Mentre erano immersi nella cupa ambientazione di “Fallout 4″ – videogame che accompagna i giocatori in una Boston post apocalittica nei panni di un personaggio chiamato “Unico sopravvissuto” – Ludovic Avot, ux designer di Ge Healthcare, e il collega Yannick Le Berre, ingegnere specializzato in imaging medico, hanno avuto un’illuminazione: cosa succederebbe se si utilizzasse una tecnologia di realtà virtuale simile a quella applicata ai videogiochi per consentire ai medici di esplorare il corpo umano dall’interno?

Detto fatto. Combinando strumenti digitali per il design in realtà virtuale e programmi propri del mondo dei videogiochi con dettagliate informazioni 3D ottenute da esami effettuati con Tac e risonanze magnetiche, hanno realizzato un software che consente l’esplorazione di immagini cliniche complete di colore, illuminazione e consistenza dei tessuti. Utilizzando un controller e visori per la realtà virtuale come gli Oculus Rift®, i medici possono così entrare in una specifica parte del corpo ed esaminarne eventuali anomalie come polipi, tumori e lesioni, oppure investigare al meglio sulle possibili cause dei sintomi del caso.

Un’intuizione che apre le porte di una possibile rivoluzione: secondo un report annuale del PwC Health Research Institute, infatti, la realtà virtuale è una delle otto tecnologie che rappresentano una tendenza in crescita per la nuova generazione di innovatori in campo sanitario.

“Abbiamo cercato di sfruttare il grandioso potenziale grafico e interattivo delle più moderne tecnologie alla base dei videogame per mostrare le immagini ottenute tramite esami medici nel dettaglio – ha spiegato Avot -. Per i radiologi questo strumento può rappresentare un nuovo modo per osservare immagini cliniche complesse e interagire con esse. Offre la possibilità di effettuare zoom più estesi, un’opportunità che può rivelarsi molto utile in casi specifici, come ad esempio lo studio del cuore dei bambini. Inoltre gli effetti di shadowing e lightning mettono in risalto il volume e aiutano a comprendere meglio le forme delle strutture anatomiche”.

Oltre che in ambito diagnostico, la tecnologia potrebbe essere utilizzata per la fase preparatoria degli interventi chirurgici più complessi, ma anche per secondi pareri mirati a verificare i risultati di un’operazione e per migliorare la collaborazione in team multidisciplinari, consentendo a più medici di studiare il risultato di un identico esame medico nello stesso momento.

E mentre a Vienna, dove è in corso l’ultima giornata del Congresso europeo di radiologia, la realtà potrebbe presto superare l’immaginazione (il prototipo di Ge è utilizzato al momento in Francia per aiutare gli specialisti a studiare l’anatomia umana e diagnosticare patologie, ma non è stato ancora approvato da nessuna ente regolatore), in Italia uno studio di Assobiomedica mette il evidenza che il 76% dei sistemi radiografici fissi convenzionali, il 66% delle unità mobili radiografiche analogiche e il 60% dei sistemi telecomandati convenzionali hanno più di 10 anni di vita, a fronte di un limite di adeguatezza tecnologia compreso tra i 5 e i 7 anni. Frontiere dell’innovazione.