Jean David Malò, lei è a capo del Direttorato Open Innovation & Open Science, presso la Direzione Generale per la Ricerca e l’Innovazione (DG R&I) della Commissione Europea? Può spiegarci il ruolo di questi uffici?

“Scienza Aperta, Innovazione Aperta e Apertura al mondo” sono le tre priorità che il Commissario Moedas ha stabilito e che sono state definite e spiegate più precisamente nel rapporto “Open innovation, Open science, Open to the world – A vision for Europe”. L’unità di Open Innovation è responsabile della politica innovativa nel DG RTD; più specificamente, coordina la creazione e lo sviluppo di quello che in futuro sarà l’ European Innovation Council (EIC), gestisce delle iniziative di policy quali l’Innovation Principle e anche alcuni premi per l’innovazione (Innovation Challenge Prizes).

Inoltre, un’altra unità ha la responsabilità di definire l’Open Science & European Research Area policy, implementando e monitorando le azioni specifiche per costruire questo progetto in partnership con gli Stati Membri e gli altri stakeholders; promuove l’apertura e l’attrattività del mercato del lavoro nei confronti dei ricercatori attraverso EURAXESS, rafforza la dimensione di ricerca degli istituti di alta formazione e coordina il lavoro sui sistemi di progressione di carriera e di educazione dei ricercatori stessi, agendo come elemento fondamentale per stabilire un contesto di Open Science.

Questo Direttorato funge infine da volano per le Joint Programming Initiatives e per i relativi strumenti (e.g: ERANET), assicurandone la coerenza, supportando la partecipazione dell’Unione Europea  a questi programmi e monitorando allo stesso tempo che tale partecipazione si realizzi in conformità con l’Articolo 185 (che permette all’Unione di partecipare ai programmi di ricerca congiunti promossi da diversi Stati Membri).

Come mai è stato necessario accostare l’Innovazione alla Ricerca nel nome (ma soprattutto nell’area di competenza) della Direzione Generale, che da DG Research è passata ad essere DG Research and Innovation?

Data la necessità di rafforzare la capacità europea di produrre innovazioni, non c’era più alcuna ratio per mantenere separati i processi di progettazione delle policy in materia di ricerca da quelle per l’innovazione; oggi la Direzione Generale concepisce ‘ricerca’ e ‘innovazione’ come elementi costitutivi di un continuum unico, della medesima catena del valore. Questa è anche la ragione per cui Horizon 2020 è il primo Programma Quadro che si focalizza su Ricerca e Innovazione. La promozione di politiche integrate è molto più efficace nel promuovere un’effettiva valorizzazione dei risultati della ricerca e nel generare degli impatti positivi tangibili in termini socio-economici.

Correva l’anno 1995, e la Commissione pubblico un Green Paper on Innovation, in cui si mise l’accento sul cosiddetto “Paradosso Europeo”: un sacco di denaro investito su progetti di Ricerca e Sviluppo nell’UE, grandi risultati in termini scientifici e tecnologici, ma nessun risultato in termini di innovazione, commercializzazione di soluzioni, applicazioni sul mercato. Questo “paradosso” continua a costituire un problema?

Abbiamo fatto grandi progressi rispetto a quando, venti anni fa circa, si riscontrava l’esistenza di questo paradosso. Tuttavia c’è ancora del lavoro da fare per promuovere l’innovazione in Europa – in un contesto di impegno per promuovere la crescita economica e dell’occupazione a livello globale- e questo è ciò su cui la Commissione sta investendo. Questo sforzo è si è concretizzato nelle molteplici iniziative all’interno dei Framework Programmes ed è stato inoltre enfatizzato nel recente report ‘Europe’s next leaders: the Start-up and Scale-up Initiative’, tramite il quale la Commissione presenta un vasto spettro di azioni correlate al Framework Programme, che verranno intraprese, come ad esempio l’European Innovation Council  e i nuovi meccanismi finanziari a sostegno dell’innovazione.

Esiste una definizione di ‘Open Innovation’ che la Commissione ha fatto propria, un concetto alla quale essa si riferisce nel suo operare? Quali sono gli strumenti di policy principali su cui la medesima fa leva per promuovere i processi e il paradigma  dell’ ‘innovazione aperta’?

L’approccio della Commissione all’Innovazione Aperta è espresso nel booklet “Open innovation, Open science, Open to the world – A vision for Europe”. La promozione di un tale approccio viene veicolato tramite iniziative  come gli Innovation Deals e l’Innovation Principle, unitamente a strumenti più operativi (ed ambiziosi) come il futuro European Innovation Council (EIC): un numero di azioni-pilota ad esso riconducibili saranno incluse già nel Programma di Lavoro 2018-2020 (facente parte di Horizon 2020). L’idea è quella di rendere l’EIC operativo per il lancio del nono Framework Programme (FP9, attivo per il periodo 2021 – 2027), di cui l’EIC sarà parte integrante.

