L’istituto per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ha presentato il suo nuovo rapporto  sul rischio idrogeologico, aggiornando al 2017 analisi che ci consentono di capire qual è lo stato del problema in Italia e se la situazione sta migliorando o meno.

Quanto alle alluvioni le ricerche dell’ISPRA hanno identificato tre grandi categorie di territorio, con altrettanti gradi crescenti di pericolosità: da quelle in cui si prevede che questi eventi siano “scarsamente probabili”, ad altre “poco frequenti”, fino alle “più frequenti” – dove la stima del tempo medio fra una grande alluvione e l’altra va da venti a cinquant’anni circa.

I dati  messi a disposizione dall’ISPRA stessa si concentrano in particolare su queste ultime, zone in cui il pericolo è maggiore e dunque le prime da tenere sott’occhio. Questo, conviene ricordarlo, non vuol dire che siano le uniche aree in cui è presente il rischio di alluvioni. Anche nel territorio a pericolo “medio” c’è da stare attenti: la differenza è in quest’ultimo da un punto di vista statistico alluvioni significative dovrebbero avvenire più di rado.

Come ricorda il rapporto, “le aree a pericolosità idraulica elevata in Italia risultano pari a 12.405 chilometri quadrati, le aree a pericolosità media ammontano a 25.398 chilometri quadrati, quelle a pericolosità bassa (scenario massimo atteso) a 32.961 chilometri quadrati. Le regioni con i valori più elevati di superficie a pericolosità idraulica media, sulla base dei dati forniti dalle Autorità di Bacino Distrettuali, risultano essere Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia, Piemonte e Veneto.”

Numeri che messi soltanto in questi termini non sono sempre super immediati da mettere in prospettiva, per cui magari è più utile confrontarli alla superficie totale del territorio delle diverse regioni. Restando al livello medio, poco meno di metà dell’Emilia-Romagna ricade nella categoria, a poco meno del 46% del territorio complessivo, e risulta così di gran lunga la regione più interessata. Le due regioni successive seguono a parecchia distanza, con Toscana al 12% e Lombardia al 10.

Dal confronto con il 2015”, ricordano ancora i ricercatori, emerge un incremento dell’1,5% della superficie a pericolosità idraulica elevata, del 4% della superficie a pericolosità media e del 2,5% della superficie a pericolosità bassa. Gli incrementi sono legati all’integrazione della mappatura in territori precedentemente non indagati […], all’aggiornamento degli studi di modellazione idraulica e alla perimetrazione di eventi alluvionali recenti. Gli incrementi più significativi della superficie classificata a pericolosità media hanno riguardato la regione Sardegna, il bacino del Po in regione Lombardia, i bacini delle Marche, il bacino del Tevere in regione Lazio, il bacino dell’Arno e quelli regionali toscani, i bacini della Puglia”.

Mappando il territorio attraverso i dati messi a disposizione dell’ISPRA, poi, è possibile costruire una rappresentazione assai dettagliata delle aree a maggior pericolo di alluvione, e magari “cercarsi” per capire qual è la situazione nell’area in cui viviamo. Da queste analisi però vanno in parte escluse le Marche e alcune aree dell’Emilia-Romagna, zone per cui alla data dell’elaborazione non erano disponibili tutte le informazioni necessarie.

 

Un altro modo per fotografare il territorio consiste nel mettere insieme questi numeri con quelli  di suolo, che misurano quanto intensa è stata l’azione umana di copertura del terreno con costruzioni artificiali. E più in dettaglio cercare di trovare i comuni in cui si è costruito di più nelle aree a pericolo elevato di alluvioni – con possibili conseguenze facili da immaginare.

Intanto, sempre consultando il rapporto, sappiamo che poco più di due milioni di italiani sono esposti allo scenario di maggior rischio, e altri 6,1 a quello medio. A questi vanno aggiunti circa mezzo milione di edifici, un filo meno di 200mila aziende e 14mila beni culturali di vario tipo – tutti identificati in aree dove grandi alluvioni sono più frequenti.

Navigando fra i numeri dei comuni con la maggior fetta di suolo consumato a rischio alluvione, ne troviamo alcuni in cui quel valore arriva al 100%: a significare che tutto il territorio esposto al maggior rischio idraulico è stato edificato. Fra quelli che superano il 90% diversi sono al nord, in particolare in Lombardia.

Quanto meno si tratta in quasi tutti i casi di comuni molto piccoli – il più grande supera di poco i 20mila residenti –, ma certamente per chi in quelle aree vive questa non dev’essere una grande consolazione.

Se invece cerchiamo fra le città più grandi troviamo per esempio il caso di Milano o Venezia – entrambi capoluoghi dove è stato edificato su oltre metà del suolo a forte rischio alluvioni.

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Rispetto al 2012, che è il primo anno per cui l’ISPRA ha messo a disposizione dati dettagliati, la Campania e poi Toscana appaiono le regioni in cui l’uso di suolo a rischio idraulico è cresciuto di più. La prima regione ospita anche il singolo comune con il maggior aumento, Sessa Aurunca in provincia di Casera, luogo in cui nel 2017 ce ne sono 19 ettari in più rispetto a cinque anni prima – niente male per un comune il cui territorio totale in ettari supera appena i 160.

 

 

Un altro modo per controllare quali sono i luoghi in cui il consumo di suolo a rischio alluvione è cresciuto è calcolarne la crescita in percentuale sul valore del 2012 invece che i valori assoluti in ettari. In questo modo troviamo comuni magari molto piccoli e che nella fotografia generale forse non incidono così tanto, ma si tratta comunque di un’informazione interessante a livello locale.

Di rado l’aumento calcolato in questo modo ha superato il 50% in cinque anni, ma è senz’altro possibile trovare qualche caso di valori anche superiori – dove le nuove coperture artificiali su questo tipo di territorio sono raddoppiate e anche più.

Selezionando la propria regione nel grafico interattivo è possibile cercarsi nel grafico, e verificare di persona se il luogo in cui viviamo risulta o meno fra quelli dove il problema è diventato più grave.

 

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