La nuova edizione della Psicologia di Internet di Patricia Wallace è un libro integralmente nuovo. Perché nei diciassette anni trascorsi dalla prima edizione di questo volume tutto il mondo è divenuto “digitale” e internet è diffusa ormai quanto la luce elettrica.  Il notebook non è più l’unico o il principale tra gli strumenti di connessione al web, ma lo sono gli schermi touch degli smartphone che stanno nelle nostre tasche e i tablet nelle nostre borse. I nostri figli, poi, sono spesso definiti come Nativi digitali, Generazione touch o Generazione App (Davis, Gardner, The App Generation 2016).

Il tema, però, che interessa maggiormente la studiosa americana sono le trasformazione della soggettività e delle relazioni affettive e comunicative che oggi sono, allo stesso modo, indissolubilmente intrecciate anche sul Web. Siamo, infatti, tutte “persone on-line”, termine caro a Wallace, almeno nei paese sviluppati e affluenti.  Lo dimostra il fatto che Internet oggi connette più di 3,6 miliardi di utenti, quasi la metà degli esseri umani; inoltre  più di un terzo di loro ha un profilo sui social network (Facebook, 1,7 miliardi di utenti; WhatsApp, 1,3 miliardi, Instagram, 500 milioni, Twitter, 317 milioni, e Snapchat, 200 milioni).

Wallace
“Psicologia di Internet” di Patricia Wallace, Raffaello Cortina Editore, edizione italiana a cura di Paolo Ferri e Stefano Moriggi, 32 euro

 

Ciascuno di noi vive oggi immerso in un continuum di esperienze digitali  che toccano tutti i lati della nostra vita: dalla percezione del sé, all’affettività, alla sessualità, alla socialità, fino alla dipendenza e alla devianza. La nostra “persona on-line” e il nostro sé reale, oggi, coincidono e convergono sempre di più.  Wallace, e con lei anche chi scrive, considera questa nuova dimensione dell’esperienza umana come una grande opportunità che, certo, presenta rischi e criticità e deve essere gestita con attenzione. Non si deve, però, mai dimenticare che il web è una potentissima “protesi” che può farci crescere, apprendere, comunicare e lavorare e che può accrescere allo stesso modo la sfera delle nostre relazioni amicali  e professionali.

In controtendenza con  i moltissimi laudatores temporis acti che da talk show e giornali additano il web come responsabile di ogni problema del presente è necessario ribadire come esso rappresenti un grande balzo evolutivo bio-tecnologico per le nostre società e i loro cittadini. Ai detrattori del web basterebbe far notare come oggi ogni “persona on-line” abbia l’opportunità, ma anche la responsabilità, di poter proiettare nell’agorà digitale la propria vita  e di rendere  pubblico il proprio pensiero e il proprio privato (con attenzione … ). Inoltre non andrebbe mai dimenticato che, per la prima volta nella storia del mondo, possiamo accedere a tutta la conoscenza, i saperi, la ricerca e la storia dell’umanità che si sono progressivamente stratificate nello sterminato data base on-line  che nel 1993  Tim Berners Lee, al Cern di Ginevra ha inventato per noi: una nuova dimensione del reale. Si tratta di una “singolarità” dalle grandissime potenzialità (Kurzweil, The Singularity is Near, 2005). Tutte le “persone” on-line possono, cioè, oggi, esprimere il loro pensiero con un semplice post su un social network o un blog, “dis-intermendiando”, in  questo modo tutto il sistema dell’informazione una volta chiamata mass-mediale.

Che senso ha allora riavviare proprio adesso (era partito nel 1992 a proposito dello scandalo Watergate) un dibattito, così acceso sulla “post verità” e sulla  disinformazione digitale?  Il termine post-verità indica, appunto, una situazione nella quale il dibattito relativo alla verità o falsità di un fatto o di una notizia,  dipende solo dalle emozioni e sensazioni,  dei partecipanti senza approfondimento sulla sua effettiva sulla veridicità e di questo sarebbero colpevoli i media digitali.  E’ paradossale che questo dibattito si accenda, ora, nel momento in cui grazie proprio grazie al web possediamo strumenti sempre più raffinati di factcheking, di verifica delle fonti e di controllo incrociato dell’attendibilità di una notizia, un tweet o di un profilo su Facebook. E’ vero, molti dei post, delle fotografie e dei video, messi on-line  sui social network, più che dannosi o “disturbanti” sono inutili,  perché soddisfano solo il narcisismo di chi li pubblica (a suo rischio) o  a volte rispondono a interessi obliqui, politici, economici o semplicemente criminali.

Questo, tuttavia, è inevitabile in questa prima, tumultuosa, fase della “rivoluzione informazionale” (Castells, La galassia Internet, 2001): nessuno di noi è mai stato abituato, o pensava, di  potersi esprimere liberamente di fronte al mondo intero ed alcuni sfruttano artatamente e consapevolmente questa situazione. C’è, tra i detrattori del web, però, chi si spinge addirittura ad attribuire alla diffusione dei social network il montante rancore populista contro le istituzioni democratiche e la stessa rabbia xenofoba contemporanea. Un classico caso di inversione tra causa ed effetto. Internet infatti, mostra a tutti e disvela a volte in maniera amplificata fenomeni  e sentiment sociali che hanno, evidentemente, ben altre origini.

Per quanto tempo, questi novelli luddisti, dorranno abusare ancora della nostra pazienza? Il loro errore, che siano in buona o cattiva fede, è scambiare una tecnologia che nasce per l’approssimarsi alla ricerca della verità forse mai attingibile  – ricordiamo che il web nasce nell’ambito della comunità dei fisici delle particelle sub-atomiche del Cern – con la causa di fenomeni sociali imponenti e che possono mettere a rischio la democrazia e che non trovano certo nella tecnologia di Berners Lee la loro origine. Anzi – e in positivo – il web riesce, meglio di altri strumenti  di comunicazione, a mappare, smascherare  e a far conoscere con maggiore efficacia e facilità questi fenomeni. Forse proprio grazie a questo nuovo strumento di conoscenza riusciremo anche a contrastarli meglio.