Il Social Impact Bond di Peterborough sembra proprio aver funzionato. La notizia è stata presa con entusiasmo misto a sollievo dai tanti cantori dei Social Impact Bond in tutto il mondo che potranno smettere di tremare di fronte alla richiesta di evidenze concrete sulla effettiva capacità di questi strumenti di favorire la soluzione di problemi sociali ancora irrisolti.

Il primo Social Impact Bond, realizzato nel Regno Unito e destinato al contenimento del fenomeno delle recidive tra i detenuti condannati a pene brevi nel carcere di Peterborough, non solo ha raggiunto l’obiettivo sociale oggetto dell’intervento ma ha anche consentito la restituzione per intero del capitale investito e la distribuzione agli investitori di un rendimento finanziario non del tutto trascurabile.

Le aspettative erano particolarmente elevate perché il fratellastro del Sib di Peterborough, il programma legato al Sib della prigione di Riker’s Island negli Stati Uniti, era stato interrotto prematuramente per manifesta impossibilità di raggiungere l’obiettivo sociale prefissato. Vero è che tale fallimento non era direttamente attribuibile allo strumento finanziario ma al modello di intervento, tuttavia il mancato successo aveva dato fiato ai molti scettici che ritengono i Sib uno strumento nella migliore delle ipotesi difficilmente realizzabile ovvero addirittura inutile. Quel quasi 3% annuo di rendimento restituisce invece fiducia alla grande corte di entusiasti estimatori dei Sib, benché anche su questo presunto successo non manchino scetticismo e dubbi, come vedremo.

Il Social Impact Bond di Peterborough fu lanciato nel 2010, quando vennero raccolti da un’organizzazione chiamata Social Finance, 10 milioni di euro provenienti da organizzazioni filantropiche e investitori di varia natura, per fornire le risorse finanziarie a una coalizione di diverse imprese e organizzazioni sociali chiamata One Service. Questa coalizione aveva come obiettivo la riduzione del tasso di recidiva entro dodici mesi dal momento del ritorno in libertà tra la popolazione di detenuti maschi che avevano scontato pene brevi. Nel giro di cinque anni sono stati trattati circa mille soggetti che erano in buona parte dei casi incorsi in recidive e con storie di detenzione particolarmente complesse, spesso caratterizzate da situazioni di infermità mentale o dipendenze acute.

Lo schema base del finanziamento prevedeva che Social Finance, l’intermediario dell’operazione, raccogliesse il capitale e lo investisse nelle imprese sociali che potevano contribuire alla soluzione del problema, promettendo agli investitori la restituzione del capitale e un rendimento proporzionato ad un obiettivo di impatto sociale da raggiungere, misurato da un valutatore indipendente in termini di riduzione del tasso di recideva nella popolazione di riferimento. Il contratto con Big Lottery Fund e Ministero della Giustizia prevedeva un pagamento di interessi solo al raggiungimento di una soglia del 7,5 per cento. Poiché la media di riduzione nelle diverse coorti trattate ha raggiunto circa il 9% si è attivato un pagamento agli investitori quantificabile in un 3% annuo di rendimento. L’impegno dell’amministrazione pubblica non dovrebbe in teoria creare scompensi nel bilancio pubblico perché, se i conti sono stati fatti bene, il pagamento degli interessi è pareggiato dai risparmi futuri ottenuti attraverso l’intervento. In sostanza per l’amministrazione pubblica si tratta di una reingegnerizzazione di risparmi futuri in nuovi investimenti.
Un risultato che molti descrivono come un successo, ed effettivamente lo è, anche se non mancano aspetti dubbi e aspetti problematici che non pochi hanno sottolineato.

