«Gli accordi di Parigi non sono rinegoziabili». Hanno risposto così, in una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia all’annuncio del presidente Donald Trump di voler ritirare gli Stati Uniti dall’intesa sul clima siglata a fine 2015. Ma, dichiarazioni a parte, cosa stanno facendo i governi europei per contrastare il riscaldamento globale?

Intanto, va detto che l’Europa è il continente che più degli altri si sta impegnando per ridurre le emissioni di gas serra. Anche nel 2016, a livello continentale, la quantità di CO2  emessa in atmosfera si è ridotta dello 0,4%. Sebbene con risultati diversi a livello di singolo Paese: la Bulgaria le ha tagliate del 7%, la Finlandia le ha viste crescere di oltre l’8%.

I governi europei stanno in questi mesi discutendo dello Effort Sharing Regulation. Ovvero di un accordo che vincolerà le politiche ambientali dal 2021 al 2030. E che fa seguito a quello attualmente in vigore, che andrà a scadenza nel 2020. Sulla base di questa nuova intesa, i Paesi membri dell’Unione si impegneranno a ridurre le emissioni di gas serra del 30%, rispetto a quelle del 2005, appunto entro il 2030.

Nell’ambito di questo dibattito, nel marzo scorso due organizzazioni non profit come Transport&Environment e Carbon market watch hanno rilasciato lo EU Climate leader board. Un rapporto nel quale vengono valutati cinque indicatori, che misurano l’atteggiamento dei governi dei 27 Paesi coinvolti rispetto alle tematiche in discussione. A ciascuno di questi indicatori viene assegnato un punteggio. Il totale massimo raggiungibile è di 100. E la nazione che si comporta meglio, cioè la Svezia, arriva appena a 67. L’Italia, invece, è in fondo alla classifica. Intanto, ecco i risultati riassunti in questa infografica:

Stoccolma ottiene 67 punti su 100, seguita da Berlino con 54 e Parigi con 53. Roma appena 9, risultato che pone il nostro Paese nel gruppo di coda. Peggio fa solo la Polonia con 2 punti. Detto della classifica, occorre però spiegare come sono stati calcolati questi punteggi. Il primo elemento è quello che viene definito «punto di partenza». Ovvero il momento da cui partire per calcolare la riduzione delle emissioni.

La proposta della Commissione europea è quella di prendere in considerazione la media delle quantità di CO2 immesse in atmosfera tra il 2016 ed il 2018. Ora, l’intesa in discussione impegnerà i governi dal 2021 al 2030. Utilizzare ad esempio come punto di partenza le emissioni del 2020, in previsione minori di quelle attuali, richiederebbe uno sforzo minore, visto che si parla di una riduzione percentuale. I Paesi a cui vengono assegnati 0 punti, tra cui l’Italia, spingono per alleggerire l’impegno proposto dalla Commissione. Quelli che ne ottengono 7 vogliono mantenerlo così com’è, quelli che ne hanno 21 lo vorrebbero più stringente.

Secondo aspetto, le foreste. O meglio, la loro capacità di assorbire CO2, riducendo così il totale delle emissioni. La proposta di Bruxelles è che nel calcolo si considerino solo le nuove piantumazioni e non il patrimonio esistente. Germania e Cipro chiedono addirittura di ridurre il peso della CO2 assorbita dalle piante nel conteggio finale. Molti Paesi sono allineati con la Commissione (4 punti). L’Italia è tra quelli che vorrebbero invece aumentare il fattore di riduzione delle emissioni legato al “lavoro” delle foreste.

Poi ci sono i certificati neri, una misura che riguarda gli impianti industriali. In pratica, quelli che emettono meno CO2 di quella che potrebbero per stare nei limiti di riduzione previsti, possono vendere questo margine ad altre aziende che invece non riescono a centrare gli obiettivi di taglio delle emissioni di anidride carbonica. L’Europa intende mantenerli, Germania e Svezia chiedono però di ridurne l’importo complessivo consentito. L’Italia è allineata con Bruxelles e ottiene così 2 punti.

Quarto elemento, i controlli. La Commissione ipotizza una verifica del rispetto degli accordi nel 2027, ovvero a metà strada. Buona parte dei Paesi, quelli che ottengono 1 punto su un massimo di due, chiedono verifiche più frequenti. O multe per chi non sta rispettando gli impegni. L’Italia è allineata con la Commissione europea.

Infine, l’ambizione. Ovvero l’impegno dei governi nel ridurre le emissioni. L’Europa presenta piani decennali differenziati per i singoli Paesi sulla base di diversi elementi, a cominciare da quelli economici. L’obiettivo è che a livello continentale si arrivi così alla riduzione di CO2 prevista. Che, nel caso specifico, è del 30% entro il 2030. Ora, solo la Polonia (0 punti) chiede di abbassare il target finale. Molti Paesi, Italia compresa, sono in linea con Bruxelles. Quelli che hanno ottenuto 14 punti sono quelli che vogliono raggiungere obiettivi di riduzione più significativi di quelli fissati dall’Europa. La Francia (28 punti) chiede anche di elaborare piani di durata più ampia di quella decennale attualmente prevista. La Svezia (35 punti su 35) ha deciso che entro il 2045 avrà portato a zero le proprie emissioni di CO2. È anche per questo che il Paese scandinavo si piazza in testa alla classifica delle nazioni europee maggiormente impegnate nel contrasto al cambiamento climatico.

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