Cosa ci aspetta nel corso dei prossimi dieci anni nel campo della scienza e della tecnologia digitale? Microsoft ha avuto l’idea di chiederlo a diciassette delle sue migliori ricercatrici.

L’occasione è stata la Computer Science Education Week, un evento che ha lo scopo di incoraggiare gli studenti a imparare l’informatica. Ce n’è motivo: le statistiche prevedono che nel 2020 negli Usa saranno richiesti 1.400.000 posti di lavoro legati alla programmazione, ma solo 400.000 persone avranno le capacità necessarie per svolgerli. Uno dei motivi di questa carenza è che le ragazze rimangono tagliate fuori: nonostante il 57% dei laureati nelle grandi università statunitensi sia di sesso femminile,  in campo informatico la percentuale scende al 12 per cento. Ritenendo che questo avvenga anche a causa della mancanza di modelli che fungano da ispirazione, Microsoft ha deciso di dare visibilità alle sue ricercatrici, chiedendo  loro quali sviluppi si attendono dal loro campo di studi per il 2017 e per il 2027. Ne emerge un quadro affascinante.

Secondo le previsioni delle ricercatrici Microsoft, nel prossimo futuro vedremo l’emersione di nuove tecnologie. Per cominciare, il rallentamento della legge di Moore obbligherà a sperimentare nuovi materiali per i chip, come i nanotubi di carbonio, e a incrementare l’uso di di acceleratori hardware specializzati. Ma verso la fine del prossimo decennio dovrebbero vedere la luce tecnologie come i computer quantistici e il salvataggio dati su Dna, che metteranno a disposizione del pubblico capacità informatiche oggi inimmaginabili.

Un altro sviluppo ampiamente prevedibile è quello della Internet of Things: ogni singolo oggetto tecnologico avrà la possibilità di scambiare dati ed essere controllato a distanza. Le conseguenze potrebbero essere enormi anche per quanto riguarda l’agricoltura, l’ambiente e il consumo di energia, dandoci la possibilità di controllare i raccolti e le risorse con grande precisione ed efficacia. A questo si aggiungerà la biologia sintetica: la possibilità di programmare “software viventi” farà nascere industrie e applicazioni completamente nuove in campo agricolo, medico e industriale.

Ma la rivoluzione più grande sarà forse quella che avrà luogo nel nostro rapporto con la tecnologia. La presenza di una Internet of Things in grado di raccogliere enormi quantità di dati su di noi e sull’ambiente in cui viviamo, unita all’avvento di software di deep learning sempre più sofisticati, in grado di apprendere senza una programmazione specifica, porterà a interfacce utente sempre più “naturali”, che ci permetteranno di ottenere ciò che vogliamo con uno sforzo sempre minore.

Tra i primi passi ci saranno software di traduzione non più legati a lingue specifiche, e in grado perciò di capire anche chi si esprime in dialetti e gerghi particolari. Gradatamente si arriverà ad assistenti personali in grado di comprendere davvero le nostre necessità e anticiparle. Non cercheremo più su Internet scrivendo testo in una casella: i computer saranno in grado di comprendere ciò che cerchiamo interpretando suoni e immagini in modo appropriato al contesto.

E sempre maggiore importanza assumerà la realtà virtuale e aumentata, che diventerà multisensoriale e in grado di modificare la nostra percezione attraverso illusioni realistiche, permettendoci di calarci in prima persona in mondi generati dal computer.

Questi cambiamenti tecnologici lasceranno qualcosa da fare a noi esseri umani? Le ricercatrici Microsoft ritengono di sì, e immaginano un’espansione della cosiddetta “gig economy”, in cui persone e intelligenze artificiali lavoreranno in modo coordinato nel fornire servizi dove vengono richiesti. Ben presto il contributo delle persone alla società risiederà più nei dati che generano portando avanti le loro vite che non nel loro lavoro. Sarà perciò compito degli economisti, dicono, trovare un modo per compensare adeguatamente le persone e ridistribuire la ricchezza. Leggendo tra le righe, intuiamo che ci aspettano profondi cambiamenti, ma nemmeno chi li sta preparando è in grado di prevedere come affronteremo i cambiamenti sociali che ne conseguiranno. Chissà se perlomeno riusciremo a chiudere il divario che mantiene la ricerca informatica in un ambito a prevalenza maschile.