Vestiti intelligenti fatti da tessuti intelligenti, gli smart textiles, che persino nel filato integrano filamenti conduttivi, e sensori in grado di monitorare la nostra salute, e non solo. Le nanotecnologie possono modificare le caratteristiche strutturali e fisiche della materia offrendo alle fibre proprietà antimicrobiche, resistenza alle macchie, alle pieghe, protezione dai raggi UV. Tessuti che producono energia, scarpe che cambiano colore con la luce, ma ancora una maglia attraverso cui è possibile ricevere l’abbraccio di qualcuno a distanza, grazie a sensori che riproducono la posizione delle mani, il calore e il battito cardiaco dell’autore.

Gli esempi non mancano. La maglietta Sound shirt consente ai non udenti, di “sentire” la musica sul proprio corpo, trasformando i suoni in vibrazioni: i violini nelle braccia, la batteria nelle spalle… Allo stesso modo Teslasuit è la prima tuta da realtà virtuale immersiva. La prima tuta aptica al mondo, che trasferisce sensazioni tattili su tutto il corpo. Immaginate di sentire un pugno o l’impatto di una pallottola, ma anche il sole del deserto o il freddo polare. La connessione tra la realtà virtuale e le sensazioni del mondo reale. Una seconda pelle digitale sensoriale che amplifica le emozioni di una situazione, attraverso sensazioni tattili sul proprio corpo. Ovvero come la tecnologia sta trasformando l’industria tessile e l’abbigliamento.

“Gli abiti del futuro potrebbero non essere puramente estetici, ma espandere la nostra coscienza, agendo come una seconda pelle intelligente, in grado di comunicare i nostri stati interiori, attraverso i vestiti che indossiamo” spiega Anouk Wipprecht, FashionTech designer olandese, per la quale la moda diventa interattiva e la tecnologia non è mai stata così vicino alla pelle, per cui è ora di ripensare la moda nell’era digitale, trasformandola in un’esperienza che trascende le semplici apparenze.

Anouk Wipprecht progetta indumenti micro-comandati dentro un sapiente e sofisticato mix interdisciplinare di robotica, biomimetica, machine learning abbinati a tecnologia animatronica per dare autonomia di movimento e delle più avanzate tecniche di stampa 3D per realizzarli. Il suo Spider Dress, letteralmente abito ragno, è dotato di sensori e braccia articolati che tengono lontane le persone indesiderate, mentre il suo unicorno indossabile utilizza la neuroscienza per aiutare i bambini affetti da deficit di attenzione e iperattività.

Anouk Wipprecht terrà la conferenza “FashionTech: Robotic Couture e Manifattura 4.0. La moda come interfaccia grazie a wearable technologies e stampa 3D”, giovedì 21 settembre alle 19.30 presso La Triennale di Milano, ospite di Meet the Media Guru, piattaforma dedicata all’innovazione e alla cultura digitale, ideata da Maria Grazia Mattei (la serata è stata organizzata in collaborazione con l’osservatorio Innovation and Craft Society). A Nòva24 racconta il suo rapporto con la moda e la tecnologia.

Anouk come vede il futuro dell’integrazione della tecnologia nella moda?

Penso che la tecnologia e la moda abbiano in comune più di quanto si pensi. La gente usa entrambi per esprimersi, per comunicare e come estensione della propria personalità e delle proprie idee. La moda per me è un’interfaccia. Gli abiti e gli accessori sono stati a lungo analogici; io fin dal 2000 ho voluto renderli digitali, elettronici e interattivi.

Lei si sente più un artista, un designer, una stilista o una sperimentatrice tecnologa visionaria?

Sono una FashionTech designer, il che significa che unisco Moda e Tecnologia, Interaction design, ingegneria elettronica e talvolta anche un po’ di scienza. Sono da un lato un tecnico che crea circuiti, saldature e che programma, dall’altro un designer – che utilizza CAD o disegni a mano. Questo mi dà l’opportunità di lavorare in modalità interdisciplinare: amo mescolare e abbinare diverse discipline mentre lavoro…

Lei si è molto focalizzata su diversi tipi d’interfaccia col corpo e la mente, quali interazioni intende privilegiare in futuro?