In primo luogo in verità la storia del Social Impact Bond di Peterborough è stata piuttosto travagliata. Delle tre coorti previste che avrebbero dovuto essere trattate per un periodo di sette anni solo due sono state portate a fine percorso, e solo per un periodo di cinque anni, per problemi di natura diversa, tra cui interventi di politica pubblica che rendevano inattuabile il programma e la sua misurazione. Alcune obiezioni sono state invece di carattere molto tecnico, relative ad esempio ai database utilizzati per la misurazione oppure ai livelli di confidenza statistica dei risultati o ancora all’eterogeneità delle coorti di riferimento.

Osservazioni di natura più generale e importante riguardano la natura sostanziale dell’intervento e più in particolare ciò cui deve essere attribuito in ultima analisi il successo dell’operazione. Ai Sib si attribuiscono in generale due proprietà virtuose: primo, sul piano strettamente finanziario, la capacità di reclutare alla causa della soluzione di problemi sociali risorse private che non sarebbero disponibili per altra via. Secondo, la capacità di favorire soluzioni e modelli di intervento particolarmente innovativi e rischiosi. Questo perché lo schema Sib rialloca parte del rischio dal finanziatore (ad esempio la pubblica amministrazione) al finanziato, quindi dal soggetto meno informato (e quindi meno propenso a sviluppare soluzioni innovative e rischiose) a quello più informato (e quindi più propenso a innovare).

Se nel primo caso, il reperimento di risorse finanziarie scarse, i dubbi si concentrano sulla effettiva capacità di scalare l’impatto dell’intervento in caso di successo, il secondo caso, la promozione di modalità innovative, è oggetto di discussione. Il tema fondamentale è che il successo del Sib di Peterborough potrebbe essere legato a fattori diversi dalla stessa natura dello strumento finanziario in senso stretto. Per esempio, alcuni pensano che il successo di Peterborough sia fondamentalmente legato al fatto di essere riusciti a mettere a lavorare insieme su uno stesso problema un numero cospicuo di organizzazioni sociali, cosa che però non è necessariamente legata al Sib ma potrebbe essere raggiunta in altri modi. Altri osservano che gran parte del successo potrebbe essere spiegato dalla governance dello strumento, che definisce una struttura di incentivi tale per cui il controllo esercitato dagli investitori sull’attività delle imprese sociali è molto più serrato e attento che nel caso di altri schemi filantropici. In tutti questi casi la critica di fondo è che gli stessi risultati potrebbero essere raggiunti con schemi finanziari più semplici senza necessariamente affrontare i costi e le complessità dei Sib.

Benché queste osservazioni siano in gran parte fondate, ciò non toglie tuttavia al Sib di Peterborough di aver sperimentato e dimostrato la fattibilità concreta di un’operazione che molti consideravano sostanzialmente irrealizzabile. Il Sib di Peterborough è stato pioniere di una nuova generazione di strumenti di pay-for-results, che oggi conta quasi cento sperimentazioni in tutto il mondo. Tra questi alcuni, tra cui ad esempio quello australiano sui minori in affido e quello israeliano sulla prevenzione del diabete di tipo due, cominciano a mostrare risultati incoraggianti.

L’esperienza di Peterborough deve quindi essere salutata a consuntivo con soddisfazione, pur in prospettiva critica, per poter costruire su di essa una seria stagione di sperimentazioni che portino al miglioramento dello strumento ovvero al suo superamento verso una generazione di strumenti fondati sul principio del pay-for-results ma più semplici nella loro architettura. La sperimentazione italiana in fase più avanzata è oggi il Sib che ha per oggetto la riduzione della recidiva attraverso il reinserimento lavorativo presso il carcere Lorusso Cotugno di Torino (nella foto una Scena del film “Tutta colpa di Giuda” di Davide Ferrario girato dentro all’istituto), promosso e progettato da Fondazione Sviluppo e Crescita e Human Foundation e sul quale sembrano concentrarsi interessi di importantissime istituzioni finanziarie tra cui Unicredit. Il progetto pilota è oggi nella fase di transizione da studio di fattibilità a sperimentazione concreta e l’augurio è che la sperimentazione di Torino possa rappresentare per l’Italia ciò che Peterborough ha rappresentato per il mercato internazionale.