Caterina preme lievemente un pulsantino. Si attiva il circuito Arduino che dà l’impulso  affinché un palloncino schiacciato tra la tastiera e la cover si gonfi. Et voilà, il computer portatile lentamente si apre. Caterina è una venticinquenne, che in due settimane ha messo a punto un prototipo per risolvere il problema della sorella studentessa universitaria disabile, che non riesce da sola ad aprire e chiudere il pc. E, allo stesso tempo, Caterina ha cercato la sua strada nella vita, dentro al fablab. Accanto a lei altri ragazzi che partecipano al progetto formativo gratuito del fablab  WeMake e di Fastweb Digital Academy. Lo scopo è dare non solo competenze tecniche ma un approccio alla progettazione. Che siano prodotti o servizi. 

WeMake nasce proprio con un’attenzione particolare al welfare. Un giorno di cinque anni fa uno studente ipovedente di ingegneria ha fatto ingresso nel fab lab milanese. «Il suo problema era riuscire a vedere meglio i  circuiti – racconta Cristina Martellosio, coordinatrice dell’area educational e dei progetti a impatto sociale di WeMake – Noi gli abbiamo detto: col nostro aiuto impara a usare le tecnologie per costruirti la soluzione giusta. E così è stato: si è fabbricato un grande modello che riproduce fedelmente i circuiti su scala maggiore». Questa è stata la prima di molte storie di autodeterminazione utilizzando l’approccio do-it-yourself e maker. «Si tratta di ragionare in termini di personalizzazione della cura – aggiunge Martellosio – Chi meglio di colui che porta un bisogno può sapere quale sia la soluzione migliore? Noi semplicemente accompagniamo».

Così stanno facendo con OpenCare, un progetto europeo collaborativo.  «La protesi stampata in 3d è solo la punta dell’iceberg – spiega Costantino Bongiorno, fondatore di WeMake – Grazie alla fabbricazione digitale, di fatto gli utenti stessi o i caregiver inventano i servizi o i prodotti con alto livello di personalizzazione. Le tecnologie sono a basso costo ma potenti come quelle tradizionali. E in più le informazioni vengono condivise open source: i file, le pratiche, le istruzioni sono disponibili online e chiunque può riprodurre l’oggetto o modificarlo a proprio piacimento». Dalla coprogettazione con una ventina di cittadini sono nati due prototipi.  InPè  segnala la caduta a terra di una persona;  è simile a uno smartwatch con sim, accelerometro, gps e sensori per i parametri vitali. «È un wearable che immaginiamo molto personalizzabile – aggiunge Bongiorno – Deve rispondere anche a parametri d’uso ed estetici perché le persone abbiano il piacere d’indossarlo. Altrimenti resta sul comodino».

WeMake si occupa anche di design dei servizi. Con il Comune di Milano, all’interno di OpenCare, sta progettando soluzioni per abbattere le barriere architettoniche (Open Rampette). «Stiamo lavorando a un sistema di rampe mobili a chiamata che testeremo coi commercianti entro luglio – aggiunge Costantino – e  a una semplificazione della procedura burocratica che sono chiamati a fare gli esercenti».

L’innovazione del welfare fa breccia anche nelle istituzioni. Proprio il Comune di Milano ha lanciato a gennaio WeMi, una piattaforma a disposizione dei cittadini, che cercano servizi di qualità, dalla colf alle badanti. Dall’analisi dei dati emergeva una città in cui il 52% delle persone sono single, in cui vivono molti anziani soli ultraottantenni e in cui l’occupazione femminile arriva al 68% con donne che si fanno carico sia dei figlie che dei genitori. «Il Comune si occupa direttamente di situazioni di fragilità economica- spiega Cosimo Palazzi, direttore area emergenze sociali, diritti e inclusione del Comune– Ci siamo chiesti: un’amministrazione pubblica si deve occupare solo di queste persone o deve avere un ruolo allargato ed estendere il perimetro di interesse? Noi pensiamo che un welfare che parli solo ai poveri si impoverisca. Abbiamo privilegiato un ruolo di orientamento delle persone, pensando che questo rientri nella funzione pubblica». Al 16 giugno le richieste di servizio rivolte alle organizzazioni non profit accreditate sono state 687. Le prime tre tipologie sono la badante (105), la baby- sitter (79), colf (61).

L’anno prossimo sarà possibile acquistare il servizio direttamente online e sulla piattaforma rimarrà traccia di come si incrociano domanda e offerta. «A quel punto avremo più elementi di conoscenza di ciò di cui hanno veramente bisogno i cittadini e contemporaneamente allargheremo l’offerta dei servizi» aggiunge Palazzi. Tra i nuovi servizi potrebbe rientrare qualche offerta del progetto Welfare condominiale che sta sperimentando la condivisione di alcuni servizi (baby-sitting e  badanti) all’interno della stessa comunità.

WeMi  nasce in risposta al  progetto  Welfare in azione di Fondazione  Cariplo, che investendo 30 milioni di euro, tramite bando, ha mobilitato complessivamente  67 milioni in tre anni. Come? Coinvolgendo il territorio, le comunità, le imprese, il terzo settore, il privato sociale, nell’idea che il welfare vada vissuto come una responsabilità comune della società. Così a Tradate si sta lavorando in rete per nuove forme di relazione tra giovani, imprese e formazione, che privilegiano il contatto diretto. E i giovani stessi sono tra i promotori del progetto.  A Cremona, invece, sono stati creati 20 laboratori di comunità – di cui cinque all’interno di aziende  – per leggere assieme i bisogni e trovare soluzioni.

Tramontata l’epoca di un  welfare universale e con politiche calate dall’alto, la società stessa si riorganizza sulla base di paradigmi nuovi (collaborazione, coprogettazione, condivisione) che reintepretano i bisogni, ne colgono di nuovi, innovano i processi.