I risultati delle elezioni di secondo mandato negli Stati Uniti non hanno riservato grandi sorprese, e si è verificato lo scenario ritenuto più probabile da sondaggi e modelli previsionali degli analisti: il Partito democratico ottiene il controllo della Camera, con quello Repubblicano che invece mantiene – e anzi aumenta leggermente – la presa sul Senato.

Ci sono ancora diversi voti da contare, e in alcuni casi lo scrutinio proseguirà ancora per un po’, ma le informazioni disponibili sono già sufficienti per confermare che il Partito democratico ha guadagnato i seggi sufficienti per raggiungere la maggioranza alla Camera, sottraendola ai repubblicani che ne avevano il controllo dal 2010.

Per i democratici si tratta di un risultato senz’altro buono, ma non eccezionale. Il partito del presidente in carica in queste elezioni tenda a essere di solito sfavorito. Non ha aiutato neppure i pessimi sondaggi su Trump,  che secondo i dati aggregati dal sito fivethirtyeight.com a questo punto del mandato risulta il presidente meno apprezzato dagli americani dal dopoguerra in avanti.  Una attenuante è che l’economia del paese è in buona forma, con una crescita solida e la disoccupazione ai minimi termini, e questo non può che favorire invece i repubblicani al potere.

 

Le prime analisi  del voto mostrano, a caldo, che una parte importante della svolta verso i democratici è arrivata dalle aree suburbane: “distretti che avevo votato per il candidato repubblicano Mitt Romney nel 2012 per poi cambiare direzione verso Hillary Clinton nel 2016. I repubblicani avevano sperato che il voto di questi luoghi per Clinton fosse dovuto soprattutto a un’avversione verso Trump, ma che essi sarebbero poi rimasti leali ai loro rappresentanti repubblicani tradizionali. Così non è stato”.

 

 

 

Al Senato la mappa elettorale è del tutto diversa, e va nel senso opposto. I repubblicani non solo ne mantengono il controllo, ma anzi aumentano leggermente la propria maggioranza. Questo si deve al fatto che le due camere vengono elette con sistemi elettorali del tutto diversi, e per una serie di ragioni quello del Senato tende ormai da diversi anni a favorire i repubblicani.

 

Bisogna poi ricordare che non tutti i seggi del Senato erano in corsa per la rielezione ma soltanto alcuni, e diversi dei quali già controllati dai democratici. Per rovesciare il controllo del Senato, dunque, questi avrebbero dovuto non soltanto conservare i propri eletti ma anche sconfiggere i repubblicani in diversi stati storicamente molto “blu”: una strada tutta in salita, e che infatti veniva data per improbabile.

 

I democratici, in effetti, “dovevano difendere dieci stati dove Trump aveva vinto, e ne hanno persi almeno tre – e forse persino cinque”.

 

Nel complesso, comunque, la combinazione dei due voti intralcerà seriamente i piani del Presidente Trump; a differenza del passato dovrà ora trattare con i democratici per approvare misure che richiedono copertura economica. Per queste ultime è infatti necessario passare dal consenso delle due camere, mentre per quanto riguarda per esempio la politica estera o l’immigrazione il presidente ha di solito mano più libera.

 

 

Il buon risultato dei democratici si vede anche nella corsa per l’elezione dei governatori di diversi Stati. Sono sette, per l’esattezza, quelli che passano da repubblicani a democratici: Nevada, New Mexico, Kansas, Wisconsin, Illinois, Michigan e Maine.

 

I primi controllano comunque ancora la maggioranza degli Stati, per quanto con un margine ora risicato. Per mettere le cose nella giusta prospettiva però va anche ricordato che si tratta di aree con popolazioni spesso molto diverse fra loro, e il Partito Democratico dispone a questo punto di governatori di Stati in cui vive un’ampia maggioranza degli americani.

 

In una nazione federale come gli Stati Uniti, il controllo degli Stati è una questione molto più importante di quanto sembrerebbe a prima vista. Una parte del vantaggio dei repubblicani deriva proprio dal fatto che essi detengono il potere da diversi anni a vari livelli della legislatura statale, e con una pratica nota come gerrymandering  hanno potuto ridisegnare le sezioni elettorali in modo da preservare il proprio vantaggio alle urne.

Si spiega anche così, in una certa misura, come mai nel 2016 Donald Trump abbia ottenuto un ottimo risultato nei collegi elettorali nonostante il voto popolare sia andato in maggioranza a Hillary Clinton. A questo va aggiunto la tendenza naturale degli elettori a raggrupparsi e vivere accanto a persone simili a loro per estrazione sociale, reddito o etnia: un altro fattore che tende a favorire i repubblicani – di gran lunga i più popolari fra i maschi bianchi di una certa età.

