La spesa è quella effettuata dai governi, non dai singoli cittadini a livello di esami e visite mediche. E sia che la si guardi come percentuale del Pil, sia che la si intenda come valore pro capite, i dati dicono che più è alta, maggiore è la speranza di vita della popolazione.

 

Per arrivare a questa conclusione Infodata ha incrociato due diverse fonti, entrambe riferite all’anno 2015. La prima è Eurostat, che qualche settimana fa ha pubblicato i dati relativi alla spesa sanitaria e livello continentale: un totale di oltre mille miliardi di euro in un solo anno, con l’Italia al quarto posto con una spesa di 117 miliardi. La seconda è Ocse, dai cui database è stato estratto il valore riferito alla speranza di vita alla nascita. Incrociando questi due valori, il risultato è questo:

 

Come si può vedere, quando cresce la spesa sanitaria cresce anche l’aspettativa di vita. Con il filtro nella parte bassa si può scegliere se visualizzare il dato come percentuale del Pil o come pro capite per le casse dello Stato. Ovviamente, non è possibile affermare che la causa di una vita più lunga sia da ricercarsi unicamente nella quantità di denaro che un governo investe nella sanità. Gioca un ruolo fondamentale, ad esempio, lo stile di vita dei singoli (la dieta, l’esercizio fisico, il fumo). E anche il modo in cui questi soldi destinati alla sanità vengono effettivamente spesi. Esiste però quella che gli statistici chiamano correlazione positiva: i due fenomeni crescono in parallelo.

 

Si guardi ad esempio alla spesa intesa come percentuale del prodotto interno lordo. Qui a guidare la classifica è la Danimarca, che investe in questo settore l’8,6% del Pil. Nella terra di Hans Christian Andersen la speranza di vita arriva a 80,8 anni. In Lettonia, dove a questo capitolo non viene destinato che il 3,8% del Pil, l’aspettativa di vita si riduce a 74,6 anni.

 

Non mancano, chiaramente, le eccezioni. Il governo lituano spende due punti di Pil in sanità in più di quello lettone. Eppure qui la speranza di vita alla nascita si ferma a 74,5 anni, la più bassa a livello europeo. Mentre la Spagna raggiunge gli 83 anni investendo in sanità il 6,2% del prodotto interno lordo, quasi due punti e mezzo in meno di quanto avvenga in Danimarca. L’Italia è seconda per spesa sanitaria come percentuale del Pil (82,6%) ed ha un’aspettativa di vita tra le più alte a livello continentale (82,6 anni).

 

Se con il filtro sulla parte bassa del grafico si sceglie di visualizzare la spesa sanitaria pro capite, il divario appare ancora più evidente. In tutti i Paesi nei quali il governo “stacca” un assegno superiore ai 2.500 euro pro capite, l’aspettativa di vita alla nascita non scende sotto gli 80 anni. Si tratta della Scandinavia, delle nazioni in cui si parla tedesco e inglese e del Benelux.

 

Dove invece si rimane sotto i 1.500 euro di spesa sanitaria pro capite, in due casi su tre la speranza di vita non raggiunge quota 80. Anche in questo caso la Spagna rappresenta un’eccezione positiva: 1.434,50 euro spesi annualmente per ogni cittadino dal governo e un’aspettativa di vita che raggiunge gli 83 anni. E poi c’è l’Italia, che sta nel mezzo: qui si raggiungono gli 82,6 anni di speranza di vita con una spesa pro capite di 1.924,68 euro pro capite l’anno. Che sia Roma ad aver trovato un giusto compromesso tra la spesa sanitaria e la sua capacità di incidere sulla durata della vita dei suoi cittadini?

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