Il diritto non ha ancora definito molti aspetti legati al digitale ed alle reti di comunicazione elettronica – pensiamo alla difficile allocazione delle responsabilità in internet ed al ruolo ancora incerto degli intermediari della comunicazione – e già ci si trova a dover fare un passo avanti. Con la robotica, le difficoltà incontrate nel regolare e governare il mondo immateriale ed ubiquo dei byte si riversano nel reale. Lo spazio virtuale – dove il codice è stato (ed è) la (prima) legge – invade lo spazio fisico in una inedita commistione tra l’acquisizione di dati – il robot “sente”-, l’elaborazione di informazioni – l’algoritmo “pensa”- e più o meno (im)prevedibili modificazioni della realtà materiale: la macchina agisce e passa dal bit all’atomo.

Delle tre caratteristiche comunemente riconosciute ai robot, “sense-think-act” è la terza, l’azione, che amplifica i dilemmi propri del diritto dell’informatica.

Siamo già attorniati da macchine che sentono e pensano. Gli algoritmi che usiamo quotidianamente rispondono a domande che non hanno una risposta vera ed una falsa, ma sono valutazioni: il risultato del motore di ricerca è “il più rilevante”, la notizia che appare nella nostra bacheca è “la più importante”, la strada suggerita “la più opportuna”. Chiedersi se un computer possa pensare equivale a chiedere se un sottomarino possa nuotare, sostiene Edsger Dijkstra, ma algoritmi e reti neurali artificiali sono ormai una realtà. E questo ci inquieta. Stiamo già vivendo, in relazione al mondo immateriale (ma non per questo meno reale) dell’algoritmo, quella che Zeynep Tufekci chiama la “uncanny valley” dell’informatica: definizione mutuata proprio dal mondo dei robot, per descrivere quella sensazione irrazionale di turbamento che si prova di fronte a macchine antropomorfe, troppo simili a noi per non generare sconcerto. E se questo accade per l’algoritmo, con la robotica le cose si complicano: i pericoli, reali o solo percepiti, non sono più limitati a possibili lesioni del nostro corpo digitale – i nostri dati personali, le identità riflesse, la riservatezza, la reputazione e la tutela delle nostre creazioni intellettuali – ma possono incidere direttamente su beni giuridici consolidati e immediatamente percepibili: sulla nostra salute, sul corpo fisico e sugli oggetti materiali che ci circondano. Nel nostro immaginario, i droni, anche quelli civili, uccidono, o più semplicemente cadono; le auto senza conducente provocano disastri; la badante robotica somministra il farmaco errato.

Il rischio di cadere in una sorta di “uncanny valley” nei confronti dell’intero progresso tecnologico diviene con i robot più concreto.

In questo contesto, la crescente ricerca di una regolamentazione preventiva nel campo della robotica può nascondere il tentativo di sedare le nostre paure e le nostre inquietudini, piuttosto che rispondere a concrete ed attuali esigenze di tutela. Vietare è, per i regolatori, più rassicurante, meno impegnativo e deresponsabilizzante.

E’ indubbio che un principio di precauzione sia opportuno, in particolare nella robotica di servizio destinata a fruitori non professionali, ma nell’attuale fase embrionale e di sperimentazione, un eccesso regolatorio preventivo, basato su prototipi o su categorie astratte, rischia di frenare l’innovazione, di limitarne le potenzialità e di creare diseguaglianze in relazione alle diverse legislazioni più o meno invasive.

Pensare di comporre astratte categorie di robot sulla base di questa o quella caratteristica della macchina o dell’uso a cui è potenzialmente destinata, ovvero alle sue modalità di esecuzione o ancora al grado di autonomia nell’agire, al fine di dettare oggi le regole per il domani, sarebbe un errore.

La straordinaria innovatività generata da Internet è stata certamente agevolata dalla grande libertà di cui per molto tempo quel territorio ha goduto, per distrazione dei legislatori e per contingenti difficoltà regolatorie. La storia dei robot ovviamente sarà diversa perché la fisicità di queste macchine impone evidentemente un approccio prudenziale, ma le regole, il diritto positivo, per ora debbono aspettare. Verrà il tempo delle leggi dei robot, ma non è ancora questo. Oggi serve un approccio pragmatico, caso per caso, in cui il giurista deve affiancare l’ingegnere e l’inventore sul singolo progetto, sulla base dei principi esistenti, senza vincoli ed eccessi regolatori.