Partiamo dalla classe dirigente. La spesa per consumi delle famiglie ricche, della “classe dirigente”, è più che doppia rispetto a quella dei nuclei all’ultimo gradino della piramide disegnata dall’Istat, ovvero “le famiglie a basso reddito con stranieri”. Lo scrive Istat nel suo Rapporto 2017. Ma quanti sono classe dirigente in Italia? 1,8 milioni di famiglie (7,2 per cento) per un totale di 4,6 milioni di persone (7,5 per cento). Sono famiglie in media di 2,46 componenti, composte per oltre il 40 per cento da coppie con figli conviventi. A livello professionale nel 40,9 per cento dei casi sono dirigenti o quadro, nel 29,1% sono imprenditori e nel 30% dei casi sono in pensione o si sono ritirati dal lavoro. Il loro reddito? Il 12,2% del totale. Dall’altro parte della piramide ci sono le famiglie a basso reddito in cui è presente almeno una persona con cittadinanza non italiana. Sono 4,7 milioni di persone, cioè il 7,8 per cento della popolazione: sono  più giovani (in termini di età media) e presentano le peggiori condizioni economiche e uno su dieci ha un titolo universitario. Il rapporto Istat sostiene che la disuguaglianza è aumentata. E spiega anche perché analizzando le dinamiche di reddito. 

Alla fine del periodo di recessione economica 14 paesi europei su 27 registrano livelli di diseguaglianza dei redditi disponibili più alti rispetto a quelli registrati prima della crisi. Fatta eccezione per la Finlandia, dove la diseguaglianza si riduce, e Francia e Germania, dove rimane costante, in tutti gli altri l’indice di Gini registra tra il 2008 e il 2015 una crescita lieve ma sensibile.

Come si può apprezzare nellInfo Data realizzata da Istat qui sotto il reddito disponibile sostanzialmente è il prodotto dei soldi che riceviamo grazie al nostro lavoro o alle nostre rendite (capitale) e dal peso delle tasse (intervento pubblico). Nell’ultimo periodo a causa della crisi solo l’intensificarsi dell’azione redistributiva ha permesso a molti paesi di contrastare questa dinamica (in particolare, in Spagna e Grecia) o addirittura di invertirla. È quest’ultimo il caso della Finlandia e della Francia, dove un aumento della diseguaglianza dei redditi di mercato si è tradotto in una diminuzione di quella dei redditi disponibili grazie a una maggiore intensità dell’azione pubblica. In Italia la capacità redistributiva dell’intervento pubblico è tra quelle cresciute meno rimanendo così tra le più basse nei paesi considerati.

Qui sotto l’Info di Istat realizzata in occasione del rilascio del nuovo rapporto. Le altre info interattive le trovate qui.

 

In pratica in mancanza di una politica di redistribuzione dei redditi sono state le pensioni ad aver bilanciato e smussato gli angoli in termini di disuguaglianza. I trasferimenti pensionistici spiegano da soli l’85 per cento della riduzione della diseguaglianza. Un ruolo relativamente modesto nel nostro Paese è, invece, ricoperto dagli altri trasferimenti monetari di sostegno al reddito, quali gli assegni al nucleo familiare e i sussidi di disoccupazione.

Quindi come si spiegano le disuguaglianze?  Gran parte della diseguaglianza, scrive Istat, è spiegata dai redditi da lavoro il cui contributo, però, è sceso tra il 2008 e il 2015 di circa 10 punti percentuali (dal 74 al 64 per cento). Essendo, poi, la quota di redditi da lavoro poco più del 55 per cento dei redditi totali (era del 58 del 2008), l’intensità risulta essere in calo e pari a 1,2. L’intensità relativa più alta (2,0) è attribuibile ai redditi da capitale: questi, infatti, pur contribuendo a formare una quota inferiore al 3 per cento dei redditi disponibili, generano il 6 per cento del totale della diseguaglianza.