 

Riottenere il controllo degli Stati potrebbe consentire ai democratici di rovesciare il problema, e riscrivere allora le mappe elettorali in modo a loro più favorevole.

 

Per mettere il risultato elettorali in prospettiva, viene utile anche confrontarlo con le aspettative precedenti. Il sito di data journalism fiverthirtyeight.com ha costruito diversi modelli per cercare di prevedere le probabilità di successo di uno o dell’altro candidato, incorciando  sondaggi e altri indicatori che, storicamente, si sono mossi insieme al voto degli elettori come la quantità di fondi raccolti e così via.

 

Per quanto riguarda la Camera, i Democratici partivano favoriti almeno già dall’estate 2018, dove i sondaggi condotti li indicavano come ampiamente in vantaggio. Tornando più indietro nella presidenza Trump, nella primavera 2017, i repubblicani risultavano invece messi un po’ meglio. Pur con qualche alto e basso però i democratici hanno in seguito guadagnato consenso, e la loro probabilità di vittoria alla Camera è salita fino a circa l’85% nel giorno del voto.

 

 

 

 

Naturalmente nessun analista ha la palla di vetro, e le previsioni condotte nel modo più scientificamente affidabile hanno per forza una natura probabilistica. Vuol dire che vengono simulati una serie di scenari, e verificato quale di essi risulta più o meno probabile. Nella distribuzione finale dei seggi sono risultati di frequente valori superiori ai 218 necessari per arrivare alla maggioranza, e questo spiega il vantaggio significativo dei democratici.

 

Più improbabili, ma certamente non impossibili, erano invece scenari che li avrebbero visti arrivare leggermente corti, a un passo dal numero minimo di seggi necessari. Per vincere alla Camera, insomma, i repubblicani avrebbero avuto bisogno di un errore sistematico nei sondaggi in loro sfavore. D’altra parte il margine di errore delle previsioni viaggia in entrambe le direzioni, e se per esempio i sondaggi si fossero rivelati errati nel verso favorevole ai democratici avremmo assistito a un’ondata rossa che avrebbe potuto portarli anche intorno a 250 seggi.

Nessuno di questi scenari estremi si è realizzato, e tutto sommato il risultato reale appare vicino a quanto previsto dai valori medi.

 

 

 

Per parte sua, la corsa dei repubblicani al Senato partiva già molto in discesa. Considerate le condizioni, ai democratici sarebbe servito un mezzo miracolo per riconquistarne il controllo, e in effetti così non è stato. Questi ultimi avrebbero dovuto non solo conservare moltissimi seggi fra quelli che avevano già vinto, ma in più sconfiggere i repubblicani in Stati tradizionalmente super blu, dove Trump nel 2016 aveva vinto con ampissimo vantaggio.

 

A forte rischio c’erano, fra gli altri, senatori di North Dakota, Missouri, Montana e Indiana – aree dove in diversi casi i repubblicani sono poi effettivamente riusciti a eleggere propri rappresentanti al posto di democratici. L’unico caso nel verso opposto, al momento, è quello del Nevada dove invece il democratico Rosen ha vinto contro il Repubblicano Heller, in carica nel mandato precedente.

 

 

Proprio nel North Dakota, per citare un solo caso, c’è stata una delle gare con più combattute. La candidata democratica Heitkamp era partita leggermente favorita, per poi negli ultimi mesi calare di diversi punti fino a perdere contro il repubblicano Cramer.

Arizona, Florida e Montana sono mentre scriviamo ancora incerti, ma in tutti e tre i repubblicani appaiono in leggero vantaggio.

 

 

Il buon risultato dei democratici si vede anche guardando ai governatori eletti. In questo caso essi sono riusciti a “rovesciare” il controllo di sette stati prima controllati dai repubblicani. Le previsioni davano il voto particolarmente vicino, fra gli altri, in Nevada, Kansas e Wisconsin, e in tutti e tre hanno prevalso i democratici.

 

Altrove si prevedevano risultati fortemente a favore di un partito o dell’altro: alle Hawaii per esempio i democratici avevano trenta punti di vantaggio, e ancora di più i repubblicani in Massachusetts: in entrambi non c’era allora da aspettarsi che le cose sarebbero andate in modo diverso.

 

 

Nota metodologica: nelle visualizzazioni basate sui dati di fiverthirtyeight.com si è usato il modello “deluxe”, che include nella previsione anche il giudizio di esperti esterni. Si tratta dell’indicatore che, secondo le calibrazioni compiute dal sito, più si è avvicinato ai risultati reali delle elezioni.

L’articolo Previsioni, sondaggi e risultati. Come sono andate le elezioni Usa di midterm? sembra essere il primo su Info Data.

Leggi su infodata blog