Aggiungo che ci sono anche altri servizi della Commissione, oltre alla DG RTD, che sono stati attuati a favore dell’Open Innovation, come ad esempio nel contesto della Digital Single Market strategy o riguardo al progettoICT-Enabled Social Innovation’ (IESI).

Infine, la Commissione sta dedicando sempre più attenzione e specifici interventi alle iniziative che si muovono sulla scia della social innovation. L’innovazione non tecnologica, al pari di quella nei settori High Tech, ha un significativo potenziale: le tecnologie da sole non bastano per fronteggiare le tante, complesse sfide che si prospettano attualmente sul piano sociale.

Quali sono, se ci sono, i colli di bottiglia in Europa nei tentativi di implementazione dell’Innovazione Aperta? Riesce a illustrarci quelle che, secondo lei, allo stato attuale sono le migliori best practices in termini di strumenti di policy?

Si sente spesso dire che la regolamentazione può fare da barriera per l’innovazione in Europa. Io credo che la situazione sia un po’ più complessa. Di fatto, una “buona” regolamentazione può essere di stimolo per l’innovazione e l’innovazione stessa può a sua volta contribuire a raggiungere e superare gli obiettivi fissati dalla regolamentazione. Si pensi, ad esempio, all’impatto dell’innovazione sulla nostra abilità di raggiungere i target energetici e per la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico.

Solo di recente la Commissione si è trovata a considerare tale tema in termini pratici. Abbiamo lanciato il pilota Innovation Principle, fondato sull’idea che dobbiamo definire e strutturare regole e regolamentazioni in una maniera che vada a stimolare l’innovazione. Ovviamente ciò è altamente complesso e richiede di coordinare e di far parlare tra loro competenze ed esperienza in materia di innovazione, aspetti legali e tecnicalità particolarmente complesse. Il nostro lavoro è appena iniziato, eppure si prospettano degli scenari positivi, dato il coinvolgimento e l’attiva partecipazione dei vari colleghi delle varie aree della Commissione: l’energia e l’impegno dimostrati nel lavoro di implementazione dei già citati pilot dimostra che c’è una grande domanda di innovazione nelle diverse aree di policy-making.

Riguardo alle barriere, il DG Research & Innovation sta sviluppando un pilot per gli Innovation Deals, che avrà lo scopo di mettere in contatto gli innovatori con le Autorità competenti affinché si possa discutere delle barriere percepite all’innovazione. È importante sottolineare l’elemento della “percezione”. Gli Innovation Deals sono infatti ispirati ai Green Goals olandesi: questi, nel proprio contesto applicativo, permisero di capire che il problema non era dato dalla regolamentazione di per sé, ma dal modo in cui veniva percepita ed accolta e ciò permise in larga parte, di eliminare il problema senza porre modifiche regolatorie. Il nostro pilot è ancora in nelle sue prime fasi implementative, ma ne sto aspettando con impazienza i risultati.

Da dove deriva la decisione, nel pieno dell’attuazione di Horizon 2020, di lanciare l’European Innovation Council (EIC)? In che modo lo strumento dell’EIC andrà a coadiuvare le strategie di Innovazione Aperta? Quale tipo di Innovazione Aperta esso andrà maggiormente a favorire (e in che modo)?

Come messo in chiaro dal Commissario Moedas, l’Europa non ha (ancora) una strategia di punta per favorire i “migliori” innovatori. Manca per l’area innovazione l’equivalente dell’European Reasearch Council che è invece ormai diventato modello di riferimento globale per la promozione dell’eccellenza scientifica. Necessitiamo di sanare la debolezza che l’Europa dimostra nel campo delle innovazioni radicali, che creano nuovi mercati, andando ad aiutare quelle imprese che ne hanno la capacità e l’ambizione. Queste imprese possono penetrare e crescere nei segmenti di business che saranno fonte di occupazione e crescita economica nel prossimo futuro. Da esse dipenderà la prosperità economica europea negli anni a venire.

La Commissione intende sviluppare il concetto dell’EIC in due fasi: la prima in cui l’EIC avrà la forma di un progetto pilota inserito nel Programma di Lavoro 2018-2020 di Horizon 2020, la seconda, in cui ci sarà un EIC pienamente funzionante e parte integrante del Nono Programma Quadro (FP9). La Commissione ha nominato un High Level Group of Innovators che contribuisca a co-progettare l’EIC così che riesca a soddisfare le esigenze e i bisogni dei nostri top innovators. (NdR: gli esperti sono stati selezionati da tanti paesi membri, ma manca purtroppo un Italiano). La Commissione è anche in fase di consultazione con altri stakeholders, in particolare con le Agenzie Nazionali per l’innovaizone.