Se clicchiamo nella secondo slide dell’Info Data possiamo capire qualche cosa in più della dinamica della disuguaglianza. Tenendo conto della nuova suddivisione in classi sociale operata da Istat scopriamo che suddividendo la popolazione residente per quinti di reddito, si osserva che circa l’80 per cento di quella appartenente alle famiglie a basso reddito con stranieri si colloca nei quinti più bassi della distribuzione (1° e 2°). Questa quota scende nell’intervallo compreso tra il 55 e il 60 per cento nelle famiglie a basso reddito con soli italiani, in quelle tradizionali della provincia e nel gruppo delle anziane sole e dei giovani disoccupati. I gruppi delle famiglie degli operai in pensione e dei giovani blue-collar risultano i più eterogenei, dato che gli individui si distribuiscono in misura simile all’interno di tutti i quinti di reddito. Infine, quasi l’80 per cento degli individui appartenente al gruppo della classe dirigente si collocano nei due quinti più alti (4° e 5°) mentre questi rappresentano tra il 55 e il 65 per cento nei gruppi pensioni d’argento e famiglie degli operai in pensione.

 

Cosa vuol dire? Che chi rispetto al 2008 (inizio della recessione) chi se l’è vista brutta accusando un peggioramento delle proprio reddito sono  le famiglie con stranieri  e quelle tradizionali della provincia. Per la classe dirigente c’è sì un peggioramento ma lievissimo (otto punti percentuali nell’arco di tempo considerato). Meglio va agli anziani soli e ai giovani disoccupati, nel senso che  diminuisce, infatti, la quota di coloro che ricadono nei due quinti più bassi grazie soprattutto a un aumento della quota di redditi da lavoro percepiti dagli altri componenti familiari. Anche il gruppo delle famiglie di impiegati sembra aver risentito meno di altri degli effetti della recente crisi: a livello distributivo si riduce la loro presenza nella coda più bassa (-5,6 punti percentuali nei primi due quinti) e aumenta sensibilmente la loro presenza nel quinto più alto (+4,1 punti percentuali). Infine, per i restanti gruppi (famiglie degli operai in pensione, giovani blue-collar, famiglie a basso di reddito di soli italiani e pensioni d’argento) le posizioni lungo tutta la distribuzione rimangono pressoché immutate.

Nella terza slide dell’Info Data abbiamo la geolocalizzazione dei redditi e delle classi sociali. Il dato in questo caso è stato sviluppato meglio qui e ricalca il dualismo nord-sud che conosciamo storicamente bene. Ma è interessante lo spaccato delle città.

 

Nella quarta slide abbiamo infine le voci di spesa che contribuiscono a determinare il reddito lordo, divise in base alla nuova classificazione delle classi sociali.

 

Le classi di IstaL’Istat traccia una nuova mappa socio-economica dell’Italia, dividendo il Paese in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione, come nelle tradizionali classificazioni. I due sottoinsiemi più numerosi sono quelli delle ‘famiglie di impiegati’, appartenete alla fascia benestante (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e delle ‘famiglie degli operai in pensione’, fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone). Per l’Istat il gruppo più svantaggiato economicamente è quello delle ‘famiglie a basso reddito con stranieri’ (1,8 milioni pari a 4,7 milioni di persone), seguono le ‘famiglie a basso reddito di soli italiani’ (1,9 milioni che comprendono 8,3 milioni di soggetti), le meno numerose ‘famiglie tradizionali della provincia’ e il gruppo che riunisce ‘anziane sole e giovani disoccupati’. A reddito medio sono invece considerate oltre alle famiglie di operai in pensione, quelle di ‘giovani blu collar’ (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone). Nell’area dei benestanti, l’Istat inserisce oltre alle ‘famiglie di impiegati’, quelle etichettate ‘pensioni d’argento’ (2,4 milioni, per 5,2 milioni di persone). Il primo posto sul podio dei più ricchi spetta alla ‘classe dirigente’ (1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone).

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