I disruptor dell’innovazione digitale possono dormire sonni tranquilli. Dietro un apparente immobilismo il welfare italiano sta cambiando. Al suo interno, e non da oggi, sono attivi profondi processi di trasformazione che gli innovatori delle Ict e del making possono accelerare. A patto di individuare e cavalcare i driver giusti, spesso se non proprio nascosti poco considerati nel loro potenziale di cambiamento. Dietro l’efficientismo della spending review e dell’outsourcing, dietro le polemiche sui “livelli essenziali” e i diritti acquisiti, dietro la pianificazione territoriale dei “sistemi integrati”, il welfare –  soprattutto quello in forma di servizi –  chiede essenzialmente tre cose: una maggiore personalizzazione delle prestazioni, un orientamento esplicito alla partnership tra pubblico e privato e una natura più marcatamente produttiva.

A prima vista questi macro trend sembrano minare i pilastri del classico welfare state, che non produce ma redistribuisce le risorse raccolte attraverso la tassazione, che vede la pubblica amministrazione come monopolista della governance e dell’esecuzione delle prestazioni e che garantisce l’accesso ai benefici della protezione sociale in senso universalistico. In realtà l’innovazione sociale, anche per via digitale, è una modalità attraverso cui l’impianto della protezione sociale può essere ridisegnato alla base ma non stravolto, operando quella riforma che per via normativa è stata realizzata solo parzialmente.

Un welfare produttivo può trovare nelle piattaforme di ecommerce uno strumento per allungare le reti di distribuzione e vendita di prodotti-servizi che incorporano nel loro valore di scambio una quota di risorse da reinvestire per il cofinanziamento di servizi di welfare, rispetto ai quali il settore pubblico taglia i finanziamenti e i beneficiari non sono in grado di pagare direttamente le prestazioni. È il caso dei marchi Panecotto e Cangiari promossi da imprese sociali lucane e calabresi con l’intento di rendere sostenibile il proprio welfare locale attraverso la vendita di prodotti agro-alimentari locali e di moda critica.

Il carattere pubblico della protezione sociale può essere presidiato non solo attraverso la rappresentanza dei corpi intermedi, ma rilanciando il mutualismo per aggregare una domanda di beni di welfare riconducibile a una pluralità di bisogni. È questa la proposta di Itas Assicurazioni per un progetto di community che coinvolge gli oltre 770mila soci assicurati e le loro comunità di appartenenza. Allo stesso modo l’accessibilità ai servizi può essere garantita non tanto grazie a un welfare low cost basato sul contenimento dei costi del personale – che inevitabilmente si riflette, in negativo, sulla qualità dei servizi – ma piuttosto investendo su tecnologie hardware e software che potenziano la qualità degli interventi, anche sul versante relazionale; come dimostrano le strutture sanitarie ed assistenziali mobili che alcune ong, come Emergency, hanno portato nel nostro Paese attraverso un percorso di “retrofit innovation”. Possono inoltre giocare un ruolo rilevante le iniziative che abilitano azioni di scambio non mercantile e non monetario di beni di welfare. Servizi collaborativi che attraverso micro prestazioni sociali, assistenziali, educative incorporano un bene rifugio molto ricercato: la coesione sociale, come dimostrano le social street sempre più diffuse a livello nazionale, costruite attraverso social network digitali che facilitano i processi di riconoscimento reciproco e il raggiungimento di una quota minima fiduciaria in grado di alimentare processi di co-produzione in maniera non estemporanea.

Cosa manca quindi al welfare dell’innovazione sociale per andare a regime, “togliendo il tappo” a processi di trasformazione già in atto? Due elementi in particolare: da un lato una community per i citati innovatori capace di agire trasversalmente alle organizzazioni e concentrata sulla creazione di filiere di servizi. Dall’altro un ecosistema di investitori che apporti risorse attendendo come ritorno un impatto sociale positivo e rendicontabile. È il caso di Fondazione Cariplo, che ha recentemente lanciato un bando per premiare progetti di “welfare di comunità” che dovrebbe fare da apripista per nuove politiche dove la protezione sociale si combina con lo sviluppo locale. Ed è il caso di soggetti bancari specializzati in campo sociale, come Banca Prossima, che sta sperimentando Tris – titolo di riduzione di spesa pubblica – un’obbligazione che finanzia iniziative a impatto ambientale e sociale (il test è la raccolta differenziata gestita da imprese sociali di inserimento lavorativo a Scampia) e che si ripaga con i risparmi ottenuti sul budget pubblico. Un dinamismo notevole che si appresta ad affrontare l’ultima grande sfida: aggregare non solo la domanda ma anche l’offerta di welfare in un ambito caratterizzato da una frammentazione molto accentuata. Una soluzione lungo la “sottile linea rossa” tra sharing e on demand economy e dove la mission sociale consiste nell’abbassare le asimmetrie informative rispetto all’utente e nel garantire più qualità e dignità del lavoro in quella che ormai viene definita “white economy”.