Una priorità-chiave della fase pilota dell’EIC è il potenziamento dell’SME instrument, che dovrà distribuire finanziamenti in una logica di puro bottom-up, ovvero senza predeterminare gli ambiti di interesse come è accaduto finora. In questa maniera la Commissione si prefigge di supportare ogni tipologia innovazione ed anche quelle che si sviluppano incrociando molteplici tecnologie, settori e discipline.  Un altro esempio del ruolo dell’EIC per l’implementazione dell’Open Innovation è costituito dagli Inducement Prize, che fungeranno da stimolo per ricercatori e innovatori a sviluppare delle soluzioni destinate ad affrontare le maggiori problematiche sociali.

Qualche commento sulle possibilità sinergiche tra la Commissione, gli Stati Membri e le Regioni?

Ritornando al discorso di prima sulle normative europee e nazionali, c’è innanzitutto da dire che da vari decenni nell’Unione Europea ci siamo abituati all’idea degli scambi transfrontalieri di conoscenze e tecnologie, tuttavia vi sono ancora notevoli barriere che li impediscono, come le difformità regolatorie tra Paesi (nonostante gli sforzi per l’armonizzazione) o la scarsa mobilità dei ricercatori. Pertanto, l’implementazione dell’Open Innovation potrà beneficiare anche da sforzi più “tradizionali”, volti a ridurre la frammentazione nell’Unione, soprattutto per quanto riguarda la normativa in materia di innovazione (e.g. diritto della proprietà intellettuale…).

Fino a non troppo tempo fa il Programma Quadro e i Fondi Strutturali operavano in modo completamente indipendente l’uno dall’altro. Ora, comunque, Horizon 2020 e la regolamentazione sugli ESIF (i Fondi Strutturali e di Investimento Europei) menzionano specificamente la possibilità di sinergie e sono orientate ad incoraggiarle. Parallelamente, i Commissari Moedas e Crețu hanno posto tra le priorità quella di facilitare questa “fertilizzazione incrociatala cui rilevanza è stata ribadita l’anno scorso sia dal Consiglio che dal Parlamento europeo.

Noi continuiamo a lavorare per promuovere sinergie ogni qualvolta se ne presenti l’opportunità, favorendo l’allineamento delle regole per il sostegno economico a progetti di innovazione considerati meritevoli, ma non ammessi al finanziamento per mancanza di budget.

In particolare, il Seal of Excellence è una manifestazione pratica delle sinergie in un’azione di policy: si tratta di una certificazione riconosciuta dalla Commissione Europea ad eccellenti progetti di ricerca e innovazione che, sottoposti alla Commissione nel contesto delle call dell’SME Instrument H2020 e giudicati positivamente da quest’ultima, non siano riusciti a ottenere fondi per insufficienti disponibilità di budget della call. Dall’inizio ufficiale dell’iniziativa in Ottobre 2015, alcuni schemi di finanziamento connessi al Seal per le proposte di Fase 1 e/o Fase 2 sono stati lanciati a livello nazionale o regionale in Spagna, Italia, Francia, Svezia, Norvegia, Repubblica Ceca, Cipro, Slovenia, Ungheria, Polonia e si prevede che a breve anche la Grecia procederà in questa direzione.

Nel 2016 il Ministro italiano per lo Sviluppo Economico ha pubblicato un bando che prevedeva anche dei finanziamenti per le proposte che avevano otteenuto un Seal of Excellence in Fase 2 dello strumento SME. Le proposte potevano essere sottoposte da piccole-medie imprese localizzate nelle regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia and Sicilia) e in quelle in regime di transizione (Abruzzo, Molise and Sardegna). Oltre a ciò, a livello regionale nel 2016 la Lombardia ha indetto una call per la concessione di 30’000€ in voucher alle PMI che avessero ricevuto il Seal of Excellence nel corso della Fase 1 dell’SME Instrument. Più di recente, nel contesto dei programmi operativi regionali dell’Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (ERDF), Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Marche hanno pubblicato bandi aperti anche a chi si è aggiudicato la certificazione Seal durante la Fase 2 dell’SMI Instrument.

