I primi a coglierne le potenzialità furono big player come Amazon, Apple, Facebook e Google che decisero di basare il proprio business sulla capacità di utilizzare l’enorme quantità di dati a loro disposizione. Un’intuizione seguita in breve tempo da numerose aziende, tanto da far crescere il mercato mondiale dei big data e della business analytic del 12,4% anno su anno, e raggiungere nel 2017 quota 150,8 miliardi di dollari, come rilevato dall’ultimo report (marzo 2017) di International Data Corporation (IDC). Ma l’emergere di nuove fonti di dati (tra cui l’Internet of things) e la possibilità di immagazzinarli ed elaborarli a costi sempre più bassi, ha spinto anche numerose startup a concentrarsi su questo business con risultati promettenti. Sempre secondo ICD, le nuove imprese che a livello globale si occupano di big data avrebbero, infatti, ricevuto finanziamenti medi per 4,6 milioni di dollari.
Una cifra leggermente superiore a quella rilevata nell’ultima ricerca dell’Osservatorio Startup Intelligence del Politecnico di Milano in collaborazione con Polihub. Secondo l’Osservatorio – che ha condotto un’analisi a partire da un campione di 220 startup operanti sia a livello nazionale che internazionale – la mediana dei finanziamenti ricevuti è pari a 3,7 milioni di dollari. Mentre, in totale, le startup analizzate avrebbero raccolto 3,13 miliardi di dollari. Una somma che arriva soprattutto dalle imprese americane (64,5%), europee (24,5%) e asiatiche che pur rappresentando solo l’8,2% del campione analizzato, sono quelle che raccolgono i finanziamenti più alti (mediamente 23,9 milioni di dollari). È cinese, per esempio, iCarbonX, la startup che ha ottenuto il finanziamento più alto secondo la ricerca, pari a un miliardo e 300 milioni di yen (fonte Crunchbase). In generale, oltre al caso cinese, la maggior parte degli investimenti in questo settore fa capo a un piccolo numero di startup capaci di attrarre grandi capitali, come la tedesca Kreditech, e la statunitense Flatiron Health che hanno ricevuto rispettivamente 497 milioni di dollari e 313 milioni (fonte Crunchbase).
«Si tratta di numeri lontani dalla media mondiale e soprattutto da quella italiana» precisa Alessandro Pica, responsabile dell’Osservatorio Big Data & Business Intelligence del Politecnico di Milano. Le 25 startup italiane censite della ricerca hanno raccolto, dal 2015 a oggi, finanziamenti medi pari a 300mila euro per un totale di poco più di 7 milioni di dollari. «Nonostante le startup italiane in questo settore non manchino, continuano a raccogliere pochi finanziamenti, anche rispetto al mercato europeo che oggi vale circa 17,7 miliardi di dollari», prosegue l’esperto. L’unica impresa italiana capace di superare la soglia del milione di euro è stata Adabra. La startup, che ha creato una piattaforma per aumentare le performance dei siti di e-commerce, ha concluso a inizio 2017 un round da 1,1 milioni di euro. Risale invece a marzo scorso il finanziamento da 720mila euro ottenuto da Travel Appeal, startup che analizza i dati del settore travel per migliorare la reputazione digitale degli operatori del turismo. Risultati sopra la media italiana anche per IOOOTA (503mila euro), Connexun (500mila), WaterView (475mila) e Myagonism (380mila). «A livello italiano – rivela Pica – c’è una forte presenza di startup in ambito analytics systems (servizi per l’analisi dei dati non orientati a un singolo ambito ndr), anche se qualcosa inizia a muoversi anche nel settore application. Crescono cioè le imprese che hanno sviluppato un’offerta specializzata a una particolare industry o area aziendale». E tra gli ambiti più presidiati ci sono l’healthcare (25%), il finance (20%), il travel (11%) e l’automotive (8%). Mentre se si guarda alle aree aziendali, la ricerca ha evidenziato come la maggior parte delle startup (61%) si rivolga al marketing, il 39% delle rimanenti si suddivide tra security (20%), supply chain logistics & operations (7%), hr (6%), finance & controlling (5%) e, infine, it (1%). Un trend che secondo l’Osservatorio si ritrova anche a livello internazionale dove la categoria che conta il maggior numero di imprese è quella delle applications con 117 startup (53%), seguita dagli analytics systems con 73 startup (33%). In diminuzione invece (14%) rispetto a qualche anno fa le aziende che producono tecnologia di base. «È il segno che il settore sta maturando e che le aziende sono sempre più interessate a intercettare l’innovazione creata dalle startup portandola nel proprio settore specifico», conclude l’esperto.
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