di Fedele De Novellis e Sara Signorini, rispettivamente partner e economista senior e ricercatrice di REF Ricerche 

Nonostante gli ampi divari di capacità fiscale nel nostro paese, la redistribuzione di risorse effettuata dal sistema di welfare consente di garantire livelli di spesa primaria abbastanza omogenei lungo tutto il territorio nazionale. In particolare il riferimento è alla direttrice Nord Sud, lungo la quale avviene la maggior parte dei trasferimenti di risorse pubbliche.

Fino ad ora però la redistribuzione di risorse non è riuscita a fornire una risposta concreta al permanere di un ampio gap di sviluppo. Anzi, la crisi economica alle nostre spalle ha visto ampliarsi questo divario tra Nord e Sud, essendosi abbattuta su un contesto già estremamente differenziato dal punto di vista economico, in cui le perdite di prodotto e occupazione sono state maggiori soprattutto nelle regioni più deboli.

Se si confrontano i dati sugli occupati più recenti con quelli precedenti la crisi, si osserva come l’Italia nel complesso stia ritornando sui livelli del 2008. Ma mentre al Centro e al Nord siamo oramai vicini a quei massimi, nelle regioni del Sud mancano all’appello circa 350mila occupati. Le distanze si ampliano ulteriormente si si considerano gli indicatori dell’andamento delle ore lavorate.

I divari territoriali possono essere letti come un indicatore di debolezza strutturale del sistema economico, che dovrebbe essere contrastata dalle politiche economiche. Non deve quindi sorprendere che con frequenza emergano segnali di insoddisfazione da più parti. È ad esempio il caso dei referendum che il 22 ottobre vedranno impegnati i cittadini di Lombardia e Veneto nella richiesta (o meno) di maggiori margini di autonomia nell’ambito delle possibilità offerte dalla Costituzione Italiana.

Il tema della distribuzione delle risorse pubbliche è stato al centro del dibattito che si è recentemente sviluppato attorno ai due referendum. In Italia i trasferimenti di risorse finanziarie fra regioni sono significativi. Essi dipendono soprattutto dal fatto che la stessa struttura dei redditi e dei consumi è molto sbilanciata, e questo quindi comporta che il finanziamento dello Stato richieda prelievi maggiori nelle aree più sviluppate del paese.

Dire quante siano le risorse che vengono effettivamente trasferite da o verso un territorio non è però semplice. Spesso nel dibattito si fa riferimento al cosiddetto “residuo fiscale”, definito dalla differenza tra le entrate prodotte su un territorio e le spese ad esso riferibili.

Del residuo fiscale esistono varie definizioni e metodologie di stima più o meno sofisticate, proprio perché l’attribuzione di risorse pubbliche a un territorio piuttosto che a un altro richiede alcuni accorgimenti, soprattutto per la ricostruzione delle spese ricadenti su un singolo territorio. Si pensi ad esempio alle spese per la difesa nazionale: i valori sono concentrati soprattutto nelle zone di confine, ma la loro ripartizione dovrebbe seguire un criterio legato al beneficio.

Parallelamente la spesa per gli organi istituzionali è concentrata nel Lazio per la presenza di Roma, ma dovrebbe essere ripartita anche agli altri territori. Queste spese vengono quindi solitamente riallocate seguendo criteri discrezionali, da cui, gioco forza, emergono stime differenziate dei valori di spesa regionale pro capite, e quindi del residuo fiscale. Esempi di stime dei residui fiscali si possono trovare in vari contributi della letteratura sul tema (Giannola et al. 2016; Staderini e Vadalà 2010; Monteduro 2017).

Una dimensione della redistribuzione delle risorse pubbliche tra territori la danno i Conti Pubblici Territoriali (Cpt), pubblicati dal Ministero dello Sviluppo Economico, nei quali si trovano i valori di spese ed entrate pubbliche complessive regionalizzati. Pur con le cautele del caso, le conclusioni che si traggono osservando i dati dei Cpt sono analoghe a quelle diffuse in letteratura.

Emergono soprattutto tre ordini di considerazioni:

1) Si osserva la significativa attenuazione delle differenze regionali nelle spese rispetto alle entrate secondo i Cpt le entrate pubbliche riferite al territorio della Lombardia sono pari, nella media 2013-2015, a circa 18 mila euro, mentre scendono a poco più di 9 mila in Calabria. Le spese pro capite (al netto degli interessi sul debito) sono pari a 12300 euro in Lombardia, 11700 euro in Calabria. Ciò conferma che di fatto lo Stato cerca di fornire (almeno dal punto di vista delle risorse finanziarie) servizi non molto diversi lungo il territorio nazionale, anche se poi non è scontato che alla dimensione delle risorse corrispondano effettivamente livelli simili dei servizi erogati.

2) La portata dell’azione redistributiva in Italia è significativa, ma secondo alcuni studi non è dissimile, o quantomeno sproporzionata, rispetto ad altre realtà internazionali. Giannola et al. (2016) ad esempio stimano un’intensità della redistribuzione in Italia di poco superiore al 40%, su una scala che va da 0 (redistribuzione nulla) a 100% (redistribuzione massima). Stime simili, pur con le dovute cautele con cui si devono prendere i confronti internazionali, essendo questi basati su dati non sempre perfettamente confrontabili, hanno evidenziato un’intensità redistributiva del 40% anche in Germania, tra il 32% e il 38% in Spagna, intorno al 38% in Francia.

3) Il calcolo dei residui fiscali, pur con le dovute cautele dovute alla metodologia di stima adottata, conferma l’esistenza di una relazione inversa tra reddito di una regione e trasferimenti fiscali ricevuti, come ad esempio si legge in Stederini e Vadalà (2010). Le regioni ad alto reddito infatti presentano un residuo fiscale negativo, ovvero trasferiscono risorse verso il resto del paese. Viceversa, le regioni a basso reddito ricevono risorse.

 

 

NOTE
– Giannola et. al 2016 “Net fiscal flows and interregional redistribution in Italy: A long-run perspective (1951–2010)”
– Staderini e Vadalà 2010 “Bilancio pubblico e flussi redistributivi interregionali”, in questo volume della Banca d’Italia
– Monteduro e Di Caro 2017, “La finanza locale in tempo di crisi: verso un modello di decentramento più equo e sostenibile?” in questo volume 

Sulla distanza tra Nord e Sud si veda anche il dibattito sul blog Econopoly. Ecco i link ai post pubblicati:

– Perché i referendum non tuteleranno le autonomie (e cosa bisognerebbe fare)

– C’è un motivo se la speranza di crescita per il Mezzogiorno è (praticamente) zero

– Sostiene Viesti che Milano non è affatto la locomotiva del Paese

– Contrattazione decentrata e politica dei minimi: un’idea per il Sud

– Perché il fare impresa è il vero tabù del Sud

– Decreto Mezzogiorno: siamo davvero a un punto di svolta?

– Servono al Sud le Zone economiche speciali?

– Ecco come le mafie danneggiano la produttività delle piccole e medie imprese

L’articolo Il referendum lombardo-veneto e la distanza fra Nord e Sud: ecco i numeri sembra essere il primo su Info Data.

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