Ad oggi, 260 aziende a cui è stato rilasciato un Seal hanno ricevuto una qualche forma di finanziamento a livello statale o locale; ci si aspetta che tale numero continui a salire nei prossimi mesi alla luce del fatto che attualmente ci sono delle proposte in corso di valutazione, oltre che a dei programmi ancora da lanciare. Crediamo inoltre che la nota esplicativa in applicazione delle regole sugli aiuti di Stato, rilasciata dai servizi della Commissione (DG COMP, RTD e REGIO) lo scorso gennaio, aiuterà ad accelerare ulteriormente la progettazione e l’implementazione di programmi di finanziamento “Seal-friendly”, dal momento che essa, oltre a dare istruzioni chiare e concise alle Autorità competenti , assicura che gli schemi di supporto pubblico siano implementati nel pieno rispetto delle regole europee sugli aiuti di stato.

In seguito al successo della fase pilota, lo strumento del Seal è stato esteso ad altre misure previste da Horizon 2020. Lo scorso 24 Aprile 2017 la Commissione ha assegnato per la prima volta i Seal certificates a più di 2300 ricercatori come riconoscimento dell’alta qualità dei loro progetti di ricerca nel contesto delle Marie-Skłodowska-Curie Actions (MSCA): i certificati sono stati assegnati a quei ricercatori le cui MSCA Individual Fellowship proposal nel 2016 avevano ricevuto un punteggio pari o superiore ad 85% ma non avevano ottenuto alcun finanziamento a causa dell’altissima competizione che caratterizza questo programma. Ci si aspetta che presto il concetto di Seal venga ampliato per essere applicato anche ai progetti proof of concept (POC) presso l’European Reseach Council.

La ricerca di sinergia tra livelli di intervento rimarrà una priorità anche per il nono programma quadro.

Personalmente, si aspetta che i processi di Trasferimento Tecnologico (TT) e che i progressi nel campo delle scienze e delle tecnologie possano effettivamente essere volano di di vantaggio competitivo per l’Europa? Oppure crede che ci si debba aprire a nuove fonti di innovazione, con un impatto più immediatamente disruptive sul mercato?

Sono personalmente convinto della validità di entrambe le affermazioni.

Da un lato, dobbiamo sforzarci per ridurre il divario tra ricerca e innovazione, per promuovere un trasferimento più efficiente dei risultati di ricerca al mercato e per assicurare che i nuovi bisogni espressi dagli utenti nei mercati finali possano essere identificati e risolti più velocemente dalla comunità scientifica. Ciò, ovviamente, andrebbe a potenziare la nostra competitività e ci aiuterebbe a fronteggiare le più grandi sfide della società attuale.

D’altro canto, dobbiamo supportare la creatività con un approccio aperto. Come ho già menzionato l’EIC si focalizzerà in particolare su proposizioni innovative radicali, capaci di aprire nuovi mercati. L’Europa su questo fronte è ancora troppo debole. Grazie al coinvolgimento di una più ampia varietà di soggetti, l’Innovazione Aperta potrà catalizzare questo genere di processi.

Quali dunque in Europa i settori in cui sarà più probabile assistere alla realizzazione di strategie di Open Innovation e al raggiungimento di questi risultati: innovazioni radicali, nuovi posti di lavoro, nuovi investimenti e vantaggio competitivo?

L’Innovazione Aperta è già perseguita nella maggior parte dei settori, sia in Europa sia nel resto del mondo – compreso il settore privato, che chiaramente riconosce le potenzialità dell’OI in termini di vantaggio competitivo (nella forma, ad esempio, di riduzioni di costo e di tempistiche di progettazione e lancio).

Un’implementazione più massiccia dell’OI nell’Unione, supportata dagli adeguati strumenti finanziari, ci renderà più attraenti per gli innovatori e gli imprenditori, promuoverà la nostra crescita economica ed occupazionale e ci aiuterà a gestire molte delle criticità che esistono nella nostra società.

Oggigiorno, gran parte delle innovazioni più promettenti che sono in corso di realizzazione risiede ai margini dei settori industriali tradizionali, si trova negli incroci tra discipline, tecnologie e comparti economici. Basti pensare alle opportunità trasversali in ambiti come robotica, blockchain, machine learning medicina personalizzata, gestione dell’energia. Io penso che siamo solo all’inizio della digitalizzazione della società e che continueremo a vedere dei progressi che oggi non possiamo nemmeno immaginare. Questa è l’idea che ci guida verso la progettazione dell’European Innovation Council. Dobbiamo essere aperti ad iniziative bottom-up, non necessariamente legate ai settori tradizionali.

Vogliamo che l’Europa sia in grado di affiancare la realizzazione delle idee più aperte e brillanti. Vogliamo aiutare le innovazioni del domani: quelle che oggi ci sembrano inimmaginabili e radicali. Saranno esse a creare i posti di lavori e i mercati del futuro.

Traduzione dall’inglese a cura di Luisa Caluri