non per cifre che, in epoca di crisi e di incertezze lavorative, sono ormai fuori controllo.

Osservando i dati sui trasferimenti record, si nota come dagli anni 90 a oggi la crescita è vertiginosa. Gli appassionati di calcio ricorderanno il trasferimento di Cristiano Ronaldo dal Manchester United al Real Madrid nel 2009: furono necessari 80 milioni di sterline per portare l’asse portoghese in Spagna. Così come era accaduto per il record precedente (Kakà, dal Milan al Real Madrid per 56 milioni), allora era impensabile immaginare un trasferimento più oneroso. E invece no, bastarono quattro anni perché il vecchio record venisse polverizzato (Gareth Bale, dal Tottenham di nuovo ai Blancos per 86 milioni di sterline).

Le aste al rialzo insensato hanno origini antiche. Bisogna andare indietro di oltre cento anni per osservare una “corsa al record” che sembra non arrestarsi mai. Come ovvio che sia, tutto è nato là dove il calcio ha emesso i primi vagiti e dove poco impiegò a diventare il business lucroso che oggi tutti conosciamo: l’Inghilterra.

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Il primo giocatore a sfondare la quota di cinquecento sterline fu l’inglese Ben Green nel 1903. La Football League dominava non solo sui campi ma anche negli uffici dove i calciatori passavano da una casacca all’altra. Per i successivi cinquant’anni fu un dominio assoluto. La quasi totalità erano calciatori nati in Gran Bretagna. Bisogna infatti aspettare il 1963 per vedere il primo italiano, seppur naturalizzato: si tratta di Angelo Sormani, attaccante nato in Brasile ma con origini nostrane, ceduto dal Mantova alla Roma per la cifra di 250 mila sterline.

L’attaccante della nazionale ai Mondiali del 1962 diede il via a quella che può essere considerata l’epoca d’oro per i club italiani. Dagli anni ’50 fino al 2000 sono infatti italiani la stragrande maggioranza dei club che acquistano un calciatore a cifre mai raggiunte prima. Un’epopea in cui si spendono cifre da capogiro per giocatori nati e cresciuti in Italia. Ai lettori più brizzolati suonerà familiare il nome di Giuseppe Savoldi, allora soprannominato “mister due milardi” (delle vecchie lire) per la cifra astronomica sborsata dal Napoli per acquistarlo dal Bologna nel 1975.

 

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L’anno successivo toccherà al Vicenza infrangere il precedente record per strappare un giovanissimo Paolo Rossi alla Juventus. Nei decenni successivi l’Italia continuerà a farla da padrone. Vale la pena ricordare i trasferimenti di Diego Armando Maradona, capace di stabilire il record due volte consecutivamente nella strada che dal Boca Juniors lo porta al Napoli passando per il Barcellona tra il 1982 e il 1984, e quello di Ronaldo per il quale la spunterà l’Inter nel 1997. I campioni argentino e brasiliano sono gli unici, insieme al britannico David Jack negli anni ’20, a infrangere il record per ben due volte.

Gli anni ’90 sono quelli che hanno registrato il maggior numero di record (9 su 48). Ad aprire e chiudere l’ultimo decennio di supremazia italiana sono, rispettivamente, Roberto Baggio (dalla Fiorentina alla Juventus nel 1990 per otto milioni di sterline) e Hernan Crespo (dal Parma alla Lazio nel 2000 per 35,5 milioni). L’inizio del nuovo millennio è stato invece un assolo del Real Madrid, capace di inanellare cinque primati consecutivi tra il 2000 e il 2013 quando acquistò i diritti alle prestazioni di calciatori del calibro di Luis Figo, Zinedine Zidane, Kakà, Cristiano Ronaldo e Gareth Bale per dare vita a quello poi soprannominato il team dei Galacticos.

Con la recente cessione di Neymar dal Barcellona al Paris Saint German per 198 milioni di sterline è difficile immaginare un nuovo record in tempi brevi. Fino alla prossima finestra di calcio mercato.

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