Le sfide della (iper)complessità sono sostanzialmente sfide che coinvolgono direttamente le istituzioni educative e formative e che riguardano da vicino l’educazione stessa e i processi educativi, le forme della cittadinanza e l’inclusione, la conoscenza e la democrazia. Si tratta di sfide che, con questo tipo di consapevolezza, sono state discusse e condivise nelle giornate di apertura del Festival della Complessità, e che saranno riprese, e ulteriormente sviluppate, nei numerosi eventi organizzati sempre nell’ambito dello stesso evento. D’altra parte, continuiamo a non essere educati e formati a riconoscere questa ipercomplessità. Costruiamo, socialmente e culturalmente, una serie di inadeguatezze che emergono in maniera ancor più evidente nella società dell’interdipendenza e dell’interconnessione globale.

Razionalità (sempre più) limitata e vulnerabilità dominano i sistemi sociali e le organizzazioni complesse, che si mostrano sempre più caotici e disordinati, segnati da profonde contraddizioni e da un’ambivalenza dei processi produttivi, economici e culturali. Una ipercomplessità che – è bene chiarirlo ancora una volta – è cognitiva, sociale, soggettiva, etica, e che, investendo ogni ambito della vita e della prassi, ci richiede, conseguentemente, di ripensare le categorie, i paradigmi, l’educazione e le “forme” della cittadinanza che da questa scaturiscono.

La falsa e fuorviante contrapposizione tra (iper)specializzazione dei saperi e loro complessità e interdisciplinarità rende ancor più palesi l’inadeguatezza di scuola e università di fronte alla complessità e all’ambivalenza della vita, di fronte all’irruzione, per certi versi prepotente, del caos e del disordine; di fronte ai processi e alle dinamiche (e razionalizzazioni) che continuano a evolversi in maniera sempre più rapida e non lineare.  I “vecchi” confini tra formazione scientifica e umanistica sono di fatto completamente saltati in presenza di dilemmi che ci richiedono, in primo luogo, di mettere in discussione saperi e pratiche consolidate, immaginari individuali e collettivi (rischi vs opportunità); è necessario avere anche il coraggio di rompere equilibri, spezzare le catene della tradizione, abbandonare il certo per l’incerto (epistemologia dell’incertezza e dell’indeterminatezza), scegliere, almeno provvisoriamente, di correre il rischio di essere vulnerabili.

Di conseguenza, diventa ancor più urgente una riformulazione del pensiero e dei saperi che coinvolga direttamente sia la scuola che l’università (ma servono risorse!), purtroppo ancora pensate e organizzate come “entità” separate le cui politiche andrebbero riviste e ri-progettate in chiave sistemica. Occorre prendere definitivamente coscienza che il vero “fattore” strategico, alla base del cambiamento e dei processi di innovazione, è il “fattore” culturale. Il “dato di fatto” è che non siamo pronti ad affrontare le sfide e i dilemmi della complessità e del nuovo ecosistema (globale), non tanto in termini di metodologia/e della ricerca (e di strumenti di rilevazione e analisi, sempre più affinati), quanto di modelli teorico-interpretativi che devono (dovrebbero) guidare/orientare l’osservazione empirica, non soltanto scientifica, di fenomeni e processi.

Ma servono educazione e formazione alla complessità, al metodo scientifico e una rinnovata consapevolezza rispetto all’esigenza di un approccio interdisciplinare e multidisciplinare a questa stessa complessità che porti con sé una ridefinizione dello spazio dei saperi e il ribaltamento di quelle logiche di potere e controllo che, a tutti i livelli, ne hanno sancito la parcellizzazione e reclusione dentro gli angusti “confini” delle discipline. Da tempo, ormai, non sappiamo più guardare/osservare l’insieme, il sistema, l’intero, la globalità, il sistema di relazioni e/o interazioni che li caratterizzano; in altre parole, ne riconosciamo con difficoltà legami, correlazioni, nessi di causalità: proprio perché siamo stati educati e formati (nella migliore delle ipotesi) a descrivere, registrare regolarità, ai “come” e non ai “perché”;  siamo stati educati e formati a cercare e ad accontentarci di risposte semplici e/o pre-codificate (in ogni caso, ottenute in poco tempo), a cercare – dico sempre – soluzioni semplici a problemi (iper)complessi.

L’economia interconnessa e la civiltà ipertecnologica richiedono scelte strategiche ed una nuova sensibilità etica per le problematiche riguardanti gli attori sociali, il sistema delle relazioni e lo spazio del sapere: occorre, cioè, una “nuova cultura della comunicazione”, orientata alla condivisione e all’intesa, in grado di incidere sui meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione. Rimettendo al centro la persona, lo spazio relazionale, i processi educativi. Consapevoli fino in fondo, per dirla con Maturana, che «tutti i concetti e le affermazioni sui quali non abbiamo riflettuto e che accettiamo come se significassero qualcosa per il semplice fatto che tutti li capiscono, sono paraocchi. Sostenere che la ragione caratterizza l’essere umano è un paraocchi, e lo è perché ci lascia ciechi di fronte all’emozione, che viene sminuita come qualcosa di animalesco o come qualcosa che nega il razionale […] e non vediamo il reciproco e quotidiano legame tra ragione ed emozione che costituisce la nostra umana esistenza, e non ci rendiamo conto che ogni sistema razionale ha un fondamento emozionale».