Amo il design che diventa sensoriale: che può vederci, sentirci, riscaldarci… la mia visione della tecnologia è che in futuro sarà molto più adeguata alle nostre esigenze. Dico sempre: la tecnologia è entrata nella nostra vita per aiutarci: ma lo fa ancora? Se apro il mio cellulare o l’e-mail, quasi ho un attacco di cuore a causa di tutti i messaggi e delle notifiche. La tecnologia ora è spesso un motivo di stress. Io provo a cambiare tutto questo. I tessuti e gli indumenti interattivi possono effettivamente ascoltare i nostri corpi, e perciò potranno “sentire” – il nostro stress o i nostri programmi. Ciò rappresenta per me una sfida interessante: come la tecnologia ci possa aiutare, invece di spaventarci.

Prevede di realizzare dalle sue ricerche delle applicazioni pratiche con prodotti concreti, utili per la nostra vita quotidiana?

Lo sto facendo. Attualmente sto lavorando con Swarovski per commercializzare il mio primo prodotto: una collana che misura e trasmette ECG (valori cardiaci) da una posizione frontale. Sarà lanciata nel 2018 e ne sono entusiasta.

Cosa pensa dell’inteligenza artificiale?

Parlando di “intelligenza artificiale” (AI) ci si riferisce a un’intelligenza non senziente, che può svolgere compiti complessi in precedenza portata a termine da persone. Come designer che lavora con la tecnologia, non si può far finta che non esista: io stessa voglio che i miei progetti facilitino e aumentino le interazioni che abbiamo con noi stessi e con l’ambiente. Per rendere i nostri progetti più intelligenti o più arguti di noi, per poter così imparare da loro.

Non prova un po’ di apprensione all’idea di robot dotati d’intelligenza artificiale?

Ci sono conseguenze per tutto quello che facciamo, ma personalmente penso che – piuttosto che una minaccia da temere – le potenziali promesse dell’AI gioveranno sia all’industria che alla società. Come sviluppatore non vedo il problema – si tratta di efficienza e ottimizzazione: sta a noi cercare di avere l’intelligenza artificiale come una nostra compagna, e giocare con le sue modalità. Una macchina può aiutarci a fare arte, ma non potrà mai dirci cos’è arte. Alla fine, c’è bisogno dell’intervento umano. Si tratta di un rapporto simbiotico con la tecnologia che ci circonda.

Cosa pensa della predizione di Ray Kurzweil sulla singolarity, ovvero il sorpasso dell’intelligenza artificiale su quella umana nel 2045?

Ciò che la fantascienza raffigura come Singolarity – “quando un’eccezionale intelligenza ridurrà in schiavitù l’umanita?” – è una profezia che si autorealizza. Penso che mentre l’intelligenza artificiale cresce, cresciamo anche noi come umani. Io stessa sfrutto temi come l’apprendimento automatico, la visione artificiale e il comportamento dei sistemi. Sono parte integrante delle interazioni che propongo attraverso miei progetti. Interazioni (in quanto “intelligenti”) che ci aiutano a socializzare, comunicare, esprimere… in una faccenda che verbale non è. Il tutto sulla base dell’intelligenza artificiale. Una cosa interessante per me è quella di lavorare con i sensori corporei: EEG, EMG, EDA, ECG variabilità della frequenza cardiaca, respirazione, temperatrura, etc. etc.

Siamo in grado di prevedere un attacco di cuore prima che accada, siamo in grado di prevedere un attacco epilettico prima che si verifichi. Ciò significa che la nostra tecnologia “legge” il nostro corpo meglio di quanto noi facciamo. Quando sovraccarichiamo il nostro sistema, i nostri meccanismi di allerta ci avvertono di ciò. Ma questi segnali sono molto più  veloci dell’elaborazione che il nostro sistema effettua. Ciò comunque permette di farci vivere in modo più sano e consapevole. Ma questo sistema non vive senza input da parte del corpo umano. Simbiosi. Questo è un buon modo attraverso il quale l’intelligenza artificiale e l’uomo possono fare affidamento l’una sull’altro. Alla fine dobbiamo progettare e immaginare l’AI più verso il co-controllo che verso il predominio. E vedere l’intelligenza artificiale come un’amica, una compagna, invece che come un pezzo di tecnologia.