Non sono (solo) i soldi che danno la felicità: è tutta questione di hygge, una parola che arriva dalla Danimarca, uno dei Paesi più felici al mondo secondo le classifiche internazionali. Hygge è un vocabolo intraducibile in italiano o inglese ma che ha dei corrispettivi in norvegese, svedese, olandese e tedesco. E’ diventato un trend topic e una vera moda nel 2017, con un migliaio di libri in vendita su Amazon sul tema e oltre 3 milioni di post su Instagram, tanto che l’Oxford Dictionary l’ha inserita già nel 2016 nella short-list delle parole dell’anno (poi è stata eletta la “post-verità”, per la cronaca).

 

 

Ma prima di capire in che consiste il segreto della felicità danese partiamo dai dati: l’ultima ricerca sulla felicità che è stata pubblicata è il World Happiness Report 2018 che vede sul podio tra le 155 nazioni considerate ancora Finlandia, Norvegia e Danimarca. Gli Stati Uniti, per esempio, che registrano un Pil in crescita e la disoccupazione in calo e in cui la condizione economica è citata tra le caratteristiche più importanti della felicità sono solo al 18esimo posto. La Danimarca, invece, è ai primi tre posti per il settimo anno consecutivo. Va detto che la felicità in questo tipo di ricerche viene misurata utilizzando sia dati oggettivi che riguardano la società (per esempio il numero di crimini commessi, la salute, il reddito, il sistema sanitario, la stabilità dei governi, l’aspettativa di vita) e valutazioni soggettive che vengono rilevate attraverso interviste dirette. Tra i danesi tra questa valutazioni c’è un’alta prevalenza di “hygge”, un costrutto che indica una elevata qualità di relazioni sociali e familiari e la possibilità di prendersi del tempo per coltivarle, è la felicità delle piccole cose che si trova nel quotidiano. Rimanda a un concetto di familiarità e di accoglienza. Secondo alcuni è un costrutto figlio anche dei freddi climi nordici, che invitano a ritrovarsi e ritirarsi in casa come in un rifugio da dividere con gli affetti più cari.

Hygge può essere usato come un sostantivo, come un verbo o come un aggettivo per definire una situazione o anche un luogo. In danese ci sono anche una serie di parole derivate da hygge, come per esempio hyggebusker che sono quei pantaloni magari vecchi o fuori moda che uno mai indosserebbe in pubblico ma che sono i preferiti, comodi e confortevoli da mettere però solo in casa. Oppure Fredagshygge che è il relax con gli amici o con la famiglia o anche da soli dopo un’intensa settimana di lavoro, magari il venerdì sera davanti alla tv con la serie preferita (su questo c’è da dire però che si tratta di un tema tutto scandinavo: norvegesi e svedesi hanno il loro Fredagsmys, or fredagskos, con siti che enunciano le “rigide regole” per goderne appieno, come per esempio magiare tacos messicani davanti alla tv).

Insomma, la hygge way of life ha sicuramente qualcosa da insegnare, tanto che ha attratto fan in tutto il mondo. Anche troppo, secondo alcuni critici, che ne hanno denunciato l’eccessiva commercializzazione di un costrutto complesso e anche per certi aspetti scivoloso. Il World Happiness Report, vale la pena ricordarlo, nell’ultima edizione si dedica all’analisi del fenomeno della migrazione e dei migranti, dei loro livelli di felicità e del rapporto con i Paesi in cui migrano, da vari punti di vista. Ecco, una delle critiche è che hygge ha molto a che fare con l’individualismo, poco con l’inclusione, per esempio. Oltre al fatto che, senza scomodare troppo la piramide dei bisogni di Maslow (secondo cui per arrivare ad avere l’impulso della realizzazione personale, per esempio, bisogna aver prima soddisfatto bisogni più basilari come quello di nutrirsi o quello di sicurezza) vale la pena ricordare che prima di arrivare a sperimentare la felicità delle proprie relazioni personali, della famiglia, degli spazi per sé, è necessario che molti altri bisogni siano stati soddisfatti. E l’Italia? Nel rapporto è al 47esimo posto, dopo Thailandia e Kuwait, subito prima di Ecuador e Belize.

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