Pubblichiamo la Lettera aperta alla Comunità del Design firmata da Ezio Manzini e Victor Margolin

1. Stiamo attraversando tempi difficili e pericolosi. Per molti anni abbiamo vissuto in un mondo che, malgrado i suoi molti problemi, ci sembrava avviato sulla strada della democrazia. Un mondo in cui crescevano i diritti umani, le libertà fondamentali e le opportunità di sviluppo personale. Oggi, questo quadro è cambiato profondamente. La democrazia è sotto attacco in diversi paesi, compresi quelli in cui sembrava essere inattaccabile.

2. Di fronte a questi sviluppi, crediamo che la comunità del design dovrebbe prendere posizione: professionisti, ricercatori, teorici, studenti, giornalisti, editori e curatori – tutti coloro che sono professionalmente coinvolti in attività connesse al design dovrebbero parlare e agire.

Per farlo, non è necessario condividere esattamente la stessa idea di democrazia: basta riconoscerne alcuni valori fondamentali e i terreni su cui essi convergono con le pratiche e la cultura del design. Una convergenza che può essere osservata da quattro punti di vista: 1) design della democrazia – quando incide sui processi democratici e le istituzioni su cui la democrazia si fonda; 2) design per la democrazia – quando consente a più persone di partecipare al processo democratico; 3) design nella democrazia – quando promuove uguaglianza e giustizia migliorando l’accesso, l’apertura e la trasparenza delle istituzioni,; 4) design come democrazia – quando pratica il design partecipativo dando a diversi attori la possibilità di incidere sul mondo, e di farlo in modo giusto e inclusivo.

Lo sviluppo di forme e processi democratici, operando sui terreni ora indicati, ha sempre coinvolto il design. E questo dovrebbe continuare a succedere. Ma oggi dovremmo fare di più di quello che fin qui abbiamo considerato normale fare.

Il modo migliore per resistere alle tendenze negative in atto è concepire, sviluppare e connettere nuove possibilità per la democrazia e il benessere di tutti. Ciò significa che, ovunque il design ha voce, occorre ideare azioni dotate di grande visibilità ed efficacia, capaci di coniugare il tema della democrazia con le altre sfide che oggi sono cruciali: la creazione di posti di lavoro, la riforma del welfare e la sostenibilità ambientale. Queste linee d’azione, interagendo e sostenendosi a vicenda, possono diventare una forma di resistenza attiva e propositiva.

3. Questa lettera, oltre a esprimere e condividere la nostra preoccupazione, intende collaborare ad approfondire e ad amplificare le azioni con le quali la comunità del design, in tutta la sua ricchezza e diversità, prenderà posizione. Le discussioni e le iniziative che ne deriveranno dovrebbero avere la massima visibilità.

Inviamo pertanto questa lettera ad amici e colleghi che svolgono diversi ruoli nella comunità del design: associazioni, scuole, centri di ricerca, pubblicazioni e media, istituti culturali connessi alla progettazione. Ai membri di questa comunità che concordano con il suo spirito, proponiamo tre azioni:

– scrivere una dichiarazione personale di meno di 500 parole;

– diffondere la dichiarazione nei propri network;

– organizzare un evento nei prossimi mesi.

Da parte nostra, ci impegniamo a raccogliere queste dichiarazioni, e le informazioni sugli eventi che saranno organizzati, e a dare loro visibilità in tutti i modi possibili.

Quanto potremo essere efficaci in questo lavoro dipende da come verrà recepita questa lettera e da quali nuove energie genererà. Speriamo che saprà stimolare i designer a alzarsi e lottare per la democrazia nelle proprie comunità e in tutto il mondo.

Chi fosse interessato a partecipare all’iniziativa può utilizzare Ddp –Democracy and Design Platfom http://www.democracy-design.org

Qui di seguito il testo integrale dell’articolo pubblicato sulla copertina di Nòva il 18 giugno 2017

Il fatto che, in Francia, Emmanuel Macron abbia battuto Anne Marie Lepen ha fatto tirare a tutti i democratici del mondo un gran sospiro di sollievo. Però, una volta ripreso fiato, occorre farsi delle domande. Delle domande difficili, che valgono per la Francia, ma non solo.

