Non sono solo i vincoli di bilancio a vietare un ritorno ai pensionamenti di anzianità o un blocco dei meccanismi automatici di adeguamento dei requisiti all’aspettativa di vita. Bisogna tenere conto anche della longevità della popolazione, tra le più alte dei paesi avanzati, che impone livelli di occupabilità a età superiori ai sessant’anni pena la non sostenibilità finanziaria del sistema. È il messaggio che arriva dall’ultimo rapporto Ocse sui sistemi previdenziali, un documento che mette sotto la lente le riforme adottate negli ultimi tre anni nei 35 paesi dell’area e si concentra in particolare sui modelli di flessibilità studiati proprio per allungare la vita lavorativa. Un messaggio particolarmente forte per l’Italia, dove la spesa lorda per la previdenza è cresciuta di oltre il 20% nei primi tredici anni del secolo ( contro il 21,8% della media Ocse) e si colloca sui livelli più elevati in rapporto al Pil (tra il 15 e il 16%). «Insieme ad alcuni paesi come Francia, Spagna e Giappone – spiega Stefano Scarpetta, direttore per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse – siamo il paese con le aspettative di vita più lunghe a 65 anni d’età, oltre 19 anni per gli uomini e quasi 23 anni per le donne». Significa che gli indici di dipendenza degli anziani (rapporto tra over 65enni e residenti in età da lavoro 20-64enni) sono destinati a raddoppiare nelle prossime tre decadi. Tra l’altro siamo tra i primi paesi della classifica di durata di un pensionamento (tra i 25 e i 27 anni).

 

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