Il problema non è tanto capire perché un gran numero di persone in Francia e altrove abbiano votato, e insistano a votare, per candidati democraticamente impresentabili, ma quale sia il destino della democrazia e delle sue pratiche nelle nuove società fluide in cui i suoi tradizionali strumenti, i partiti, possono sparire in pochi mesi, come in Francia, o essere scalati dall’interno a colpi di twitter, come in Usa, solo per fare gli esempi più clamorosi. Come personale contributo a questa discussione vorrei proporre alcune riflessioni a partire da una visione.

Immaginiamo la società come un ambiente in cui un gran numero di soggetti (individuali e collettivi) sono intenti a discutere, prendere decisioni sul loro progetto di vita (individuale o collettivo) e a fare ciò che possono per metterlo in pratica. L’ambiente in cui ciò avviene può essere più o meno favorevole a far sì che questi loro sforzi raggiungano dei risultati soddisfacenti. L’ambiente, o più precisamente, l’ecosistema, in cui queste decisioni e queste azioni progettuali hanno più possibilità e probabilità di avvenire e portare a risultati positivi (cioè: che le persone coinvolte giudichino positivi) è una democrazia progettuale: un ecosistema in cui una pluralità di progetti di vita possano nascere, svilupparsi, collaborare e/o competere. E, simmetricamente, un regime politico continuamente alimentato dalla varietà e dal dinamismo dei progetti che in esso hanno luogo.

La visione di democrazia progettuale ora tratteggiata è lontana dalla realtà. Sia da quelle delle pratiche democratiche del secolo scorso, sia da quella della (pseudo) democrazia digitale di cui stiamo vedendo le nefaste anticipazioni.

Però, a mio parere, la visione che ho proposto, e che va considerata come un’attualizzazione del tradizionale concetto di democrazia partecipata, non è un’utopia. E’ viceversa un possibile scenario per l’azione: una visione che si basa su alcune concrete e verificate possibilità.

Infatti, per fortuna, l’innovazione socio-tecnica in atto non sta portando solo ai fenomeni involutivi della (pseudo) democrazia digitale di cui ho detto, ma anche a inedite forme di cittadinanza attiva e progettuale che usano anche le tecnologie digitali per dar luogo a nuove forme di democrazia, rigenerandone le pratiche, alimentandola con nuove idee e nuove possibilità. Va inoltre aggiunto che queste inedite forme di democrazia partecipata adottano, in modo più o meno consapevole, un chiaro approccio progettuale e hanno già dato luogo ad un gran numero di “buone pratiche” cui riferirsi. Cioè di esperienze e di strumenti che permettono loro di operare senza tutte le volte ripartire da zero.

In particolare, citando la Lettera Aperta alla comunità del design che Victor Margolin ed io abbiamo inviato un paio di mesi, fa si può dire che il tema della democrazia e quello del design hanno quattro principali aree di intersezione e che esse possono essere caratterizzate in questo modo: “1) design della democrazia – quando incide sui processi democratici e le istituzioni su cui la democrazia si fonda; 2) design per la democrazia – quando consente a più persone di partecipare al processo democratico; 3) design nella democrazia – quando promuove uguaglianza e giustizia migliorando l’accesso, l’apertura e la trasparenza delle istituzioni; 4) design come democrazia – quando pratica il design partecipativo dando a diversi attori la possibilità di incidere sul mondo, e di farlo in modo giusto e inclusivo.” In particolare, per ciò che riguarda quest’ultima area di intervento, che è quella più direttamente attinente al tema della democrazia progettuale, l’esperienza fatta nel campo dell’innovazione sociale e del design per l’innovazione sociale, ci dice che possono essere messe in atto due fondamentali linee d’azione: creare le condizioni affinché specifici e ben definiti progetti possano nascere e consolidarsi; e intervenire sull’ecosistema socio-materiale, creando infrastrutture materiali e immateriali adatte a far si che diversi, e imprevedibili a priori, progetti possano emergere arrivare a risultati concreti.

Su questi temi, il 20 giugno, alla Triennale di Milano, si terrà un seminario internazionale organizzato dalla stessa Triennale, in collaborazione con Dipartimento e la Scuola del Design del Politecnico di Milano.

L’intenzione è quella di esplorare il possibile contributo del design alle idee e alle pratiche della democrazia in momento in cui, in tutta evidenza, la democrazia sta vivendo un momento di crisi. In questo spirito, il seminario è anche il contributo di Triennale a Stand UP for Democracy: un’iniziativa internazionale tesa a catalizzare risorse progettuali su questo stesso tema (http://www.democracy-design.org ).